Sono parole da vertigine quelle che abbiamo ascoltato, al punto che potremmo facilmente sentirle troppo lontane da noi che viviamo con i piedi per terra e un poco avulse dalla nostra realtà per noi che abbiamo bisogno di concretezza.

Proviamo a immaginarci la scena nel cenacolo: Gesù si è appena rialzato dopo che si era inginocchiato a terra per lavare i piedi ai suoi discepoli, e dice loro: Amatevi, questo è il mio comandamento!

Se teniamo presente questo fatto, la prima cosa che comprendiamo è che il comandamento di Gesù non è un ordine, un precetto, una norma pronunciata da un superiore, da un militare, da una qualche autorità… è detto da uno che si è speso per loro, si è letteralmente donato per amore, mostrando loro di quanto amore li ami.

È l’amore a suscitare amore. Il comandamento di Gesù nasce dall’amore. Non è un imperativo esteriore, una legge eteronoma che impone un comportamento. Gesù chiede ai suoi responsabilità, più che osservanza.

“Volete che l’amore che ho condiviso con voi in tanti modi come nel lavarvi i piedi, finisca qui? No, e allora amatevi!”. Sembra dire Gesù.

Gesù dopo aver fatto toccare con mano di quanto amore ci ami, suscita la nostra responsabilità nell’amore.

Poi c’è una seconda cosa e che viene provocata dalla domanda di Giuda non l’Iscariota, che non fa che registrare l’interrogativo di molti: ma ami solo noi? Perché non ami tutti? Come fai ad amare il mondo intero?

E qui la risposta è davvero da vertigine perché Gesù dice: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo e prenderemo dimora presso di lui.

Gesù risponde appunto rimandando alla responsabilità dei discepoli, Se ami me, dice Gesù, sei amato dal Padre, ma poi continua: e noi prendiamo dimora in te, nella chiesa, nel popolo che ama.

Così che nel momento in cui lavo i piedi all’altro, alla sorella, al fratello, amo Gesù perché faccio quello che lui ama fare a me. Non solo, dice il Signore, ma lo stesso Padre ti ama perché fai le cose che ha fatto suo Figlio e così questo amore si diffonde, diventa pervasivo, è dinamismo che contagia altri nell’amore… come in una progressiva ondata che avvolge la nostra umanità.

C’è un che di divino nell’amare e da che cosa lo possiamo comprendere? Da una cosa ben precisa, dal fatto che l’amore divino è generativo, non è mai possessivo, non è esclusivista, è responsabilità nel senso che abbatte le barriere, le distanze, i confini e le frontiere.

Se ci pensiamo bene la parola frontiera tra origine dalla fronte della persona umana che si mette di fronte a un’altra per relazionarsi con lei, che dice al contempo la distanza, perché questo è la grandezza dell’amore che vuole essere generativo: non essere mai annullamento della differenza, dell’alterità, non si riduce mai a fusione, ma è capace di stare di fronte, di incontrarsi nel rispetto.

È questa anche l’esperienza di Pietro che ci viene narrata nella prima lettura. Pietro vive un’esperienza, un cambiamento per lui imprevedibile nella sua presa di coscienza di cosa significhi l’amore di Dio manifestatosi in Gesù.

Sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo ama con rispetto (lo teme) e pratica la giustizia a qualunque popolo appartenga (vv.35-36).

Anche se Gesù non ha fatto il giro del mondo, il suo amore sì e lo continua a fare.

E questo esige un ulteriore cambiamento da parte nostra, come per Pietro, di corresponsabilità.

È un cambiamento di mentalità molto forte, è una conversione quella che deve sostenere Pietro.

Pietro si rende conto che lo Spirito arriva prima di noi, senza di noi, quando e come noi non ce l’aspettiamo… e di conseguenza, se uno è attento a come lo Spirito di Dio abita il nostro mondo, fa come lui per cui il battesimo che Pietro dona è un atto di obbedienza all’iniziativa di Dio, di corresponsabilità all’azione dello Spirito.

Perché il dono dello Spirito, v.44, scese su tutti coloro che ascoltavano la Parola, senza che Pietro e gli altri lo avessero invocato! Anzi si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo, al punto che non possono non battezzarli.

Se noi imparassimo a vedere le cose da questo punto di vista cambieremmo prospettiva: non è tanto Pietro che prende iniziativa. Pietro per formazione, per cultura o per carattere, avrebbe fatto volentieri a meno di percorrere tutta quella strada per andare da una famiglia di pagani!

Pietro si sposta da Giaffa fino a Cesarea, percorre 50 km per capire che non deve portare il mondo in chiesa, ma, come continua a dirci papa Francesco, per portare la Chiesa nel mondo.

Il clericalismo è una malattia che nella chiesa toglie libertà ai credenti (papa Francesco).

Caliamo questa Parola nella situazione che viviamo. Oggi siamo chiamati alla corresponsabilità. Il contagio virale della pandemia rischia di favorire il contagio globale di un individualismo fuori controllo, che pare abbia subìto un’analoga mutazione genetica, trasmettendo l’attaccamento ossessivo ai nostri egoismi.

Non lasciamo che sia solo un esserino circa seicento volte più piccolo del diametro di un capello umano a ridurci alla chiusura e alla paura.

Tocca a noi sfrenare l’amore e crescere nella responsabilità.

Sì l’amore è un atto di responsabilità nei confronti della vita, del mondo, della nostra umanità. Non è un esercizio intimistico e consolatorio fine a sé stesso.

La diffusione della pandemia, ci offre, in certa misura ci costringe, a sperimentare nuovi profili della responsabilità, anzi della corresponsabilità che ancor più di prima può far cogliere, se saremo in grado di farlo, il valore primario e unificante del bene comune e del suo essere sicuramente un “di più” rispetto alla semplice sommatoria dei beni privati e degli stessi beni pubblici.

Cosa ci dice la bella notizia della liberazione di Silvia Romano? Di una ragazza che a 24 anni ha voluto attraversare le frontiere per contagiare d’amore i più piccoli, i più sfruttati, se non che l’amore ha bisogno di chi continuamente, anche pagando di persona, se ne assuma la responsabilità. Perché l’amore è responsabilità.

Così come noi stiamo sperimentando la responsabilità della rinuncia ad alcune libertà con la fatica e la preoccupazione che inevitabilmente tale rinuncia porta con sé.

Stiamo sperimentando la responsabilità della distanza con il senso di mancanza che l’accompagna, la responsabilità della sospensione con il modificarsi del senso stesso dell’attesa.

Stiamo sperimentando la responsabilità di nuove forme di prossimità, la bellezza e la fatica di nuove modalità di vita familiare, di vicinato, di quartiere, di nuove forme di condivisione e anche di essere chiesa.

Nel mentre facciamo esercizio di responsabilità verso il presente, le restrizioni dell’oggi da accettare, le misure da seguire, i mutamenti del nostro quotidiano, in effetti, al di là di quanto ne siamo consapevoli, stiamo già costruendo il domani.

Non possiamo non sentirci responsabili e non sentirci anche corresponsabili.

Invochiamo il dono dello Spirito dell’amore anzitutto perché diventiamo sempre più capaci di riconoscere l’amore di Cristo per noi. E poi perché lo Spirito di Dio apra le nostre menti e i nostri cuori a quel senso di responsabilità e di corresponsabilità capace di inondare il nostro mondo dello stesso amore.

 

(At 10,1-48; Gv 14, 21-24)