Veniamo da una settimana che rileggo insieme con voi con l’immagine della prima lettura quando Mosè riceve l’ordine da Dio: Prendi il bastone, tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia!

Mosè si trova davanti una comunità che è simile alla dura pietra e lui che vorrebbe rinunciare volentieri deve parlare alla roccia. Parlare ai sassi, roba da matti!

Però è questa l’immagine quando assistiamo ai tentativi di riconciliazione in Libia: sembra proprio un parlare ai sassi! Vogliamo sperare e pregare che la conferenza di oggi a Berlino possa far scaturire una qualche possibilità di concordia e di pace.

Se poi guardiamo in casa nostra in questa settimana abbiamo assistito alla pubblicazione di un libro di Ratzinger e Sarah sul celibato dei preti che sembra voler contrastare il magistero di papa Francesco. Anche qui l’immagine della pietra è eloquente, nel senso che sembra davvero che papa Francesco parli ai sassi, non solo ci sono cuori duri come la pietra, ma ci sono anche menti dal cervello indurito su sé stesso.

In questione non è tanto il celibato che è un dono, un’espressione della ricchezza dei doni di Dio come il matrimonio, ma è l’obbligo del celibato. Perché obbligare qualcuno al celibato? Ci sono preti che pur pastoralmente bravissimi hanno dovuto abbandonare il ministero per l’obbligo del celibato, quando la storia parla in termini diversi, basti ricordare quando Paolo nel fare un confronto con la vita degli altri apostoli scrive: «Non abbiamo il diritto di portare con noi una sposa credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa?» (1Cor 9,5). Quindi Pietro, primo papa, nelle sue missioni apostoliche si portava appresso la moglie!

Non pretendiamo tanto, ma già oggi nel mondo esistono migliaia di preti cattolici regolarmente sposati: appartengono alle Chiese cattoliche di rito orientale (per esempio, in Italia, le eparchie di Piana degli Albanesi in Sicilia e di Lungro in Calabria e l’abbazia territoriale di Grottaferrata in Lazio). Così come sul fondamento di questa tradizione biblica la chiesa ortodossa e le chiese protestanti accettano il matrimonio dei preti, ma anche il Concilio Vaticano II riconosce che il celibato Non è certamente richiesto dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali[1].

Infatti dobbiamo anche considerare quest’ultimo aspetto: se le chiese orientali da secoli custodiscono questa tradizione, allora da parte nostra siamo di fronte all’indurimento dei cuori anche nei confronti del dialogo e del cammino ecumenico… Dobbiamo pregare davvero intensamente in questa settimana per l’unità dei cristiani!

Il vero problema è che a me sembra che questi cuori e queste menti induriti come pietra in realtà vogliano, a partire da un tema marginale e reso tanto centrale, contrastare ciò che il Concilio Vaticano II ha affermato e chiudere tutto ciò che il Concilio ha aperto… è chiaro che a questa nostalgia aggressiva va posto un limite: la negazione sistematica del Concilio deve essere apertamente e autorevolmente impedita[2]. Come appunto ha fatto papa Francesco mettendosi in ascolto nel Sinodo dell’Amazzonia dei problemi e delle necessità di quei popoli.

Potrebbero essere tutti motivi di tristezza, ma non siamo qui a scrivere un cahier de doleance piuttosto, come abbiamo sentito all’inizio della celebrazione, essendo la domenica della Parola di Dio siamo qui anche per ricevere dall’ascolto della Scrittura uno squarcio di luce e di senso sulle nostre vite e sulle scelte che dobbiamo compiere.

L’immagine dalla quale siamo partiti di Mosè che deve parlare alla roccia è tratta dal libro dei Numeri, così chiamato perché il traduttore greco impressionato dalla cura del testo ebraico nell’enumerare dettagliatamente la scena del popolo accampato ai piedi del Sinai pensò di trasporre anche nel titolo questa caratteristica e quindi chiamò il libro Arithmòi, Numeri appunto, mentre in ebraico s’intitola Bemidbar, Nel deserto. I numeri sono il libro del popolo di Dio nel deserto.

Ora noi abbiamo ascoltato una pagina in cui abbiamo a che fare con gente davvero afflitta, triste, scoraggiata. Gente che vede venir meno le proprie speranze e consumarsi ogni illusione, al punto che all’orizzonte si profila solamente una via d’uscita, la morte: Mancava l’acqua e ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne (v.2).

Se finora Mosè e Aronne avevano retto bene le insoddisfazioni, le lamentele e le insofferenze… a questo punto però anche loro sembrano stanchi e irrigidirsi e infatti se ne vanno senza ribattere piantando lì i lamentosi per andare a rifugiarsi nella Tenda del convegno, ormai non sanno più cosa fare.

Qual è la risposta di Dio? Parlate alla roccia! (v.8) ecco cosa dice il Signore a un Mosè ormai rassegnato a non parlare più con gente che ha dimostrato di essere così perversa e ostile. Se n’è andato perché non vuole più parlare con quella gente. Eppure il Signore gli dice: vai a parlare alla pietra, parla alla roccia ed essa farà uscire acqua per tutti! L’acqua scaturirà dalla roccia perché la parola di Dio spacca anche la pietra più dura e ostile.

Ma Mosè non ci crede e dice in modo offensivo: faremo noi forse uscire acqua da questa roccia? C’è in queste parole un tono di risentimento, di disgusto. Mosè deve parlare a una roccia perché così gli ha detto il Signore. Deve parlare al cuore umano perché la parola di Dio apre il cuore delle persone… ma se dipendesse da lui non lo farebbe proprio! Potrà mai uscire acqua dalla roccia? Potrà mai il cuore indurito aprirsi alla parola di Dio?

Attenzione però, Dio non ha detto a Mosè e Aronne che loro avrebbero fatto scaturire acqua dalla roccia. Non è a loro che è stato chiesto di estrarre acqua dalla pietra. Ma è la parola di Dio, è il Signore stesso che lo fa.

Invece credono che tocchi a loro e per questo hanno motivo di essere scettici, tant’è che Mosè batte due volte il bastone. In questo gesto raddoppiato di Mosè si manifesta la sua interiore sfiducia, perché pensa di dover compiere lui stesso il gesto di cui il popolo ha bisogno e allora lo compie a modo suo, appunto battendo due volte sulla roccia.

Ma lui di fatto non parla alla roccia, tocca sì la roccia col bastone, ma lui parla al suo popolo, proprio quel popolo da cui voleva andarsene e che invece la parola del Signore può rendere docile e obbediente, così come rende docile e obbediente il cuore di Mosè, perché anche lui s’era indurito e sfiduciato.

L’esperienza è stata tanto importante che noi ne parliamo ancora oggi, perché il cuore indurito è di fatto in ogni tempo il cuore di chi si fida solo di sé stesso e si oppone a Dio. L’autore biblico è premuroso nel farci sapere che la località in cui tutto questo è avvenuto si chiama Meriba, che significa “contestazione” (Es 17,7-17), perché se ci pensiamo bene, ogni indurimento del cuore è un segno di disperazione e di sfiducia nella parola di Dio.

Oggi siamo qui a ricordarci l’obbedienza che dobbiamo alla parola di Dio, alla parola che ha la forza e l’energia sorprendenti di far uscire acqua dai sassi. Ma davvero ci fidiamo? A me sembra che ci sia tanta disperazione in giro.

La roccia è la coscienza indurita del popolo, la roccia è il cuore sfiduciato di Mosè, la roccia è ciò di cui siamo capaci noi oggi: di lamentarci, di non avere fiducia… perché pensiamo come Mosè che tutto dipenda da noi e per questo siamo disperati.

Ma se impariamo ad avere fede, a fidarci di Dio, non solo riceviamo acqua dalla roccia, ma come al tempo di Gesù, riceviamo dalle giare di pietra che contengono acqua il vino della festa.

Il segno, come lo chiama Giovanni, che accade a Cana di Galilea indica per una società disperata una possibilità altra, non si tratta solo del matrimonio dei due innamorati, ma della festa di nozze di Dio con l’umanità.

Dio, dice Gesù, è talmente innamorato dell’uomo da volerlo vedere felice e contento. Per questo ci dona il Vangelo: il Vangelo è la via della gioia. Il Vangelo è il vino nuovo, Gesù è il vino nuovo di questo amore tra Dio e l’uomo. Una fede che dà gioia, che dà fiducia, che ci fa guardare avanti con la ferma certezza che il Signore non ci abbandona, come non ha abbandonato il suo popolo nel deserto. Bevi il vino del vangelo e sarai nella gioia, che nulla e nessuno ti potrà togliere.

Come è possibile? Le parole di Maria sono inequivocabili: Fate quello che vi dirà. Niente di magico, niente di superstizioso, anzi veniamo rimandati alla nostra responsabilità per cui dobbiamo seriamente chiederci: cosa devo fare oggi, adesso, in questo momento della mia vita, di quello che Gesù mi dice nel Vangelo?

Non si tratta banalmente di applicare le parole di Gesù come fossero ricette, le parole di Gesù sono paradossali come deve essere suonato paradossale ai servi sentirsi dire: riempite d’acqua le giare! Ma come? Manca il vino e lui dice di riempirle d’acqua fino all’orlo, state ben attenti: fino all’orlo!

Sembrerebbe una presa in giro. Ma se non entriamo in questa paradossalità evangelica non facciamo altro che ripetere il mondo che già c’è ed è un mondo ingiusto e violento.

Al mondo disperato che trova nella guerra la sola ipotesi di futuro. A una chiesa disperata che vede nella durezza della dottrina la sola garanzia di domani… a un ecumenismo ingolfato di parole e incapace di gesti… Maria ripete: Fate quello che vi dice.

Preghiamo insieme lo Spirito santo perché di doni un cuore docile, un cuore buono capace di fare quello che Gesù ci dice.

(Nm 20,2.6-13;Gv 2, 1-11)

[1] Decreto Presbyterorum ordinis n. 16

[2] Cf A. Grillo in http://www.cittadellaeditrice.com/munera/come-se-non/