V DOPO L’EPIFANIA - Gv 4, 46-54


audio 5 feb 2023

Per tre volte si ripete nel vangelo di oggi la parola di Gesù: Tuo figlio vive. Una frase bellissima che vorremmo poter dire alle tante madri e ai numerosi padri che si trovano ad affrontare la malattia fisica, la sofferenza psicologica e il disagio sociale oggi di qualche loro figlio o figlia che nella stagione più bella della vita si trovano invece davanti a una montagna di dolore.

Fossimo capaci anche noi di dire: Tuo figlio vive, invece restiamo muti e incapaci di balbettare alcunché perché siamo tutti ossessionati dell’efficienza e del funzionamento delle cose. Ma la vita non è solo funzionamento e Giovanni ce lo dice parlando della vita con un verbo particolare. In greco vita si può tradurre in due modi: bios e zōé.

La vita intesa come bios è la sua declinazione in ciascuno di noi, è la vita biologica di un individuo in questo mondo. La vita di ciascuno di noi è biologia, ma la vita non è solo biologia e non è che quando finisce la biologia, finisce la vita.

Nel vangelo Giovanni parla appunto di vita come zōé che è da intendere come la vita che avvolge e riempie tutto e che prescinde dalla declinazione individuale: le persone, le pietre, le piante, gli animali, i pensieri e le emozioni, le intuizioni spirituali più sublimi e Dio stesso. È un principio vitale, come l’aria che respiriamo.

La cura di Gesù supera le barriere geografiche e da Cana guarisce un malato a Cafarnao a 20 km.

Supera anche una distanza antropologica: Gesù si prende cura della vita del figlio di un funzionario del re, probabilmente un pagano, anche se non si dice nel testo. Quindi Gesù scavalca le barriere sociali, le nostre recinzioni primitive e tribali attraverso le quali crediamo di difendere la nostra vita individuale e la nostra presunta identità, per sostenere la vita, a prescindere dalle sue declinazioni nazionali, identitarie… è una vita questa che vale tanto da meritare l’abolizione di tutte le distanze: non c’è altra cosa più necessaria da custodire e di cui prendersi cura.

Ancora una volta è un pagano a dirci che la fede non è aderire ad alcune formule, a una dottrina, questo lo fanno anche i demoni: spesso nei vangeli sono gli stessi indemoniati a proclamare Gesù come figlio di Dio, è un pagano invece a credere che Gesù come figlio di Dio si prende cura della vita.

Non sono degli indemoniati quelli che sbandierano: Dio Patria e Famiglia e poi costringono 237 migranti di cui 5 donne e 36 minori, sopravvissuti alla Libia e alla traversata del Mediterraneo, ad arrivare in nave a La Spezia, dopo oltre cento ore di navigazione al freddo per fargli poi percorrere altri 800 km in pullman fino a Foggia. Non è crudeltà questa?

Siamo di fronte alla volontà di punire i soccorritori e le vittime, per fare propaganda sulla pelle dei disperati. In una parola, è la banalità del male.

Così si espresse Hannah Arendt (+1975) nel 1963 a seguito del processo contro il criminale nazista Adolf Eichmann, arrestato in Argentina nel 1960, durante al quale prese parte in qualità di inviata speciale del “New Yorker”. Hannah Arendt si rese conto che l’uomo, privo di pensiero, si limita a mettere in pratica gli ordini ricevuti, fossero anche i più spietati.

Molti ebrei le contestarono questa considerazione intendendola come se volesse sminuire la gravità del nazismo e delle responsabilità personali dei militari, ma in realtà ciò che la Arendt vuole dire è che noi non siamo ‘semplicemente’ di fronte a una spietata crudeltà, ma che banali individui inseriti all’interno di un meccanismo infernale si rendono capaci di violenze e di inaudite atrocità nei confronti degli altri.

Giustamente la Arendt ci sta dicendo che chiunque, inserito nello stesso meccanismo diabolico che fa del debole del momento, il capro espiatorio delle nostre paure e problemi, potrebbe essere capace di azioni altrettanto disumane e crudeli.

Eichmann stesso non sarebbe altro che un uomo comune, superficiale e mediocre, incapace di pensare al valore morale dei propri atti. Dietro questa mediocrità, vi è la banalità del male, per cui dovremmo aver imparato a temere più gli ignoranti che i cattivi.

Perché mai la mafia ha il suo bacino cui attingere manovalanza delinquenziale nei ragazzi e nei giovani che non hanno strumenti culturali? Un ignorante, una persona che non è stata abituata a pensare, è disposta a compiere le peggiori cose contro la vita.

«Quel che ora penso veramente è che il male…, scrive Arendt, “sfida” il pensiero perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua “banalità”. Solo il bene è profondo e può essere radicale».

Il punto è che la lezione della spaventosa e inimmaginabile banalità del male non si gioca sul fatto che il male sia banale, ma sul fatto che la parola “banalità” sta qui ad indicare il fatto che il male sia perpetrato da persone del tutto ordinarie.

Dobbiamo vigilare cari amici di Cristo sul diffondersi di tanta ignoranza per non subire in silenzio la banalità del male che conduce alla mancanza di rispetto dei diritti umani e della stessa vita umana.

Gesù con la sua parola e i suoi gesti ci insegna a tenere insieme due cose che noi abilmente con la nostra banalità facciamo di tutto per separare: la fede in Dio e la cura dell’umano.

Osserviamo con attenzione il testo: Gesù non è presente di persona a compiere la guarigione del figlio del funzionario del re, piuttosto è la sua parola ad essere performativa, la sua è una parola che non descrive o narra qualcosa, ma è una Parola che realizza ciò che dice nel prendersi cura della vita.

È questa la nostra fede? Ci fidiamo della Parola di Gesù e come il funzionario regio ci mettiamo in cammino senza avere visto subito l’esito del suo atto di fede?

Quell’uomo credette alla parola di Gesù e si mise in cammino (v.50).

Non esiste “la fede” in astratto. Nessuno può avere la pretesa di possedere l’unico accesso a Dio, di avere l’autorità infallibile di parlare in nome di Dio… la fede non dà e non può intende dare tranquillità, sicurezza e certezza.

Anche noi, come il funzionario del re, impariamo a fidarci della parola di Cristo che ci dà il coraggio di mettere un piede davanti all’altro e di camminare nella fedeltà a Dio e all’uomo.

(Gv 4,46-54)