//Né fuga, né aggressione

Né fuga, né aggressione

(Is 13, 4-11; Ef 5, 1-11a; Lc 21, 5-28)

Con l’Avvento si riapre il ciclo liturgico segnato dall’attesa e forse come non mai l’attesa ci pare una delle dimensioni oggi più condivise. C’è di noi chi attende che la crisi passi, che lo stato di salute migliori, attendiamo che la situazione internazionale assuma i contorni della normalità, aspettiamo la pace per il medio oriente …

Il confine tra l’attesa e il desiderio potrebbe essere molto sottile e a volte sfumare l’uno dentro i confini dell’altro.

Il linguaggio del vangelo, così come quello di Isaia, sono un modo per aiutarci a entrare nella dimensione dell’attesa più che del compimento dei nostri desideri.

Il desiderio è la legittima aspirazione che i nostri pensieri di bene, di serenità, di tranquillità economica e sociale si realizzino. Ma ognuno di noi ha i propri desideri e noi che siamo qui in questa nostra città possiamo desiderare delle cose e delle condizioni che non solo sono diverse dalle aspettative di chi vive in altri contesti, ma potrebbero essere anche nocive per loro. Così come i desideri del popolo palestinese sono diversi dai desideri del popolo e del governo di Israele…

L’attesa o è vera per tutta l’umanità, o non è tale. Possiamo parlare del desiderio legittimo di un popolo, di una famiglia, di una persona di miglioramento, di progresso, di benessere, ma l’attesa da voce alla domanda di senso che innerva la storia: dove va la civiltà umana? Dove conduce il progresso? A cosa porta la nostra storia?

Celebrare l’avvento non è rinchiuderci in un intimismo religioso facilmente consolatorio, vivere l’avvento significa per noi che il tempo, nel suo ripetersi ciclico, non gira su se stesso come una trottola incontrollabile, piuttosto avanza, come in un movimento elicoidale, con una direzione, una mèta, un traguardo: il Signore ha promesso di tornare. Sì, un giorno il Risorto tornerà.

Così la storia, secondo la fede, è un cammino continuo e insieme un incontro. Sei tu che vai a Dio e Dio che viene a te.

In questo senso è sempre tempo di Avvento: cioè tempo di attesa e di speranza; tempo di ricerca attraverso il concreto quotidiano, attraverso i segni di Dio nascosto nelle cose.

Al di là di un modello evolutivo, in cui la storia umana progredisce continuamente, o di un modello apocalittico, secondo il quale sprofonda sempre di più nel caos, la nostra fede ci invita a considerare che la storia umana di libertà non è né illimitata né indefinita ma procede verso un punto in cui riconoscerà Gesù come Signore.

Il tempo non è solo una successione di eventi, ma custodisce un fine, che è il compimento della promessa di Dio che in Cristo è già iniziata.

Notate infatti come la parola di Dio di questa prima domenica di avvento sia ridondante di verbi al futuro. Già la lettura di Isaia è proiettata nel futuro: in quegli anni Israele guardava con terrore gli spasimi di Babilonia che cadeva sotto le bordate dei Persiani.

Cadeva Babilonia la grande, colei che aveva costretto Israele all’esilio! E se cade anche Babilonia è la fine del mondo, è la fine del cosmo: il sole si oscurerà (lett. impallidirà l’ardente) e la luna non diffonderà la sua luce (lett. arrossirà la candida). Solo il profeta non si agita, non cede all’ansia, ma riflette con profondità, guarda intensamente la storia e la interpreta così: Spasimi e dolori li prendono, si contorcono come una partoriente. Il profeta sa vedere nei contorcimenti del presente il parto di un futuro inedito.

Venendo ai nostri tempi, potremmo dire con Isaia che da quello che la cronaca e l’informazione ci descrivono come storia di corruzione, di immoralità, di fango, di superficialità … da questa palude in cui siamo immersi può nascere un mondo nuovo! Farò cessare la superbia dei protervi e umilierò l’orgoglio dei tiranni, così conclude Isaia e lo annuncia anche per noi oggi. La nostra umanità partorirà l’inedito, il nuovo. Cesserà la superbia dei protervi e l’orgoglio dei tiranni! Ci vuole coraggio per continuare a credere che Dio continua a fecondare la storia umana!

Ma questo futuro ci capita addosso o in qualche modo ne siamo responsabili?

La parola di Dio ci insegna che la promessa di Dio ha bisogno di un grembo per generare futuro.

Gesù nel vangelo di Luca, attingendo al linguaggio tipico della profezia e dell’apocalisse, non nega la drammaticità della storia e forse anche una drammaticità crescente, ma al v.13 suggerisce, con un testo che non ha paralleli negli altri Vangeli ed è il cuore della Parola di oggi, che questo è il compito del discepolo: «Avrete allora occasione di dare testimonianza».

Di che cosa dobbiamo dare testimonianza? Proprio come i discepoli hanno avuto modo di vedere nei giorni della passione: Gesù non si è preparato la difesa né davanti a Caifa né davanti a Pilato, sulla croce è stato abbandonato dagli amici… anche quel giorno il sole si oscurò a mezzogiorno! E proprio per la sua perseveranza e per la sua incrollabile fiducia nel Padre, è risorto. La testimonianza suprema che i discepoli possono rendere al Signore Gesù è la testimonianza della sua Pasqua.

Fino al giorno dell’incontro con lui, nella risurrezione, quando avremo tutti i nostri capelli e la gioia di aver potuto umilmente portare la nostra croce seguendo Gesù fino alla pienezza della sua e nostra Pasqua. Ma questo è il tempo in cui cercare la fecondità e la vita nuova secondo criteri diversi da quelli dettati dalle leggi biologiche, sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, dice il Signore. Guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano …

Chiediamo al Signore in questo tempo di attesa nel quale dobbiamo riconoscere l’inevitabile dominio del mondo pagano, la sapienza di leggere e di vivere tutto questo con fede e la lettura più diretta non può essere che la Pasqua di Gesù.

È solo la sua Pasqua che suggerisce come vivere nel mondo senza essere del mondo, rinunciando sia all’astensione sia all’aggressione: né ci si deve separare, né si deve aggredire la storia con la sua stessa logica di conquista e di potere.

Ai discepoli è chiesto un atteggiamento e un modo proprio di vivere il dramma della storia: «… Risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina»: è Pasqua!

Perché così è la lettura da dare ad ogni dramma della vicenda umana.

Questa è la speranza che nasce dalla fede e genera l’amore.

 

 

2018-11-13T16:25:28+00:00novembre 18th, 2012|Omelie (vedi tutte) >|