//Mendicanti d’amore

Mendicanti d’amore

Quando dobbiamo esprimere il nostro sentimento profondo e intenso come l’amore ci appoggiamo alla poesia e cerchiamo di esprimere l’indicibile prendendo in prestito alcuni simboli come i fiori, se non addirittura i gioielli, degli oggetti speciali… Gesù quando vuole raccontare del suo amore sceglie un segno semplice e quotidiano… e cosa c’è di più feriale del pane?!

Così dice oggi a Cafarnao sulle rive del lago di Tiberiade: Io sono il pane della vita. Come dirà anche a Gerusalemme nell’ultima cena, ce lo ricordava Paolo, quando prendendo il pane disse: Questo è il mio corpo che è per voi. Ma anche nella preghiera che insegna ai suoi discepoli, invitandoli e invitandoci a dire: Dacci oggi il nostro pane quotidiano! Che significa: Dacci di amare perché questo è ciò che più ci serve, questo è il pane di cui abbiamo bisogno per camminare, per vivere.

Quando tra fratelli giocavamo a tirarci le molliche, la mamma ci diceva: “Col pane non si gioca”. Perché il pane, come l’amore, è lavoro, fatica, impegno, rispetto… nella metafora del pane ci sono tutti gli ingredienti della vita. E quando manca il pane, manca sì il cibo, ma manca anche l’amore, la fiducia, mancano gli amici…

Ricordiamo la parabola del Figlio prodigo del cap. 15 di Luca. Non ci deve sfuggire che a far fare marcia indietro a quel figlio disgraziato è stata la memoria fragrante del pane: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!” (v.17).

Questo per dire che siamo tutti mendicanti d’amore. Quando vedi uno che ti chiede il pane, quando vedi fiumi di gente che cercano il pane… prima ancora di pensare di fare un gesto di carità, di solidarietà… ricorda che sei nella stessa condizione umana: siamo tutti mendicanti d’amore.

Lo raccontava, con tutta la drammaticità del testo, la storia di Elia. Il profeta è talmente triste e solo che, sdraiatosi sotto una ginestra – il fiore del deserto «sempre compagna di destini infelici» (cfr Leopardi) –, invoca la morte: «Ora basta Signore! prendi la mia vita!».

Il profeta è disperato. Sì, perfino i profeti fanno l’esperienza di essere mendicanti di Dio: Dio non è un talismano, un oggetto, una polizza… Ti lascia perfino arrivare sull’orlo della disperazione, della tristezza, né ci deve stupire che anche il profeta sia un uomo che ha bisogno di comprensione, di amore, anche l’uomo di Dio cerca il caldo abbraccio di un amico… invece è Elia è solo, inseguito, incalzato dai nemici… e arriva al punto in cui gli sembra di non farcela più, è stanco. Sei stanco perché non puoi vivere senza pane, non puoi vivere senza essere amato.

Elia, come diciamo oggi con troppa facilità, è depresso, vorrebbe morire, non ha il coraggio di suicidarsi e chiede al Signore di prendergli la vita. Eppure anche nella tristezza mortale del deserto il Signore non fa mancare chi prepari al profeta una focaccia: Alzati mangia perché è troppo lungo per te il cammino.

Chissà quali mani amorose hanno offerto il pane al profeta! Ma proprio quel pane dice ad Elia che lassù qualcuno lo ama, che Dio gli vuole bene e questo aiuta il profeta ad alzare lo sguardo sul cammino che ancora lo attende.

Quelle mani sono le mani di Gesù che arrivano fino a noi, perché lungo tutto la sua vita ci riporta a quel segno, a quel pane spezzato, donato, mangiato.

Paolo nella seconda lettura, rivolgendosi a una comunità mendica d’amore, come quella di Corinto che è abituata a ripetere i gesti della Cena del Signore, ricorda una seconda cosa: certo siamo tutti mendicanti d’amore e Dio è la risposta al nostro desiderio d’amore, ma in Gesù comprendiamo e vediamo che l’amore, come il pane, esige il consegnarsi, comporta lasciarsi spezzare, condividere… proprio come Gesù consegna la sua vita. Una consegna che, Paolo lo sottolinea, avvenne nella notte in cui veniva tradito. Non in un momento di consenso e di successo, ma durante un’esperienza drammatica come fu quella del tradimento.

Il pane di Dio è dono proprio nel cuore del tradimento. Chi è capace di un amore così? Che pane è quello che resiste a ogni indurimento di cuore? I nostri amori quando attraversano l’esperienza del tradimento, vanno all’aria, vacillano, si sbriciolano… L’amore di Dio, e l’eucaristia è qui a dircelo ogni domenica, è fare questo in memoria di luiLo facciamo perché crediamo nel suo amore. Perché il suo amore è più grande di ogni viltà, di ogni rinnegamento, di ogni tradimento.

Ed è questa la forza del futuro. L’eucaristia non è semplicemente eseguire un comandamento del passato. Questo pane, dice Gesù nel vangelo, è la mia carne per la vita del mondo (v. 51). Espressione che a noi risulta un po’ cruda e distante dalla nostra sensibilità, ma che possiamo comprendere se ricordiamo l’inizio del vangelo di Giovanni: Il Verbo si è fatto carne, vale a dire vita umana, modo di essere… per la vita del mondo.

Pane è sostantivo collettivo: potremmo dire è il quinto elemento, quello aggiunto da Cristo ai quattro dettati dalla scienza e che sono: acqua, aria, terra, fuoco. Più il pane. Il nostro pane quotidiano. Nostro è divieto di proprietà: è per noi e per tutti, non ci appartiene.

Così anche nell’amore: non è proprietà, non puoi possedere, nel momento in cui possiedi è finita. Ci sono cose, come appunto il pane e gli affetti, che per capirle occorre fare un passo indietro, occorre stare un poco distanti e poi siccome Dio è Padre nostro anche il pane è materia da declinare al plurale: se a casa di mio padre c’è il pane, che ce ne sia anche per mio fratello, per i miei fratelli!

In alcune culture non puoi tagliare mai il pane con il coltello, lo puoi solo spezzare con le mani, segno che l’amore, come la vita, non è violenza ma è condivisione fraterna, non è inimicizia ma presenza amichevole perché tutti ne mangino, tutti possano riceverne.

Mentre noi celebriamo ora la memoria di Gesù che spezza il pane, che dona la sua vita e che condivide il suo amore… intorno a noi ancora oggi il pane fa la differenza tra il mondo dei poveri e quello dei ricchi: i poveri ne domandano sempre di più, i ricchi devono stare attenti a non mangiarne troppo… per la dieta, al punto che ormai il pane è pressoché bandito dalle nostre tavole: forse perché le modificazioni genetiche lo rendono sempre meno tollerabile… ma vorrà pur dire qualcosa di vero su di noi!

Non è che nella metafora di una civiltà che deve fare a meno del pane, leggiamo la nostra rinuncia, la tentazione di scoraggiamento e di resa? Ci siamo rassegnati al fatto che la storia vada avanti tra guerre, violenze, torture, odio… ci costruiamo l’immagine di un nemico per dimenticare che in realtà siamo anche noi mendicanti d’amore. Il nemico è una costruzione per camuffare la nostra debolezza.

La proposta di Cristo è altra: perché ci sia vita occorre che qualcuno faccia dono di sé, doni amore, affetto, tempo, energia… senza il dono di sé non c’è vita! Se vuoi vivere, dona. Se vuoi amore, ama. Se vuoi comprensione, ascolta. Se vuoi accettazione, accogli… Se vuoi pace, dà il tuo pane.

Questa è la proposta di Gesù che, prima ancora di diventare sacramento e eucaristia, narra il suo modo di essere, è il suo modo di stare al mondo. L’eucaristia è il modo di vivere di Gesù. È chiaro che quando prende il pane azzimo, come dice Paolo gli viene per così dire “normale” affermare: Questo è il mio corpo che è per voi! Perché per tutta la vita ha fatto così. Fate questo in memoria di me.

Ecco, dobbiamo riprendere la fedeltà a questo mandato, dobbiamo riprenderla nel nostro cuore per liberarci dalla tentazione dello scoraggiamento.

Anche per noi prima o poi arriva la tentazione di dire come Elia: «Ora basta!». Sapete bene come si traduce nel concreto il cedimento. Mica con il suicidio, tutt’altro, ma con lo star bene, col dire: «Chi se ne frega».

Chi di noi non conosce persone che venti anni fa erano prese dal fervore di cambiare il mondo e le cose ed ora sono sistemati. Hanno detto: basta, tanto non c’è niente da fare, è una pura illusione, tanto l’uomo è fatto così… Ecco qual è il crollo della speranza, che è il vero ateismo vissuto.

Uno che spera di camminare verso un regno nuovo non è mai un ateo, ma chi dice: non c’è niente da fare, questi sì che è un ateo.

Ecco perché, in momenti di scoraggiamento, quando le circostanze sociali ci buttano con violenza di fronte a dati di fatto, come il razzismo, la violenza e il cinismo che credevamo non ci fossero, dobbiamo riprendere coraggio dentro, riprendere le misure della nostra vita e dei nostri giudizi sulla parola e sul dono d’amore di Cristo.

In realtà anche la tentazione di cedimento ci sta a ricordare che siamo tutti mendicanti d’amore.

(1Re 19,4-8; 1Cor 11,23-26; Gv 6,41-51)

2018-11-27T17:15:33+00:00settembre 23rd, 2018|Omelie (vedi tutte) >|