//Operatori di pace, benedizione di Dio

Operatori di pace, benedizione di Dio

(Nm 6, 22-27; Fil 2, 5-11; Lc 2, 18-21)

All’inizio di un nuovo anno da discepoli del Cristo ascoltiamo una Parola che non è un rimprovero contro tutte le nostre inadempienze e i nostri errori, che pure sono tanti, ma all’inizio dell’anno l’Eterno ha per noi parole di benedizione tratte dalla cosiddetta “benedizione sacerdotale” di Aronne, consegnata da Dio a Mosè:

«Ti benedica il Signore e ti custodisca.

Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.

Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».

Il cuore del testo è costituito da tre frasi molto semplici, come in un crescendo: in ebraico il primo verso è composto di tre parole, il secondo cinque, il terzo di sette. Una triplice benedizione, il numero tre è simbolo di pienezza del bene e ogni volta il nome del Signore è con due verbi diversi.

1. Ti benedica il Signore e ti custodisca. Chiediamo al Padre di benedire noi, le nostre famiglie, la sua Chiesa, l’umanità tutta. Che cosa vuole dire: benedire? Vuol dire: ti dia felicità, serenità, prosperità. Ti faccia star bene, diremmo semplicemente noi.

Nell’esegesi ebraica si legge così: possa l’Eterno benedirti negli averi materiali e proteggerti da chi vorrebbe sottrarteli (Bemidbàr p. 581). Che è un invito anche per noi ad essere molto concreti e sinceri: di fronte al nuovo anno chiediamo al Signore i beni necessari per vivere, per noi e per la nostra famiglia. Chiediamo per i nostri giovani il lavoro e la certezza di un impiego. In questa benedizione chiediamo dunque anche la felicità materiale, nel senso di serenità per una vita tranquilla.

Se c’è la felicità e la prosperità, perché anche il secondo verbo: ti custodisca? Se il Signore ti benedice, è ovvio che ti protegge e ti custodisce. Ma dopo aver chiesto felicità e prosperità, chiediamo al Padre di essere custoditi dalla presunzione di considerarci artefici della felicità, del successo, dello star bene. È facile chiedere al Signore nel momento del bisogno – ed è cosa giusta –, ma è altrettanto facile dimenticarlo quando le cose vanno bene e scivolare appunto nella presunzione che si insinua in noi così da illuderci di bastare a noi stessi.

Pensate anche solo al semplice gesto di benedire il Signore alla nostra tavola: nel momento in cui godiamo delle risorse del mondo dobbiamo pensare a Colui che le ha date, al vero Signore di queste risorse. Goderne senza aver benedetto e ringraziato Dio, potremmo paragonarlo a un’appropriazione indebita.

2. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.

Ma, ci chiediamo, c’è forse un qualche momento in cui Dio può non guardarci? Forse che l’Eterno ha le nostre stesse reazioni e si comporta come noi che distogliamo lo sguardo da colui che ci ha fatto del male, così da non volerlo più vedere e tantomeno avere a che fare con lui in nessun modo?

Nel vangelo di oggi abbiamo la risposta alle nostre domande, perché nell’ottavo giorno in cui Gesù viene circonciso, proprio ad indicare l’inserimento del neonato nel popolo dell’alleanza, riceve anche il nome che dice la sua missione in quel popolo e per l’umanità. Gesù è il volto di Dio e il nome che gli viene dato significa: «Dio salva». Gesù: due sillabe che contengono intero Dio e l’uomo come diceva p.Turoldo.

Il nome è la cosa di noi più essenziale: non ci porteremo nell’al di là neppure il cognome, nessun titolo, nessun distintivo; si dirà soltanto: Pietro, Anna, Paolo, Maria… Il resto è superfluo. E noi iniziamo l’anno nel segno del nome di Gesù, il cui volto fa grazia, ovvero ci dona la misericordia, la bontà e la tenerezza di Dio.

Chiediamo al Signore di camminare nelle nostre azioni, nelle nostre scelte, nei nostri progetti sempre con il volto di Gesù innanzi a noi, come a domandarci: cosa mi dice Gesù in questa situazione? Cosa mi insegna in questo momento? Cosa vuole che io faccia di fronte a certe scelte?

Il volto di Gesù, il volto della misericordia e della tenerezza di Dio è il secondo dono che domandiamo al Signore per il nuovo anno che ci sta innanzi perché possiamo crescere nella fede.

3. Infine la terza invocazione: Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace. Il terzo dono che chiediamo al Signore è la pace, lo shalom, la pienezza di vita e di gioia per tutta l’umanità.

Per volontà di Paolo VI, la preghiera per la pace caratterizza il primo giorno dell’anno. Anche Benedetto XVI ha consegnato alla Chiesa un messaggio per questa giornata dandogli come titolo una delle beatitudini: Beati gli operatori di pace.

Per un verso con le parole della benedizione di Aronne chiediamo al Signore la pace, lo shalom che viene da lui. Ma per contro con le parole di Gesù, come il papa ci ricorda, siamo resi consapevoli di essere a nostra volta beati nella misura in cui diventiamo operatori di pace, perché la pace dipende anche da noi.

E la pace sta proprio in questa dinamica: è un dono, ma anche un impegno. La pace non ci piove dal cielo, così come non siamo solo noi a doverla costruire.

Che è un’idea un po’ diversa da quella cui siamo abituati se pensiamo ad alcuni modi di dire diffusi, così che quando diciamo a uno «stai in pace» intendiamo dirgli di stare quieto, così come «sta leggendo in pace», «medita in pace» e poi, ovviamente, «riposa in pace».Sono modi di dire che declinano un’idea di pace, come diceva don Tonino Bello, un grande profeta di pace nel nostro tempo, che «ci richiama più la vestaglia da camera che lo zaino del viandante, più il comfort del salotto che i pericoli della strada».

«La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio. Rifiuta la tentazione del godimento. Non tollera atteggiamenti sedentari. Non annulla la conflittualità. Non ha molto da spartire con la banale “vita pacifica”. Sì, la pace prima che traguardo, è cammino. E, per giunta, cammino in salita. E sarà beato, perché operatore di pace, non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito, ma chi parte» (Tonino Bello).

Allora preghiamo che la celebrazione di questa giornata ci veda iniziare il nuovo anno invocando la pace come dono della benedizione di Dio, ma ci veda anche cominciare con determinazione e coraggio nell’essere operatori di pace.

Imparando ad esempio a usare parole di benedizione già nelle nostre case, nella nostra comunità, cominciamo il nuovo anno benedicendoci con parole, pensieri e azioni, dicendoci l’un l’altro: «Ti benedico, nel senso vero che dico bene di te, parlo bene di te e tu sei benedizione di Dio per me». Vinciamo fin da subito quella tentazione che appartiene alla storia del mondo, di usare parole graffianti e che lasciano ferite a volte insanabili.

Un racconto dice che quando Dio creò il mondo, tutto era bello e tutti vivevano pacificamente. Un giorno il diavolo invidioso graffiò profondamente la terra, creando così burroni e valli che divisero i popoli. La gente si trovò improvvisamente divisa e prese a chiamarsi dalle sponde opposte.

Vedendo come le persone si cercavano e piangevano, Dio inviò loro degli angeli perché con le loro ali facessero da ponte e gli uomini potessero ricostruire le relazioni interrotte.

Che cosa ci riserverà l’anno che viene? Non lo so, a nessuno di noi è dato di saperlo, ed è inutile e sciocco spendere soldi per saperlo, so soltanto che a noi è dato di poter scegliere se continuare a graffiare il mondo oppure essere uomini e donne operatori di pace, segno della benedizione di Dio.

 

2018-11-13T16:25:28+00:00gennaio 1st, 2013|Omelie (vedi tutte) >|