//L’epifania di Nazaret

L’epifania di Nazaret

(Rm 8, 3-9; Lc 4, 14-22)

Ci sorprende un poco la pagina di oggi: abbiamo appena celebrato il Natale di Gesù… e ora la liturgia, in questa domenica prima dell’Epifania, ce lo fa incontrare ormai trentenne nella sinagoga di Nazareth. Questo perché in queste domeniche assistiamo a diverse manifestazioni di Gesù, a diverse «epifanie», quali la visita dei Magi, il Battesimo al Giordano, le nozze di Cana… che vanno descrivendo la missione del Bambino di Betlemme.

Ebbene oggi siamo appunto in quella che possiamo chiamare «l’epifania di Nazaret» che è curiosa perché Gesù inizia a manifestarsi nel suo paese, proprio lì dove era cresciuto, dice Luca. Perché ci sia una storia di salvezza, c’è bisogno anche di una geografia della salvezza. Gesù torna nella sua terra, tra le case e le famiglie che conosceva bene e dove era anche conosciuto per aver trascorso la maggior parte dei suoi anni di vita. Su questi anni i vangeli sono straordinariamente silenziosi: cogliamo solo quale breve e fugace riferimento come nel passo di oggi: a Nazaret dove era cresciuto e secondo il suo solito di sabato entrò in sinagoga e si alzò a leggere. Sappiamo dunque che in questi anni aveva imparato a leggere, che di sabato normalmente andava in sinagoga… questi sono gli anni della vita silenziosa di Nazareth.

Una grande figura del secolo scorso, il beato Charles de Foucauld, ci ha insegnato a considerare i trent’anni di Gesù a Nazareth, non come un periodo preparatorio a quella che in genere chiamiamo la sua “vita pubblica”, ma a guardarli come gli anni in cui Gesù ha condiviso la vita quotidiana, le gioie e le fatiche di ogni giorno, ha imparato un mestiere, ha avuto degli amici, ha condiviso la semplice vita di un villaggio con tutti i pregi e limiti… Con questa consapevolezza Charles arrivò a dire: «Voglio Seppellirmi adesso nella vita di Nazareth come si è seppellito Gesù stesso durante i trent’anni … E fu la costante della sua vita, anche quando decise di andare nel deserto algerino in mezzo alla comunità musulmana senza la pretesa di convertire perché, scriveva: «Nazareth sarà sempre stabilirsi in mezzo agli uomini, essere il lievito nella pasta, predicare dicendo niente, irradiare senza rumore».

Questo mi sembra già un bellissimo invito per noi che dopo il trambusto delle feste desideriamo anche tornare alla vita di ogni giorno: come Gesù a Nazareth anche noi torniamo alla fedeltà quotidiana, all’impegno discreto e costante, sull’esempio di quei trent’anni di Gesù di cui sappiamo poco, ma da cui possiamo imparare molto.

Il vangelo di oggi sembra quasi fotografare uno di questi momenti della vita di Nazaret: siamo di sabato nella sinagoga di Nazareth quando a Gesù tocca leggere come lettura del giorno il cap. 61 dove il profeta Isaia parla del Messia, del Cristo che avrebbe ricevuto la pienezza dello Spirito. Cos’è stata una coincidenza? O una provvidenza? Gesù sapeva che ci sarebbe stato quel passo e quindi si è presentato lui a leggere?

Non è questo ciò che interessa a Luca e non possiamo sapere quali motivi abbiano spinto Gesù proprio quel giorno a leggere in sinagoga, sta di fatto che Gesù fa proprie quelle parole di Isaia e dopo aver letto che Lo spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri… Con una delle prediche penso più folgoranti della storia – e anche tra le più brevi – conclude: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato.

Oggi avviene quello che Isaia attendeva e con lui tutta la Scrittura: infatti Gesù ha ricevuto l’investitura dello Spirito proprio nel battesimo del Giordano, quando lo Spirito la voce dal cielo disse: Tu sei mio figlio l’amato (3,22). Lo spirito di Gesù è lo Spirito del Figlio che dice la premura del Padre per i poveri, i prigionieri, i ciechi, gli oppressi… ovvero per l’uomo, per la donna, per ogni creatura che siamo noi. Per questo è Figlio, perché il figlio è colui che si fa fratello degli altri, di tutti, altrimenti non è figlio e lo dice con i quattro esempi di Isaia.

Cristo comincia la sua epifania anzitutto dai poveri, come era accaduto a Betlemme con i pastori, Gesù conferma che Figlio di Dio viene per portare il lieto annunzio ai poveri, agli anawim. Gesù viene per portare una speranza a questa gente, a coloro che non hanno rilevanza nell’impero di Augusto, alle vite di scarto di chi abita le periferie dei centri di potere… ma poveri siamo anche tutti noi che abbiamo bisogno di Dio perché sappiamo che la vita non ce la siamo data da soli, né l’intelligenza, né l’amore, né la cura che gli altri hanno di noi.

Quale può essere per i poveri un lieto annuncio? Che avranno tanto denaro? Che avranno una vita facile? Niente di tutto ciò: il lieto annuncio è che Dio si prende cura di loro. Il vangelo, il lieto annuncio per i poveri è che non sono tali per castigo di Dio, ma per l’ingiustizia del mondo e che Dio sta dalla loro parte, sta dalla parte giusta.

In secondo luogo, Gesù si fa carico anche di chi è incatenato e imprigionato. Nel nostro modo di pensare comune i prigionieri sono in carcere perché hanno compiuto qualche reato o qualche delitto e proprio per questo è bene che ci stiano, diciamo noi… ma è anche vero che non tutti i prigionieri sono in carcere: c’è tanta gente prigioniera di vizi, di dipendenze e di paure e si trova rinchiusa in gabbie dorate, ben più di quanti siano segregati in qualche penitenziario. Qualunque sia la causa di dipendenza, di schiavitù, di prigionia o di paura il Signore offre a tutti la possibilità di essere liberati: non c’è dipendenza né schiavitù che possa ridurre l’uomo a semplice oggetto, cosa da sfruttare, perché ogni uomo custodisce in sé, anche se talvolta offuscata, l’impronta di Dio.

In terzo luogo, il messia viene a dare la vista ai ciechi. Sappiamo quante volte Gesù ha restituito concretamente la vista a chi non vedeva, ma anche quante volte ha denunciato la cecità di coloro che invece erano abbagliati dall’orgoglio, dall’io. La cecità è anche la falsa lettura della realtà, la lettura sbagliata del mondo, della vita, una comprensione spesso miope al punto che non vediamo gli altri come fratelli e sorelle, ma come avversari, concorrenti o addirittura nemici. Gesù ci può guarire dall’invidia, che come dice il termine stesso, è avere l’occhio malato, è proprio il male nello sguardo!

Quarto. Il Signore restituisce la libertà a chi è oppresso, a chi è vessato, a chi è schiacciato dai prepotenti e dagli arroganti… Ma anche da chi è oppresso dai debiti, dalle paure, dalle aspettative che gli altri hanno su di lui. Il vangelo di Gesù ci restituisce la libertà dei figli di Dio, come scrive Paolo e come dice anche nella seconda lettura, ed è la condizione con la quale stiamo davanti agli altri consapevoli di essere resi tutti fratelli in Cristo, ognuno per la sua parte e con i suoi doni, ma in definitiva siamo figli dello stesso Padre e fratelli e sorelle tra di noi.

Infine, come a raccogliere in sintesi questi tratti della missione del Cristo, Gesù dà inizio all’anno di grazia del Signore. Da quel giorno ogni anno può essere un anno di grazia, ogni anno c’è una carezza che il Signore dà a tutti, nessuno escluso, ed è la possibilità di aprire il cuore e di cambiare vita.

Preghiamo insieme perché questo sia un anno di grazia. Preghiamo perché ogni nostra casa sia come Nazaret: il luogo della fedeltà discreta, della preghiera, dell’amore e della cura per i poveri, per chi fa fatica, il luogo dove apprendere la grammatica della fraternità.

2018-11-13T16:26:26+00:00gennaio 5th, 2014|Omelie (vedi tutte) >|