//Nazareth: il sogno di Dio prende casa

Nazareth: il sogno di Dio prende casa

La lettura evangelica ci suggerisce una prospettiva quanto mai attuale per celebrare la festa della santa Famiglia di Nazareth, non quella di una condizione ideale e mitica, ma quella dura e drammatica del ritorno dall’Egitto della famiglia di Gesù, dopo la strage ordinata da Erode il Grande (+ 4 d.C.).

L’episodio che abbiamo ascoltato andrebbe riletto nel contesto di tutto il secondo capitolo di Matteo con quell’intreccio di azioni e di rivelazioni che ci presentano da una parte i fatti, gli accadimenti: la nascita di Gesù, la visita dei Magi, le trame di Erode, la fuga della famiglia, la strage dei bambini di Betlemme … e dall’altra parte si dice che l’angelo del Signore si manifestò in sogno per quattro volte a Giuseppe e una volta ai Magi.

È come se tutta la storia si svolgesse su due registri diversi: quello visibile e violento del potere e quello invisibile del sogno, che poi non è se non una rivelazione divina.

C’è il piano di Erode il Grande, che poi è il piano di Archelao (che per la sua intransigenza e incapacità non divenne mai re, ma perse anche la carica di etnarca e mandato in esilio in Gallia e il suo territorio passò per ordine di Augusto sotto il diretto controllo dei romani nel 6 d.C.) , ed è il registro dei grandi attori della storia e della cronaca, di coloro che credono di governare il mondo e di determinare l’andamento della storia con le loro prepotenze e in giustizie, leggi e decreti, eserciti e denari …

C’è poi il registro meno visibile ma non per questo meno reale, del sogno, come dice Matteo. Il contrasto è enorme perché non vi è nulla di così fragile e impotente quanto il sogno. È un piano che esige costante attenzione, disponibilità, capacità di ascolto profondo degli eventi: è un livello della storia che non manipoliamo noi, che non possiamo capire semplicemente con il principio di causa e effetto.

Non è un piano magico dove tutto è bello e funziona, non è la compensazione intimista della povera gente. Se fosse così non si capisce perché nel primo sogno di Giuseppe l’angelo non gli avesse rivelato anche il pericolo di Archelao … ma si rese necessario un ulteriore sogno.

È significativo che il vangelo ricorra alla categoria del sogno per descrivere questo livello della storia, ed è curioso come il nome stesso di Giuseppe nella Scrittura sia legato ad un’interessante attività onirica: ricorderete l’altro Giuseppe, figlio di Giacobbe, che interpretava i sogni del faraone.

Il sogno nella Scrittura non è il sogno ad occhi aperti che ci capita di fare per immaginare una condizione ideale, un matrimonio ideale, una moglie o un marito ideale. Il sogno non è evasione dalla realtà.

Il sogno nella scrittura determina la storia quando l’uomo è passivo, quando dorme, quando non è nelle condizioni di esercitare la sua volontà, la sua intelligenza cosciente …. È lì che si rivela l’altro registro della vita, il disegno di Dio.

Certamente dobbiamo fare la nostra parte, essere responsabili delle nostre azioni e delle nostre scelte, ma occorre che impariamo a stare al mondo nell’obbedienza al disegno dell’Eterno.

Rileggendo interamente i primi due capitoli di Matteo ci rendiamo conto che questi due giovani sposi con il loro piccolo devono già misurarsi con problemi enormi, più grandi di loro.

Non hanno il problema del mutuo da pagare, non siamo nemmeno dinnanzi a una storia d’amore contrastata dove la sposa è contesa dal potente di turno … qui incontriamo la vicenda di una famiglia, come ce ne sono tante nel mondo e che non fanno notizia e non riempiono le nostre tv e i nostri giornali di gossip, è la vicenda di una famiglia fotografata nell’atto di ritornare dall’esilio, nello stato di profughi e perseguitati politici, potremmo dire in termini attuali.

Ma quello che accade a Gesù, è quello che già il suo popolo ha vissuto: Gesù come Israele è costretto a lasciare la propria terra, va in esilio, arriva in Egitto e poi dall’Egitto ritorna in Israele … il tutto è segnato dalla sofferenza, dalla violenza e dalla morte.

E non è questa la nostra stessa storia? La storia delle generazioni che ci hanno preceduto, dei nostri nonni magari che hanno vissuto da migranti se non da esuli o da profughi? Non è forse la storia ancora oggi di tantissime famiglie sulla faccia della terra?

Prima di Natale con due persone amiche siamo andati a visitare la famiglia di Daniel e di Claudia, i due romeni che siamo abituati a incontrare  fuori dalla chiesa. Abitavano in un campo abusivo, cioè non autorizzato, insieme a una cinquantina di famiglie con una trentina di bambini. È un campo costruito a ridosso della ferrovia abbandonata proprio dietro l’abbazia di Chiaravalle.

Non vi dico le condizioni nelle quali vivono queste persone … non voglio sollecitare la vostra compassione, ma vi posso testimoniare la grande dignità di quei tuguri, la cura dei particolari di chi vive in condizione di provvisorietà, di precarietà, con mancanza di luce, di acqua … dove di abusivo e di irregolare c’è solo la violenza e la crudele demagogia dei moderni Erode che perseguono la stessa logica di allora incapaci di comprendere il disegno di Dio nella storia umana.

Sono queste presenze che ci interrogano sul senso della storia, per saper vedere quella che gli indovini del Faraone, nell’ Esodo, chiamavano Ezbà Elohim, la mano di Dio nella storia. Perché proprio nel groviglio di fatti e di avvenimenti che il più delle volte ci risultano incomprensibili, nelle trame oscure della vita e delle nostre relazioni la famiglia di Nazareth ci insegna a stare nelle vicende della storia con la forza di guardare e di scrutare il sogno dell’Eterno.

Giorgio La Pira, già sindaco di Firenze, quando veniva criticato come idealista e sognatore, diceva:  «Sono un po’ sognatore?». Rispondeva: «Forse: ma il cristianesimo tutto è un sogno, il dolcissimo sogno di un Dio fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio! E se questo sogno è reale perché non sarebbero reali gli altri sogni che sono ad esso essenzialmente collegati?».

Il sogno è il ponte tra spirituale e politico, tra azione e contemplazione.  È l’obbedienza all’Eterno. Un’obbedienza che ci è possibile se ascoltiamo il palpito di eternità che ci abita, se ascoltiamo la voce che abbiamo dentro, nonostante continuiamo a soffocarla con il rumore, la superficialità e il pregiudizio. Il nostro sogno non è la famiglia ideale, la coppia ideale … ma la certezza che nessun attentato dei poteri di questo mondo è in grado di mettere in scacco il disegno di Dio.

Il vangelo chiude con l’annotazione che la famiglia prese casa a Nazareth, così che Gesù sarà chiamato Nazareno. Come dire che il sogno di Dio prende casa. Nazareth si propone alle nostre famiglie e alle nostra case oggi come la casa del sogno dell’Eterno. È la sfida del suo nascondimento nella storia, sotto la forma della piccolezza. È la sfida alle nostre manie di grandezza e di affermazione perché la quotidianità di Nazareth ci racconta di lunghe stagioni di ascolto, di familiarità con quella Parola che squarcia le incomprensibili vicende umane con il sogno di Dio.

 (Mt 2, 19-23)

2018-11-13T16:21:13+00:00gennaio 31st, 2010|Omelie (vedi tutte) >|