Sono tre le domande che questa pagina di Vangelo mi suggerisce.

Anzitutto, cosa c’è nel cuore di Gesù quando pronuncia questo comando, amatevi gli uni gli altri ? Poi, cosa c’è nel nostro cuore, quando le ascoltiamo? E infine, cosa c’è nel cuore della nostra umanità di fronte al comandamento dell’amore?

Anzitutto cerchiamo, per quello che è possibile, di ascoltare Gesù che si affida e che si confida con i suoi amici e le sue amiche, così come il cap. 15 di Gv ci ricorda. Siamo durante l’ultima cena dove l’emozione del momento è intensa e forte. Incombe un clima incerto e teso e Gesù dopo aver lavato i piedi ai suoi, parla loro dell’amore. Il suo testamento, se così lo possiamo chiamare si concentra sull’eredità più preziosa che è il frutto della sua intensa e breve vita: amare.

E sì che Giuda è appena uscito, Pietro sappiamo come si comporterà… anzi per questo e a maggior ragione, quando Giovanni ripensa alle parole sull’amore, dopo la morte e risurrezione di Gesù ne comprende il senso: non siamo solo di fronte a un distacco affettivo da colui per il quale hanno rischiato tutto, hanno lasciato tutto… rileggere dopo la Pasqua parole come: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» assume tutto un altro spessore.

Giovanni incalza con dei verbi carichi di significato e di densità: dodici volte parla di amore e di amicizia, quattro volte è nominato il Padre … in un pressante argomentare che Gesù precisa come “mio”: “il Padre mio”, così anche l’amore è “il mio amore”, “i miei comandamenti”, “i miei amici, la mia gioia”.

Siccome il Padre ha amato me… Siccome io ho amato voi, amatevi anche voi gli uni gli altri. La sostanza sta qui, prima ancora del dover amare, del comandamento dell’amore, teniamo a cuore questo avverbio: siccome il Padre ha amato me, siccome Io ho amato voi… allora anche voi amatevi.

Giovanni ci trasmette un’esperienza straordinaria: non c’è alcun diaframma tra Gesù e i discepoli, la loro è essenzialmente una comunità di amore, un amore che si vive nella misura in cui i discepoli rimangono innestati in quello di Gesù, il quale a sua volta è innestato nell’amore di Dio Padre, come i tralci nella vite.

Giovanni conosce cosa abita il cuore del Maestro, lui ci stava appoggiato quella sera e l’ha sentito di quanto amore palpitava!

Per questo riesce a capire cosa Gesù ci chiede nel farci dono del suo amore: non ci chiede innanzitutto di amare lui, di ricambiare il suo amore, amandolo a nostra volta. No, la risposta al suo amore è l’amare gli altri come lui ci ha amati e li ha amati. La restituzione dell’amore, il contro-dono, che è la legge dell’amore umano, è amore rivolto verso gli altri.

Ci rendiamo conto che si ribaltano secoli di storia in cui si credeva di fare bene le cose quando si diceva di farle per amor di Dio. Diceva bene Simone Weil: «In senso generale “per Dio” è un’espressione scorretta, Dio non dev’essere messo al dativo. Non andare verso il prossimo per Dio, ma essere spinti da Dio verso il prossimo come la freccia è spinta dall’arciere verso il bersaglio».

Gesù ci consegna dunque un criterio oggettivo per valutare il nostro rapporto di discepoli con lui e con il Padre: l’amore fattivo, concreto verso gli altri. Solo mettendoci a servizio degli altri, solo facendo il bene agli altri, solo spendendo la vita per gli altri, noi possiamo sapere di dimorare, di restare nell’amore di Gesù, come egli sa di restare nell’amore del Padre.

Senza questo amore fattivo non c’è possibilità di una relazione con Gesù e neppure con il Padre, ma c’è solo l’illusione religiosa, l’inganno di una relazione immaginaria e falsa con un idolo da noi forgiato e quindi amato e venerato.

Chiediamoci ora cosa c’è nel nostro cuore dopo aver ascoltato queste parole di Gesù?

Anzitutto la consapevolezza di non aver nulla da insegnare a nessuno: misuro in me stesso lo scarto tra le parole del Signore e la vita di tutti i giorni, dove le parole Amatevi gli uni gli altri lasciano senza fiato.

A chiuderci la bocca è la consapevolezza di essere inadempienti e di non poter aggiungere dunque nulla, nemmeno una virgola alle parole di Gesù. Ma almeno rimane dentro il pensiero e il desiderio che quel comando segni la strada, che di lì si debba andare, che quella sia la direzione della vita, l’orizzonte di ogni giorno.

La questione oggi più urgente, quella che mi dà amarezza ancora più grande, è il fatto di renderci conto che, in questa stagione della storia, nell’umanità di oggi, l’amore è ormai uno straniero.

Se ci domandiamo, ed è la terza domanda, cosa c’è nel cuore della nostra umanità, delle nostre società oggi? Dobbiamo constatare che l’amore è uno straniero. Amare è considerato roba da deboli. Amare è da buonisti. Ormai il totem della sicurezza viene prima di tutto, va adorato a costo anche delle vite umane.

E allora abbiano questi signori il coraggio di dire che Gesù è un buonista! Riconoscano che alla sicurezza che Pietro voleva garantirgli con la spada, Gesù ha risposto con la non violenza! Non ne hanno il coraggio, sono vigliacchi e opportunisti. Lo dico con dolore, perché mi sembra che ormai questo modo di pensare sia talmente diffuso che anche i discepoli di Gesù, i cristiani che hanno ricevuto questo comando dal Signore si siano rassegnati al pensiero – se così si può definire – magari aspettando che l’onda passi.

Purtroppo dobbiamo prendere atto che una parte del mondo ha abdicato al bene per volgere definitivamente al male, ma la cosa ancor più triste è il constatare che accanto a questa parte del mondo ci sta un popolo di ignavi che voltando la faccia dall’altra parte, con la loro afasia non solo rendono possibile il dilagare dell’iniquità, ma ne sono corresponsabili e complici.

Davvero siamo ancora così ingenui da pensare che con l’odio si costruisca un futuro?

Siamo diventati così sciocchi da non aprire il cuore, ma che dico, di non aprire gli occhi sulla storia, sull’esperienza e sulla vita di chi ci ha preceduto per imparare che amare è un affare serio, non è questione di superficiale idealità, di sentimentalismo o utopia, ma che amare è necessario?

Abbiamo relegato l’amore a soggetto delle serie televisive, indugiamo alla morbosità per le segrete trame degli affetti, alle storie volatili dei VIP… per poi in pubblico ridurci a scolaretti muti dei maestri dell’odio e del rancore.

Eppure, anche le carte costituzionali dei Paesi moderni sono state in gran parte nutrite dall’insegnamento della storia e hanno declinato l’amore in termini di responsabilità. Non possiamo dimenticare il grande lavoro culturale, civile, politico nel senso più alto del termine, che i Padri Costituenti hanno compiuto per accompagnare la traversata del nostro Paese dal periodo buio della dittatura a quello della democrazia.

Andiamo a rileggere l’articolo 2 della nostra Costituzione: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo…  e della donna… e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Cos’è la solidarietà politica, economica e sociale se non l’amore che diventa responsabilità per la vita di tutti, del sentirsi responsabili per il futuro di se stessi e degli altri?

Quando si parla di solidarietà si intende dare solidità alla società fluida e ondivaga e perciò sempre esposta al rischio di involvere e di regredire.  Cosa rende “solido” un paese, una città, una repubblica, un’umanità se non il fatto che ciascuno si senta responsabile in solido del destino di tutti? Così che se qualcuno fa più fatica, se rimane indietro, la comunità se ne fa carico, sia esso anziano, malato, disabile, straniero…. In fondo le tasse le paghiamo per questo, anch’esse sono una forma di carità e di solidarietà.

Non è questo ciò che si chiede a un cittadino? E a maggior ragione che si chiede a chi ha la responsabilità di governare un Paese, un continente e che invece continua ad avvelenare i pozzi della cultura, del dialogo, della civiltà. Per avidità di facili consensi in questi pozzi vi gettano dentro parole ostili, minacce, discriminazioni, intolleranze, xenofobie, fanatismi, rancori, volgarità.

Le falde civili ne sono ormai inquinate e, espressioni come ‘pacchia’, ‘crociera’, ‘taxi del mare’, ‘bambini preconfezionati che giungono sui barconi’ riferite alle disperate vicissitudini di nostri simili e che normalmente sono da considerare oscenità verbali, vengono ormai considerate un linguaggio efficace che sa andare al cuore del problema. Così come l’auspicio che i condannati per un qualche reato è giusto che ‘marciscano’ in galera.

Ingoiamo quotidianamente semplificazioni paurose e tweet insulsi e malvagi. Magari rispondiamo con altri tweet di speculare banalità e aggressività, convinti che oggi non si possa che dialogare così.

Le parole del vangelo ci restituiscono a un senso di responsabilità per una nuova resistenza civile a livello politico e culturale al fine di ridare cittadinanza all’amore, declinandolo anche nei termini laici della convivenza.

Di lavoro ce n’è quanto mai: occorre che ognuno di noi senta la responsabilità del momento, non smetta di indignarsi, di smascherare l’imbroglio demagogico, di testimoniare con fermezza buon senso e umanità, affinché nessuno possa pensare, assistendo al nostro silenzio rassegnato, che anche i discepoli di Cristo non hanno nulla da eccepire.

Di sicuro, l’ora è adesso per dare spessore civile e politico al comandamento dell’amore, a un comandamento per il quale Gesù ha donato la sua vita.

(Gv 15, 9-17)