//L’uomo abbandonato

L’uomo abbandonato

(Mt 27, 1-56)

Se la liturgia di ieri ci consegnava il volto di un Gesù dalla consapevolezza straordinariamente serena e pacata di chi affidava al segno del pane il dono della propria vita, oggi il grido del Crocifisso che squarcia il cielo di Gerusalemme è straziante.

Siamo al culmine dell’esperienza umana di Gesù: il suo grido è rivolto a quel Dio Padre con cui aveva appena pregato nel giardino del Getsemani, col quale da sempre aveva dialogato nelle notti sul monte da solo, o all’alba quando ancora buio camminava sulle rive del lago … ma quello era il buio della poesia e dell’incanto dei riflessi che riverberavano sulle acque del lago di Genezaret.

Ora ci pare di sentire quel grido tremendo che scuote i fondamenti della terra e le stelle del cielo: Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato? È l’inizio del salmo 21/22 che sgorga dalle labbra riarse dalla sete di Gesù e dal suo cuore di infinito dolore.  Con le mani e  piedi inchiodati nell’immobilità decisa da di chi pensava così di liberarsi di lui, del suo scomodo girare per città e villaggi, sui sentieri dell’uomo… Raccogliendo le ultime forze riesce a gridare al Padre tutta la sua vita: perché? Perché Dio non rispondi? Perché non intervieni? Dove sei?

Un perché gridato e reso ancora più acuto dalla protervia dei passanti, dalla saccenza dei capi dei sacerdoti, degli scribi e degli anziani, dall’arroganza dei due crocifissi con lui (Matteo non li differenzia come Luca): ha salvato gli altri e non può salvare se stesso! Un perché  ancora più sofferto a causa della profonda solitudine: dei suoi amici. Dei discepoli Matteo non vede traccia sotto lo croce, solo registra gli sguardi delle molte donne che da lontano avevano seguito Gesù per servirlo.

Gesù è solo, tremendamente solo. Solo sulla croce tra dolori acutissimi: sul monte delle beatitudini aveva sognato un mondo diverso, sul monte Golgota ogni sogno è frantumato, ogni relazione è spezzata. È davvero buio dentro e intorno a lui. Ma una cosa gli è rimasta: poter gridare a Dio, questa possibilità non gli è stata tolta, gridare il suo sentirsi abbandonato.

Con lui gridiamo anche noi nel nostro piccolo o grande dolore: gridano le popolazioni che soffrono violenze e ingiustizia, gridano i malati in ospedale, i perseguitati nelle prigioni, gli immigrati e tutti gli sfruttati delle nostre città.

In questi giorni di passione, a fronte di questo grido viene spontaneo pensare a Gesù come al simbolo della sofferenza universale. Anche i giornali e le televisioni parlano molto di cose cristiane in questi giorni; ricordano con simpatia le celebrazioni della passione come care tradizioni popolari. Ma è triste vedere il vangelo cristiano trattato come una filastrocca nota e scontata. Come se Gesù, anziché segnare la storia in due, fosse il simbolo prevedibile e un po’ sbiadito della sofferenza universale.

Dove sta il Vangelo? Qual è la buona notizia? Anche al tempo di Gesù c’erano già il buddismo  e l’induismo (VI sec. A. C.): religioni e sistemi di pensiero che intorno alla sofferenza avevano detto molto. Gesù non insegna una disciplina per affrontare il soffrire umano, non consegna una filosofia per dare senso al dolore … cose assolutamente importanti e di grande dignità, ma insufficienti. Il suo grido al Padre ci apre su un’altra dimensione.

Tante persone di fronte al dolore non amano sentire chiacchiere, né vogliono risposte scontate, non gradiscono accanto a sé persone superficiali o facilone, di quelle che sanno tutto. Meglio il silenzio di una parola vuota. Meglio il rispetto discreto che una presenza formale. Meglio parlare di sport che di Dio in certi momenti cruciali, perché c’è un tempo per tutto: c’è il tempo del rifiuto e dell’isolamento, c’è il tempo della rabbia, c’è il tempo della tristezza e quello dell’accettazione.

Ho letto il racconto di un uomo che amava collezionare reliquie. Ne teneva in casa un’infinità, custodite dietro vetrine pulitissime e ben ordinate. Chissà dove andava a scovarle e chissà se tutte erano autentiche. Ad un certo punto diceva che il suo sogno era quello di essere trasportato con un macchina del tempo a Gerusalemme nel giorno della morte di Cristo, per raccogliere sulla collina del Golgota anche solo la ruggine di un chiodo della croce, qualche goccia di sangue da conservare in un’ampolla, una spina della corona, una scheggia di legno staccata dal palo della condanna.

Personalmente non mi sono mai tanto piaciute le reliquie, ma ho lasciato che la domanda mi sfiorasse: «E io cosa porterei via dalla scena della Calvario? Quale reliquia vorrei conservare nella mia casa come memoria della passione?». La mia attenzione è stata richiamata da un particolare del racconto di Matteo: «Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte». Se ci pensiamo bene è davvero terribile questo passaggio gettato quasi per caso nel racconto della passione: nelle dense tenebre che sovrastano la terra e nelle lunghe ore della sofferenza e della morte del Figlio di Dio c’è chi gioca a dadi, chi tira a sorte, chi butta per terra un paio di minuscoli cubi per portarsi a casa una tunica usata da indossare l’indomani.

Gesù dalla croce guarda i soldati che tirano i dadi e sa bene che quello che vede è scritto sempre nel salmo 21/22: si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. I dadi dei soldati sembrano lì a dare ragione a quelli che dicono che Dio non esiste. Non è forse vero che proprio Lui, il Figlio, sta morendo come un delinquente appeso a un palo ed il Padre tace, non risponde, non fa nulla, lo abbandona al proprio destino? L’ha buttato nel mondo come si getta un tiro di dadi; l’ha consegnato alla confusione e alla cattiveria dell’uomo. Poi ha ritratto la mano, e l’ha nascosta per sempre.

È proprio vero che Dio vede l’affanno e il dolore, che tutto porta e tiene nelle sue mani? E i soldati, al contrario, non si curano di quell’uomo che sta morendo in croce: è più importante per loro vedere come finisce il gioco, chi lancerà il colpo vincente, piuttosto che assistere ad un’agonia non molto diversa da tante altre. Mi sembra di essere lì e di ascoltare dopo il grido di Gesù, il grido di vittoria o una bestemmia di disappunto per la partita persa.

I dadi dei soldati sono la reliquia dell’indifferenza dell’uomo e della disperazione di chi soffre. Ma l’azzardo di questo gioco crudele mi rivela che il grido di Gesù non aspetta la risposta di Dio, ma la mia. Posso accettare il rischio di scommettere su un Dio che muore così.

Punto tutto su di lui, su quel Crocifisso che mi rivela un amore inaudito, che posso solo guardare senza capire: Scommetto su di te, Signore; quello che mi rimane lo gioco per te, anche se non ti capisco, anche se è buio, anche se non ha senso puntare tutto su un Messia sconfitto, su un Cristo sbeffeggiato e deriso, crocifisso tra i malfattori. È un tiro disperato, un azzardo senza speranza. Ma so che in questa partita della vita di cui nulla conosco e nulla comprendo tu tieni tra le mani il tiro vincente.

Proprio questa vita che a volte somiglia ad una partita a dadi dall’esito incerto, ad una scommessa che pare perduta per sempre, ritorna a commuovermi per l’azzardo di Dio, per lo spreco infinito di chi non getta nel mondo una manciata di cubi colorati, ma se stesso, fino a morire. Vorrei imparare a vivere così, senza calcolare troppo, libero dalla paura di perdere e di perdermi, in un gioco di cui Dio solo custodisce il segreto. Oggi, Signore, raccolgo i dadi dei soldati. Li tengo con me, come una reliquia preziosa, come la memoria della tua scommessa d’amore.

E mi viene da pregare con quelle parole di Charles de Foucauld che sono dure da dire, non sono facili, anzi alcune volte, lo riconosco, non sono riuscito nemmeno ad arrivare fino in fondo:

Padre mio, mi abbandono a Te,

fa’ di me ciò che ti piace;

qualunque cosa tu faccia di me,

Ti ringrazio; grazie di tutto; 

io sono pronto a tutto; accetto tutto;

Ti ringrazio di tutto

purché la Tua volontà si compia in me,

mio Dio,

e in tutte le Tue creature, in tutti i Tuoi figli,

in tutti coloro che il Tuo cuore ama.

Non desidero niente altro, mio Dio,

rimetto la mia anima nelle Tue mani.

Te la dono, mio Dio,

con tutto l’amore del mio cuore,

perché Ti amo.

Ed è per me un’esigenza d’amore

il donarmi,

rimettermi nelle Tue mani

senza misura; 

mi rimetto nelle Tue mani

con una fiducia infinita

perché Tu sei il Padre mio.

2018-11-13T16:21:12+00:00aprile 2nd, 2010|Omelie (vedi tutte) >|