Laceratevi il cuore e non le vesti, ci ha detto il profeta Gioele e potremmo raccogliere il suo invito iniziando questo tempo di quaresima prima ancora di decidere quale penitenza, quale rinuncia fare, nel lacerare il nostro cuore, che vuol dire guardarci dentro e riconoscere come siamo messi, senza finzioni, senza quelle maschere che usiamo abbondantemente -e non solo a carnevale- per scoprire, come ci racconta il vangelo di Matteo, che sono tre le cose contano nella vita – che poi cose non sono -, perché si tratta di tre relazioni che costituiscono la nostra benedizione, la nostra benedizione di vita.

La prima è la relazione con il creato, con le cose, con ciò che ci circonda e che troviamo quando veniamo al mondo, con l’aria, il cielo, la terra, il mare, le montagne. Nasciamo in un mondo che ci precede e che lasciamo quando ce ne andiamo per consegnarlo a chi viene dopo di noi.

La seconda è la relazione con Dio, con chi ci ha creato, con chi ha inventato la vita. Nasciamo come figli, figli dei nostri genitori nel senso che la vita ci viene donata da loro amore. Ma nasciamo anche come figli di colui che ci ha donato i genitori, ci ha donato la vita, l’amore. Intuiamo che esiste qualcuno che anima, vivifica e ci ha fatto questi doni.

E poi viviamo della relazione con gli altri, con le persone. Appena nati cominciamo a relazionarci con i genitori, coi fratelli e le sorelle, poi con la famiglia dei parenti, poi col quartiere, con la città, con il Paese, diventiamo consapevoli di abitare un continente… di vivere insomma delle relazioni con un’umanità, quella in cui abitiamo, ma anche quella che ci ha preceduto e che ha fatto, nel bene e nel male, la storia.

Ecco noi siamo fatti di queste cose qui. Il nostro star bene corrisponde al grado di benedizione con cui viviamo queste tre relazioni. Sarebbe così semplice non perdere mai di vista questo intreccio, ad esempio quando lavoro come vivo queste tre relazioni? Con l’ambiente, con Dio e con gli altri? Quando studio, quando mi impegno nel sociale, nella comunità… come abito la terra, la spiritualità, il servizio al prossimo?

Sarebbe così semplice, ma non lo è e lo sappiamo bene.

Però è importante partire dalla consapevolezza che veniamo al mondo con questa benedizione e che possiamo crescere in questa ‘sapienza’. Il mondo ha bisogno di sapienza. La conoscenza non è sufficiente, non è abbastanza, stiamo annegando nelle nostre conoscenze. Nei confronti del creato ad esempio abbiamo impiegato la nostra conoscenza per sfruttare al meglio i combustibili fossili per tutti gli usi necessari, ma non abbiamo considerato quanto poi fosse saggio emettere così tanta CO2, o metano o ossido di azoto nell’ambiente!

Abbiamo necessità del dono della sapienza per saper tenere insieme il rispetto per gli altri esseri umani, per Dio e per il creato in cui viviamo. Se l’essere umano è definito dalle sue relazioni, per cui abbiamo bisogno delle cose per vivere, del cibo, dell’aria, del sole… così come abbiamo bisogno degli altri e abbiamo bisogno di Dio, però è anche vero che possiamo vivere queste tre relazioni in un modo piuttosto che in un altro.

È evidente che io posso avere un rapporto malato con le cose: posso sfruttare il creato, la natura per me, per il mio interesse, per il mio tornaconto e dimenticare che è dono di Dio e che magari queste mie azioni hanno delle conseguenze sulla vita degli altri.

Così come anche con le persone, posso servirmi di loro, posso usarle, possederle come oggetto e non come dono di Dio, come esseri umani. Anzi posso discriminarle e credere che la differenza di cultura, di etnia le considero di fatto inferiori alla mia cultura, alla mia etnia. E questo è il cuore del razzismo, come scrive don Luigi Ciotti: “Il nostro è un tempo di diritti negati e disuguaglianze, tempo dell’io e non del noi”[1].

Ma anche nel mio rapporto con Dio ci sono tanti modi malati di vivere la fede. Anziché stare davanti a lui come a chi mi ha dato la vita e l’amore, lo riduco a un oggetto, pretendendo che faccia quello che voglio io… Riduco Dio a un totem, la religione diventa un fatto privato, sganciato dalla relazione col creato e con gli altri, e da questo atteggiamento nascono molte nevrosi e molte malattie dell’anima.

La mancanza di sapienza distrugge la vita, distrugge il mondo. Non è un caso, come scrive uno scienziato che siamo la prima specie in quattro miliardi e mezzo di anni su questo pianeta che può scegliere di non andare verso la propria estinzione. Ovviamente non abbiamo ancora scelto.

È sulle scelte di ogni giorno che dobbiamo concentrarci. Non basta scegliere il bene una volta per tutte. È ovvio che tutti vogliamo il bene, ma portarlo avanti è difficile. Difficile è fare ogni giorno le scelte giuste.

Ecco perché parliamo di tentazioni. Ma ci siamo arrivati solo ora e volutamente. Vorrei cogliessimo anzitutto la bellezza della chiamata della nostra vita. Siamo qui non per mortificarci, per fare penitenza… Dio non ha bisogno dei nostri sacrifici. Siamo qui perché la nostra vita fiorisca, dia il meglio secondo la giustizia di Dio nelle tre relazioni che costituiscono il mondo, il cosmo, la vita stessa.

Se scegliamo una penitenza, se decidiamo di intraprendere il cammino austero della quaresima con qualche rinuncia è perché vogliamo crescere in sapienza nelle scelte della vita, nelle decisioni di ogni giorno, quella sapienza che ci fa dire dei ‘no’ per riuscire a fare della nostra vita un’opera d’arte, un capolavoro. Guardiamo Gesù: l’inizio della sua missione avviene nel deserto, sappiamo però che il mattino di Pasqua lo incontreremo in un giardino. Il cammino da una condizione all’altra è lungo tutta una vita.

Gesù dice un primo no alla tentazione di ridurre il creato a qualcosa di utile solo a se stesso. L’uomo non vive di solo pane, non siamo fatti solo per divorare, ingoiare, riempirci. Certo anche questo è necessario, ma non solo. Ascolta il creato, ascolta la parola creatrice. Ascoltiamo il grido che sale dalla terra oggi che mi sembra ci stia domandando che le soluzioni ai problemi ambientali non vanno cercate soltanto nella tecnica, ma anche in un cambiamento del nostro atteggiamento umano, un cambiamento dell’essere umano, altrimenti affronteremmo soltanto i sintomi.

Sapienza vuol dire essere più umili, vale a dire essere a contatto con l’humus che significa ‘terra’. Essere umili significa essere a contatto con la terra, a contatto con la propria terrestrità. Ricordiamoci che non c’è una foresta pluviale cattolica, o un oceano luterano, o una luna ebraica, o un sole islamico o un fiume ateo… siamo tutti sotto lo stesso cielo.

La seconda tentazione riguarda la relazione con Dio. Qui addirittura Satana diventa teologo perché dato che Gesù ha risposto citando la Bibbia, allora Satana dice: Ho capito, allora cito anch’io la parola di Dio per chiedergli quello che voglio io.

Perché è così, a noi interessano solo le cose che Dio ci dà: la salute, i soldi, un po’ di fortuna… è come uno cui non gli interessa niente dei genitori, gli interessa che i genitori gli diano i soldi, la macchina… ma questo è un rapporto malato. È la perversione della relazione. A uno non gli interessa niente del marito o della moglie, gli interessano le prestazioni che gli dà. Che amore è?

Così siamo noi con Dio: la tentazione non è quella di custodire una relazione d’amore con lui e quindi di ascoltarlo, ma di chiedere segni, miracoli, vantaggi. Dio ci dà già tutto: il creato, il sole, la luna, il mare… ci ha dato il mondo, ci ha dato la vita, cosa vogliamo di più?

Infine abbiamo l’ultima tentazione che riguarda il rapporto con il potere e con gli altri, con le persone. Una tentazione decisiva – non perché le altre non lo siano – ma perché qui si gioca il senso della vita e della missione di Gesù e quindi anche la nostra.

Anzitutto ricordiamoci che questo passo viene subito dopo il fatto che Gesù è stato nel Giordano dal suo maestro Giovanni il Battista, e durante quell’immersione lo Spirito santo era sceso su di lui dal cielo mentre la voce del Padre gli diceva: “Tu sei il mio Figlio, l’amato: mi piace proprio quello che fai” (Mt 3,17). Un evento che ha cambiato la vita di Gesù, le ha dato una nuova forma, perché da quel momento egli non è più solo il discepolo del Battista, ma è unto come profeta, ripieno dello Spirito. Per questo lascia Giovanni e gli altri membri della comunità e si allontana dal Giordano, inoltrandosi nel deserto di Giuda dove deve fare opera di discernimento: come attuare la missione?

Servirsi degli altri, dominarli è la via più facile, più scontata. Anche perché sembra che la gente non chieda altro. Lo scriveva in maniera magistrale un giovanissimo giurista Étienne de La Boétie (1530-1563) in un saggio breve ma quanto mai attuale: Discorso della servitù volontaria. “Vorrei soltanto capire come sia possibile  che tanti uomini, tante città, tante nazioni a volte sopportino un solo tiranno che non ha altra potenza se non quella che essi gli concedono”. “E non di un Ercole né di un Sansone, ma di un ometto solo, nella maggior parte dei casi il più vigliacco della nazione”. “Sono i popoli infatti che si lasciano e si fanno maltrattare, dal momento che, smettendo di servire, sarebbero liberi; è il popolo che si fa servo”. “Chi vi domina ha soltanto due occhi, ha soltanto due mani, ha soltanto un corpo e non ha nulla in più dell’ultimo uomo del grande e infinito numero delle vostre città, tranne il privilegio che voi gli concedete per distruggervi”.[2]

È vero che noi vogliamo dominare, controllare, ma è anche vero che cerchiamo qualcuno che ci comandi e ci tolga dall’impaccio della libertà. Gesù non solo resiste alla tentazione di farsi padrone della nostra vita e della nostra fede non pensando alla sua missione come a una conquista, a un grande raduno di credenti su cui dominare, ma ci vuole liberi, liberi di amare.

Chiediamo dunque il dono della sapienza per poter vivere le relazioni che contano della nostra vita, compiendo ogni giorno le scelte giuste.

(Gio 2,12-18; Mt 4, 1-11)

[1] Luigi Ciotti, Lettera a un razzista del terzo millennio. Torino 2019

[2] Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria. Milano, 2018