In questo Vangelo Gesù sta parlando ai suoi mentre sono nel Cenacolo: siamo in un contesto davvero molto intimo, intenso e profondo, quello proprio della confidenza. Ma è anche un contesto segnato dalla drammaticità di quelle ore. Il capitolo 14 era iniziato con un invito che Gesù rese molto esplicito: Non sia turbato il vostro cuore, e che ora viene ripetuto al versetto 27: Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate paura. Di che cosa i discepoli non devono aver paura?

In quelle ore non dovevano aver paura dell’uragano che si stava scatenando: il tradimento, la condanna e la morte di Gesù…

Mi piace rivivere sia pure a distanza questo clima del cenacolo, oggi possibile nelle nostre case, con le nostre famiglie. E in questo clima possiamo ascoltare il Signore che torna a dirci: Non abbiate paura, non abbiate timore di quello che sta accadendo, non temete la fatica di ciò che vi attende… pensiamo al turbamento per la ripartenza, al timore che viene dalla mancanza di lavoro, alla paura di che cosa sarà il domani per i nostri giovani e per le nostre famiglie…

Non solo, ma c’è una cosa che dobbiamo temere più di ogni altra ed è quella che diceva lo scrittore francese Michel Houellebecq[1] ovvero una volta terminata l’emergenza sanitaria non siamo certi che il mondo sarà uguale a prima, anzi c’è da temere che sia un po’ peggiore… sembra che stiamo andando verso un orizzonte disumanizzante e pure un po’ cinico. L’abbiamo toccato con mano nel momento della liberazione della giovane Silvia Romano dopo un anno e mezzo dal suo rapimento in Somalia, che ha detto di essersi convertita all’Islam.

Non possiamo, né vogliamo indagare cosa sia accaduto né come sia accaduto perché non possiamo entrare nell’anima e nel cuore di una persona. Piuttosto dobbiamo mettere davanti al Vangelo il clima d’odio, la rabbia che le è stato vomitato addosso che fa pensare che davvero non siamo diventati migliori.

Dobbiamo imparare a meditare di più sulle cose, sulla vita, su ciò che accade, allora forse potremo imparare ad essere migliori. Non lasciamoci prendere dall’irrazionalità, dall’emozionalità, perché meditare significa stare qui oggi con questi nostri problemi e illuminarli con la luce del Vangelo, chiedendoci come Gesù ci aiuta a non essere turbati, a non avere paura!

Ebbene Gesù dice una cosa molto semplice, almeno qui nei pochi versetti che abbiamo ascoltato – perché il capitolo 14 in realtà dice tantissime altre cose-, ma in questi pochi versetti dice due cose molto molto precise, molto puntuali: lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (v.26).

C’è dunque una prima nota che dobbiamo considerare: Gesù ci promette che il Padre manderà nel suo nome il dono dello Spirito Santo.

Se c’è una preghiera che dobbiamo custodire profondamente nel cuore, se c’è un’invocazione che deve accompagnare le nostre paure, se c’è un grido che deve aiutarci a venir fuori dall’ansia e dall’angoscia è chiedere a Gesù il dono del suo Spirito, invocare da lui il dono dello Spirito Santo.

Purtroppo nelle manifestazioni della nostra fede e nelle nostre preghiere diamo ancora poca fiducia a questa parola di Gesù, invochiamo davvero poco lo Spirito Santo, che risulta essere il grande sconosciuto.

Però se vogliamo guardare avanti se vogliamo vivere bene la ripresa, la benedetta fase 2, che è comunque stare davanti al futuro, non possiamo lasciarci inchiodare dall’ansia e dalla paura che portano inesorabilmente alla violenza e all’odio.

Il Signore chiede a noi di imparare da lui perché lui stesso ha affrontato il grande turbamento della sua passione e morte fedele al Padre nel dono dello Spirito santo.

Allora se c’è un invito che possiamo farci vicendevolmente in questa domenica e per ogni giorno della settimana che ci aspetta, è di non stancarci di chiedere il dono dello Spirito Santo.

Invochiamolo ogni giorno, non perché intervenga in maniera magica, non perché debba toglierci dalle nostre responsabilità e dal nostro impegno nella storia, dalla nostra assunzione di responsabilità civica. Ma perché lo Spirito Santo ci permetta di stare davanti al mondo, alla storia, alla vita, agli altri con lo stesso atteggiamento di Gesù.

Animati dallo stesso spirito del Cristo possiamo fare i conti con le paure, le ansie e le angosce che tutti proviamo, non contando solamente sulle nostre capacità, sulle nostre risorse, sulla nostra fantasia ma con una prospettiva altra, trascendente.

Il discorso di Gesù si fa più concreto dicendo che lo Spirito anzitutto ci insegnerà ogni cosa e poi che ci ricorderà quello che lui ci ha detto.

Anzitutto che cosa ci deve insegnare lo Spirito? Qual è la didattica dello Spirito Santo? Il verbo greco è “didaskein” insegnare.

E poi lo Spirito ci ricorda tutto ciò che lui ci ha detto. Ovvero ci fa ricordare la sua parola, il suo Vangelo, vale a dire che non dobbiamo aspettarci nuove rivelazioni, nuovi particolari manifestazioni da parte di Dio. Abbiamo il Vangelo e lì c’è tutta la parola di Gesù che è importante “ri-cordare”, cioè riportare al cuore, tenerla viva.

Ora proviamo a chiederci che cosa lo Spirito Santo ci insegna oggi e poi quale parola di Gesù dobbiamo ricordare oggi?

Sono due domande alle quali io posso cercare di offrire qualche spunto, ma a ciascuno di noi è affidata la responsabilità di stare su queste parole di Gesù, in quanto suoi discepoli, perché ognuno di noi può accogliere il dono dello Spirito. La chiesa è viva proprio per questo. Non è che il prete, il vescovo o il Papa abbiano il monopolio dello Spirito Santo. Gesù promette lo Spirito ai suoi, indistintamente uomini e donne, giovani e anziani… per cui la domanda è legittima per tutti: Che cosa ci insegna lo Spirito Santo oggi?

Ci insegna ad apprendere quello che lo Spirito fa a Pentecoste, vale a dire sospingere i discepoli fuori dai recinti di una religiosità che va difesa a tutti i costi, per una chiesa che si mette al servizio del regno di Dio, una chiesa che sappia riconoscere i semi del Verbo, come richiamava il Concilio[2], nascosti in tutte le esperienze religiose. Ora noi di fronte all’islam abbiamo ancora tante resistenze, identifichiamo spesso l’Islam con il terrorismo islamico, pensiamo che ogni musulmano che incontriamo sia un nemico…

Se questo è l’atteggiamento dell’uomo della strada, non è accettabile che lo sia per un discepolo del Cristo, non è possibile per un discepolo che è guidato dallo Spirito. Penso almeno a tre maestri che sono stati docili al dono dello Spirito e che hanno ricordato le parole del Vangelo nella vita.

Il primo è Charles de Foucauld la cui scelta, ispirandosi alla vita nascosta di Gesù a Nazareth, fu quella di stabilirsi in Algeria vivendo in mezzo alle popolazioni musulmane nel deserto senza velleità di proselitismo, senza voler convertire nessuno, ma aiutando le famiglie, soccorrendo i poveri, mostrando quotidianamente il sorriso delle beatitudini e vivendo in maniera silenziosa come Gesù a Nazareth, testimoniando il Vangelo semplicemente senza rinunciare ovviamente al suo essere cristiano, all’eucaristia, alla preghiera.

Una seconda persona è Carlo Maria Martini che nel 1990 in occasione della festa di s. Ambrogio di fronte all’avanzare delle tendenze fondamentaliste, osò proporre e rilanciare l’opzione del dialogo sia ai livelli ufficiali, ma soprattutto tra i singoli credenti. Il problema, diceva Martini, “non è tanto di fare chissà quali discussioni teologiche, ma cercare di capire quali sono i valori che una persona incarna nel suo vissuto per considerarli con attenzione e rispetto[3]. Attenzione e rispetto per un dialogo capace di riconoscere all’interlocutore una dignità che ieri come oggi non è facilmente accreditabile.

Infine la terza persona cui penso è Papa Francesco. Non solo in questi anni si è posto con l’attenzione e la discrezione evangelica di Charles de Foucauld, e ha spinto il dialogo come suggeriva e auspicava il Cardinal Martini, ma si è dato un obiettivo ulteriormente ambizioso.

In un testo che rimane memorabile nella storia non solo della Chiesa, ma dell’umanità, sottoscritto il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi insieme al grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al -Tayyeb, insieme affermano come Dio l’onnipotente non abbia bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il suo nome Venga usato per terrorizzare la gente. Ma che si debba nel vero spirito della religiosità camminare verso un’autentica fratellanza umana.

Ora “fratellanza umana” non è che proprio faccia parte del vocabolario diffuso, ma se vogliamo uscire migliori da questa esperienza di pandemia, dovremmo imparare che la fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare.

Invochiamo lo Spirito che ci ricordi le parole di Gesù, che ci aiuti ad essere uomini e donne illuminati dallo Spirito in grado di riconoscere come in tutti i credenti di qualsiasi religione e a qualunque popolo appartengano lui agisce perché cresciamo come un’umanità più fraterna.

(Gv 14,25-29)

[1] LeNius, 11 maggio 2020

[2] Nostra Aetate 2: La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.

[3] “Noi e l’Islam”, dicembre 1990, p.29