audio 21 febbraio 2021

Forse non abbiamo bisogno di una quaresima intesa alla vecchia maniera, vale a dire un periodo di penitenza, di digiuno, di rinunce e di sacrifici. Dopo un anno di pandemia siamo in una condizione di fatica che non avremmo mai immaginato di poter vivere così a lungo e vorremmo una vita che torni ad essere piena di esperienze nuove, di relazioni, di amicizie condivise intorno alla tavola, di immersioni nella natura… vorremmo fosse subito Pasqua!

Invece siamo ancora costretti a incontri e riunioni davanti ai monitor, a trascorrere molto tempo a fare le solite cose, a vedere gli amici col contagocce, i nostri ragazzi patiscono ancor più le distanze… eppure ci siamo adattati, abbiamo più o meno docilmente atteso alle restrizioni della libertà personale per il bene comune.

Ma ora siamo stanchi, siamo moralmente e spiritualmente affaticati, e davvero ci basta questa sorta di digiuno dalle relazioni che sono vitali per noi, per non andare a cercare altre rinunce e penitenze.

Una cosa però possiamo fare: ascoltare lo Spirito che anche in questa situazione parla a noi, come ha parlato a Gesù nel deserto. È lo Spirito di Dio che parla non solo quando siamo contenti e le cose vanno bene, ma anche nel silenzio del deserto, anche nell’aridità delle relazioni. Anche in tempo di pandemia lo Spirito parla ai nostri cuori.

Si direbbe quasi necessaria la crisi, il deserto, l’aridità per scoprire la bellezza e i rischi delle nostre relazioni. Per cui questo tempo può essere per noi l’occasione per ripensare e fare discernimento sulla nostra relazione con il creato e le cose, sulla relazione con Dio e quella con gli altri.

Tre relazioni che sono anche l’oggetto drammatico delle tentazioni di Gesù. Nel silenzio, morso dalla fame e in perfetta solitudine, Gesù deve decidere come stare in queste tre relazioni fondamentali della vita. E come accade per ogni decisione deve ponderare e discernere da che parte indirizzarle, dove condurle, come viverle, perché le proposte del diavolo sono tutte ottime, sensate, convincenti, seducenti.

Dal medioevo in poi a noi piace dipingere il diavolo come un mostro: mezzo uomo e mezzo bestia, con la coda e gli zoccoli da caprone e in mano un tridente per infilzare le anime. Se il diavolo fosse un mostro sarebbe facile da riconoscere e starne così alla larga. Il diavolo non è affatto mostruoso, al contrario, come dice Dostoevskij, è lo spirito intelligente del deserto.

Che cosa c’è di male a trasformare una pietra in pane per dar da mangiare a tutti gli affamati della terra? Trasformare le pietre in pane risolverebbe un grande problema. Cosa c’è di più cristiano di questo?

Che cosa c’è di male a buttarsi giù dal tempio e non farsi nemmeno un graffio? Cosa c’è di male a fare un miracolo? Niente, solo bene.

E poi che male c’è a prendere in mano tutto il potere del mondo e governare con le mani di Gesù? Altro che Draghi… Non è forse venuto per questo Gesù, per diffondere il regno di Dio?

Sarebbe bellissimo. Niente di male: una grande occasione per fare il bene, non solo il nostro bene, ma del mondo intero. Così sono le tentazioni: sono sempre affascinanti, promettono il paradiso, appaiono in un modo convincente e persuasivo, per questo uno cade, cede.

Partiamo dalla prima: il pane come tentazione. Il pane è simbolo delle cose, della natura, del creato. Quindi potremmo dire: le cose come tentazione. In che senso? Non che sono le cose a tentarci, ma è il nostro atteggiamento verso il pane, le cose, la natura ad essere vorace, divoratore, che è un istinto primordiale.

Lo possiamo osservare nel bambino appena nato che si attacca al seno della mamma e succhia avidamente. Chi glielo ha insegnato a succhiare e a premere con le sue manine come per far venire fuori il latte? Nessuno. Il bambino sa già, è la fame che lo guida.

La tentazione è quella di usare delle cose, della natura in maniera vorace e non come dono di Dio e quindi da usare con responsabilità. È come se volessimo cambiare il Padrenostro per dire a Dio: Per il nostro pane quotidiano ci pensiamo noi, è roba nostra, non tua. Ci arrangiamo noi a sfruttare, a spremere, a consumare.

In realtà Gesù risponde alla tentazione capovolgendo la prospettiva anche in maniera plastica direi: Non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.

All’istinto divoratore che porta alla propria bocca, Gesù oppone il dono che esce dalla bocca di Dio. Cos’è che esce dalla bocca di Dio? Non pensiamo subito alla Bibbia: in realtà ciò che esce dalla bocca di Dio è tanta roba. L’amore, senza il quale la vita è un deserto. La fede senza la quale la vita è un enigma. La speranza senza la quale la vita è come paralizzata. L’amicizia perché talvolta un amico è più di un fratello e un’amica più di una sorella. È la poesia, è l’arte, la musica, la scienza, la filosofia, lo sport, il lavoro…

L’uomo non vive di solo pane, cioè non vive solo di ciò che porta alla propria bocca, ma anche di quello che sa donare.

Gesù vince la tentazione decidendo di fare della sua vita un dono. Mai e poi mai in tutti i vangeli si dice una volta sola che egli abbia fatto qualcosa per sé. Tutto ha fatto per gli altri e solo per gli altri. E proprio quando sta per morire di fame, arriva puntuale la tentazione: usa il tuo potere per fare qualcosa per te stesso.

Certo l’uomo vive di pane, ma vive anche di dono. E questo è sempre possibile soprattutto in questo tempo in cui siamo tentati di ripiegarci su noi stessi, sulle nostre fatiche e tristezze: guardiamo i doni che escono dalla bocca di Dio e non pensiamo solo a riempire la nostra bocca. Ripensiamo allora il nostro rapporto con le cose, con il pane, con la natura che spesso sfruttiamo o anche semplicemente ne usiamo, ma senza responsabilità. Quali sono i doni di Dio che possiamo rimettere in circolo?

E poi c’è la seconda tentazione che riguarda la relazione con Dio e parrebbe strano, ma anche nel nostro rapporto con Dio abita la tentazione. Potremmo dire la religione come tentazione, il tempio come tentazione. Addirittura il diavolo per tentare Gesù si serve della Bibbia, cioè dell’arma con la quale Gesù respinge le tentazioni. Citando la Bibbia il diavolo vorrebbe disarmare Gesù.

Se Gesù non si butta dal pinnacolo del tempio vuol dire che non crede alla promessa di Dio del salmo 91, e quindi lui, il Figlio di Dio, non crede in Dio! Tentazione sottilissima.

La tentazione del tempio dice che siamo noi a tentare Dio. Tentare Dio vuol dire obbligarlo a esibirsi, a dimostrare che effettivamente è Dio, che funziona come Dio: il credente comanda e Dio ubbidisce! Dio diventerebbe una marionetta in mano a noi che gli diciamo quello che deve fare, un fantoccio celeste a nostra disposizione.

Gesù viene portato sul pinnacolo del tempio, sul punto più alto ed è uno spettacolo. A noi che viviamo nell’epoca dello spettacolo, piace un Dio spettacolare che trasforma la chiesa in un palcoscenico.

Ma Gesù, figlio di Dio, nascondendo la sua divinità nella debolezza umana, fa esattamente il contrario e si identifica con il povero, il malato, il cieco, la prostituta… ecco il luogo teologico, dove incontrare Dio, perché il Dio di Gesù non è spettacolare e ci salva da una religione spettacolo e da una chiesa teatro.

Guardate come in questo tempo di pandemia in cui siamo privati parzialmente del culto, dove anche le celebrazioni sono più rare… parrebbe che trionfi la nostra vulnerabilità. E se lo Spirito ci chiamasse proprio a coltivare una preghiera più personale, più autentica, più vera nell’ascolto di Dio e della sua parola? E se avessimo bisogno un po’ di sospendere tutte le nostre abitudini e ritrovare una dimensione anche più di famiglia nel pregare?

Infine guardiamo la terza relazione, la relazione con gli altri che potremmo chiamare la tentazione del potere o il potere come tentazione. Perché parlando delle nostre relazioni con gli altri, è noto a tutti come siano tentate di dominio, di controllo, del servirci degli altri per accrescere il nostro ego, di salire sulle debolezze degli altri come si sale sullo sgabello per emergere…

Il tentatore propone a Gesù: facciamo un patto, io do a te qualcosa, tu dai a me qualcos’altro… un gentleman’s agreement per spartirsi il potere. La risposta di Gesù non lascia spazio a dubbi o fraintendimenti: l’alternativa al potere come dominio, è il potere come servizio, cosa che Gesù ha fatto per tutta la sua vita.

Gesù è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la sua vita (Mc 10,45). Gesù è venuto per servire e non per comandare.

Certo detto così il suo regno non sembrerebbe di questo mondo (Gv 18,36), non perché sta nuvole, ma per il fatto che è sostanzialmente diverso da quello di Erode, di Pilato e di tutti i potenti della terra: la sua corona non è di diamanti, ma di spine; il suo scettro è una canna di bambù; il suo trono è una croce. Lui lava i piedi ai suoi amici e alle sue amiche.

Viviamo questo tempo cogliendo le occasioni in cui possiamo vivere in spirito di servizio e non di dominio, di potere o di controllo. Vivere le nostre relazioni come un servizio alle necessità, ai bisogni dell’altro, che significa magari dare più tempo all’ascolto, esprimere gesti di tenerezza, offrire opportunità di perdono…

Forse non abbiamo bisogno di una quaresima intesa alla vecchia maniera, ma possiamo trasformare questo tempo subìto, come occasione per rigenerare i nostri rapporti con le cose intensificando la logica del dono; con Dio trovando il tempo per una preghiera più intensa e vera; e con gli altri investendo nel servizio.

(Mt 4,1-11)