//L’inizio della nostra avventura di poveri cristiani

L’inizio della nostra avventura di poveri cristiani

Noi vorremmo essere come i due angeli vestiti di bianco che si mettono a sedere dentro il sepolcro, vorremmo poter stare dentro quelle tombe sulle quali innumerevoli Marie di Magdala oggi nel mondo corrono a piangere i loro cari, i loro mariti, i loro figli, il loro paese… come in Kenya, in Siria, in Libia e poter dare un poco di sollievo.

Noi vorremmo essere come i due angeli con la veste battesimale, quella bianca, non perché siamo immacolati, ma perché rivestiti di Cristo e di una speranza incrollabile da condividere con tutti coloro che piangono per le mille ingiustizie che hanno subito, per le angherie e le violenze…

Voi penserete che sia un poco presuntuoso pensarla così, forse viene più semplice stare dalla parte di Maria di Magdala (Gv 20,11-18). Ci immedesimiamo in lei che è lì, fuori dal sepolcro, a piangere e nella sua tristezza e nelle sue lacrime ritroviamo un poco di noi.

Il dolore è tanto e tale che con i suoi occhi gonfi di lacrime non riconosce che Gesù le sta davanti, non riesce a vederlo: lei lo aveva nel suo cuore e nella sua mente come un morto da ungere, un oggetto del suo amore, lo cerca come uno che è defunto, perché lo ha visto dare l’ultimo respiro.

Gesù risorto cosa fa? La chiama per nome. Che tenerezza: il Risorto avrebbe motivo di esibire tutto il suo splendore, tutta la sua gloria e il suo trionfo e invece non si impone, così come non va ad apparire al centro del tempio… No, lui non si impone mai, non toglie la nostra libertà. Lo stile di Gesù non è mai violento, è uno stile umile quello di Dio, non si impone mai.

Quando Gesù chiama Maria di Magdala per nome è come un fulmine che esplode in cielo, come un tuono poderoso che scuote il giardino! E lei vorrebbe abbracciare e trattenere il suo Gesù, e invece lui sempre sorprendente le dice: Va’ dai miei fratelli!

«Ma come, ti ho appena ritrovato, ti sapevo morto e ora che ti ritrovo e sono felice “come una pasqua”… e tu mi mandi via?».

Questa è la trasformazione che come a Maria di Magdala anche noi è chiesto di fare: Gesù non è un oggetto a nostra disposizione, il Signore non è un ricordo del passato, così come l’abbiamo imparato il catechismo, Gesù non è un oggetto di studio, vive nella missione, nella testimonianza.

Questa è l’elaborazione del lutto che Gesù fa con Maria di Magdala: perché piangi? Chi cerchi?  Una domanda che ti chiede di fare verità dentro di te: non sei pronta ad incontrare la novità di Gesù se continui a cercare quello che vuoi trovare! se il tuo cuore cerca il Signore, così come tu rimpiangi il passato, non vedrai mai la promessa di Dio.

Quel sepolcro che era per la donna il punto di arrivo, ora diventa il punto di partenza. È l’incontro con il Risorto che trasforma, che cambia e sospinge perché abbiamo a vivere altrimenti la nostra vita.

Certo normalmente pensiamo che la risurrezione sia una cosa che riguarda la vita dopo la morte, che la risurrezione è la promessa di Dio che si realizza per la prima volta nel Figlio, in Cristo Gesù e noi l’attendiamo con fede alla fine dei nostri giorni.

Ma inviando la Maddalena da quelli che erano i suoi discepoli, e che nonostante il tradimento e la fuga ora chiama i suoi «fratelli», Gesù chiede a quella donna e alla chiesa tutta di uscire, di smetterla di piangersi addosso, di lamentarsi, di alzarsi, cioè di ri-sorgere e solo così può correre a dire agli altri la gioia del Vangelo!

C’è una risurrezione che comincia già qui, dopo che hai incontrato il Risorto. Se conosci solamente un Maestro, studierai la sua dottrina, se conosci un amico ne piangerai la scomparsa, ma se hai incontrato Gesù risorto e vivo, allora non puoi stare fermo, non puoi accontentarti di qualche preghierina…

Cosa si dice dei cristiani oggi? In genere vengono definiti come quelli che «vanno in chiesa», come coloro che «vanno a messa»…  Cioè come quelli che vivono in uno stato quiescente di ricezione di una vita sacramentale, niente di più.

Ci sarà ben un motivo se per la maggior parte della gente i cristiani di solito sono definiti come coloro che «vanno in chiesa», ed è una cosa bella, ma davvero si esaurisce in questo movimento l’essere discepoli di Gesù?

Se il nostro essere cristiani coincidesse semplicemente con il nostro andare in chiesa, sarebbe stato sufficiente che Maria di Magdala continuasse a rimanere vicino al sepolcro.

Invece Gesù a lei e a tutta la chiesa dice: Va’ dai miei fratelli! E poi ancora: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro.

Credevamo di assistere alla fine della storia e invece ci rendiamo conto che la storia comincia da qui. La pasqua è davvero l’inizio della nostra avventura di poveri cristiani.

Se ci fidiamo di Gesù risorto, allora cambia il nostro modo di stare al mondo, cambia il nostro modo di abitare la terra, di trattare il creato, cambiano anche i rapporti col denaro, cambia il modo di lavorare, di stare con gli altri…

Se sappiamo che un giorno risorgeremo con Cristo, allora guardiamo già oggi alla vita con una luce diversa, la viviamo  in una prospettiva capace di vedere i problemi e le difficoltà che incontriamo senza lasciarcene opprimere e schiacciare, abiteremo questo mondo in un certo modo, che Gesù sia risorto non ci può lasciare indifferenti nel nostro modo di stare al mondo.

Sapere che risorgeremo con lui vuol dire che cercheremo di vivere e di lavorare nell’attesa di incontrarlo.

Sapere che risorgeremo ci chiede di vivere e di amare capaci di un’etica del rispetto nei confronti degli altri e di un’etica della responsabilità nei confronti delle cose.

Con la risurrezione, come scriveva Ignazio Silone, inizia l’avventura di noi poveri cristiani che non hanno altro che il Padre Nostro, un istintivo attaccamento alla povera gente e l’idea di un’economia al servizio dell’uomo[1].

Forse un giorno arriverà la stagione in cui dei cristiani non si dirà semplicemente che «vanno in chiesa», ma che, come gli angeli di Pasqua, sono testimoni di una vita che vince la morte.

[1] «Rimane dunque il Pater Noster. Sul sentimento cristiano della fraternità e un istintivo attaccamento alla povera gente, sopravvive anche la fedeltà al socialismo. So bene che questo termine viene ora usato per significare le cose più strane e opposte; ciò mi costringe ad aggiungere che io l’intendo nel senso più tradizionale: l’economia al servizio dell’uomo, e non dello Stato o d’una qualsiasi politica di potenza» (Ignazio Silone).

 

2018-11-13T16:28:30+00:00aprile 5th, 2015|Omelie (vedi tutte) >|