PENULTIMA DOPO L’EPIFANIA detta Della divina clemenza - Lc 7, 36-50


audio 7 feb 2021

Abbiamo ascoltato una pagina di vangelo quasi scandalosa per questa fisicità imbarazzante: provate a immaginare quali reazioni susciterebbe se una cosa del genere dovesse capitare durante una celebrazione o in una visita pastorale!

Lo scandalo c’è tutto perché Gesù ha intorno a sé due personaggi, due persone che sono tra loro distanti anni luce: da una parte il padrone di casa che lo ha invitato, Simone il fariseo, uno rispettabile, uno che osserva la Legge, fa le offerte, va al tempio, educa i suoi figli nella fede di Abramo… una persona per bene.

Dall’altra parte una donna, peccatrice di quella città, dice Luca, una prostituta. Una donna sbagliata. Chissà perché si è ridotta a buttarsi via così, a vendersi… non ci è dato di sapere. Non ci sono dati elementi per fare della psicologia a buon mercato. Quello che però ci dice il Vangelo è che a un certo punto questa donna non ne può più di fare quella vita. Lo dice con il suo intrufolarsi in quella casa in cui non sarebbe mai entrata se non fosse stata sicura di trovare Gesù. Lo dicono le sue lacrime, il suo pianto così copioso da poter lavare i piedi del Signore.

Gesù ha davanti a sé due vite, due persone che il nostro modo di giudicare valuta senza ombra di incertezza: il primo è degno di stima, la seconda decisamente no.

Questo è il nostro modo di giudicare superficiale, epidermico…  ci accontentiamo di valutare le cose senza sforzarci di approfondire, di capire. E la vita va avanti così, con infiniti moralismi per cui da una parte ci siamo noi e dall’altra loro, di qua io e di là gli altri… sempre pronti ad assolverci e ad essere prodighi di indulgenza e di scuse per quanto ci riguarda, ma altrettanto categorici e spietati con gli errori degli altri. Questo facciamo ogni giorno.

Lo scandalo sta proprio qui Gesù spariglia le carte e guarda un po’, se proprio deve dire parole di rimprovero sono dirette al fariseo: tu non mi hai dato l’acqua… tu non mi hai dato un bacio…  tu non hai unto con olio il mio capo… per tre volte il Signore rimbrotta il padrone di casa. In sostanza Gesù ribalta la situazione e con una certa raffinatezza e un anche umorismo inchioda Simone il fariseo alla sua presunzione e autosufficienza che lo hanno reso peggiore di quella donna.

Simone non vede l’amore che scorre nelle lacrime della donna che inondano i piedi di Gesù. Non vede l’amore di quella donna mentre bacia i piedi di Gesù. Non vede l’amore nelle mani che accarezzano con l’olio i piedi di Gesù. Vede qualcosa di sconveniente, qualcosa di scandaloso in questa fisicità del contatto, del toccare, del baciare, dell’abbracciare… non riconosce il grido disperato di chi vorrebbe amare ma non riesce a farlo se non nel modo che le è sempre stato chiesto per il piacere dei suoi clienti.

Gesù invece vede la grande sofferenza, il profondo dolore di questa donna e comprende che se è arrivata fino a quel punto vuol dire proprio che non ne può più.

Impariamo dal Signore a guardare così le 40 milioni di vittime della tratta che sono sulla nostra terra: sappiamo vedere delle persone? Sappiamo vedere nel 72% di loro i volti di donne? Sappiamo vedere nel 23% gli sguardi di bambine e di bambini sfruttati?

C’è da dire che il Covid ha spostato gran parte di questo traffico dalla strada all’indoor e all’online, rendendo le vittime ancora più invisibili, inavvicinabili e vulnerabili, e soprattutto sempre più schiave.

Potessimo anche solo vedere per un istante cosa passa negli occhi di una donna sfruttata, usata, violentata… nello sguardo di una bambina o di un bambino abusati: quale oceano di dolore, di paure, di sfiducia. Ora Gesù ha bisogno dei nostri occhi per saper vedere il grido di dolore e di disperazione di tante donne. Già troppi sono gli sguardi come quello di Simone, capaci solo di giudicare, di squalificare e di condannare.

Simone che non è presentato come malvagio, e noi con lui, perché allora – ci chiediamo – non è in grado di vedere in quella donna l’amore, ma solo il suo peccato? Il perché glielo dice Gesù.

Se della donna dice: Le sono perdonati i suoi molti peccati perché ha molto amato, quando si tratta di Simone lo provoca così: sai perché tu ami poco? Non perché sei gretto e cattivo, semplicemente perché non senti il bisogno di essere perdonato e allora ami poco!

Al fariseo, maschio, Gesù dice: non sei capace di amare perché non senti il bisogno di essere perdonato, tanto sei tronfio della tua dabbenaggine. Ami con il contagocce, fai le cose giuste, niente da eccepire! Ma se non sai cosa significa perdonare ed essere perdonati, non puoi capire l’amore.

Lo vediamo nelle nostre relazioni: il perdono rigenera, il perdono è un processo difficile, faticoso, sia con Dio che con gli altri, ma il vero cambiamento parte da lì.

Non a caso Gesù introduce la parabola sul condono del debito, che viene ripreso tra l’altro nella preghiera del Padre nostro, quando diciamo: rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori.

La nostra vita è relazione e nelle nostre relazioni siamo sempre debitori gli uni degli altri, perché non amiamo abbastanza, perché non siamo capaci di lacrime, di baci e di carezze… ma siamo pieni di giudizi e di pregiudizi, di moralismi e di condanne.

L’incontro di Gesù con la donna prostituta ci dice che anche una donna così può diventare discepola di Gesù, quando il peccato, attraversato dal perdono, diventa amore, quando il perdono trasforma i gesti del mestiere: le lacrime, i baci e le carezze in gesti di amore.

Vorrei fare un collegamento che potrebbe apparire un poco audace, ma mi è venuto in mente ripensando, quando di lì a qualche anno, Gesù si chinerà a lavare e a baciare i piedi dei suoi amici e delle sue amiche nel Cenacolo… volete che non si sia ricordato dell’amore di quella donna, delle lacrime, dei baci e delle carezze che aveva ricevuto?

Gesù ripropone un amore che non sta nell’ordine del calcolo e della reciprocità, ma come quella donna ha fatto con lui, così egli si china a baciare e a lavare i piedi anche di chi lo tradisce, di chi lo rinnega e di chi si vergogna di lui. Questo è un amore che, come scrive Osea, è come pioggia di primavera che feconda la terra.

Come si vince il male, il peccato? Come si trasformano tante nostre relazioni che sono diventate aride come la terra riarsa d’estate? Se non con le lacrime, i baci e le carezze di un perdono che si abbassa fino ai piedi, sì proprio fin lì, fin nel punto più basso per bagnarli con tutto il dolore che si porta dentro… questo è l’unico modo perché la relazione torni a camminare.

Oggi troviamo il modo di trasformare con il perdono tante offese, tante rigidità, tanto male che abbiamo ricevuto o che abbiamo commesso. Il problema non è chi fa meno peccati, ma chi ama di più, come chiede Gesù al termine della folgorante parabola di oggi: Chi amerà di più?

Chi fa più sacrifici? Ma chi fa più sacrifici poi esige un rimborso! Io ti ho dato, io ti ho fatto… e tu allora come mi ricompensi? Non sono i sacrifici, anche se talvolta sono necessari, a nutrire l’amore, ma il perdono. E forse questo è l’aspetto più difficile in cui credere.

Gesù alla fine dice alla donna: La tua fede ti ha salvata, va’ in pace! Una fede quella della donna che Gesù ha potuto apprezzare non tanto in forza dei discorsi e delle parole, ma grazie alle carezze, ai baci e alle lacrime che quella donna le ha donato.

Che c’entra la fede? Finora abbiamo parlato di amore e di perdono… C’entra sì, perché occorre poterci fidare di un Dio così che si abbassa a lavare i nostri piedi, in quanto noi siamo troppo orgogliosi per poterceli lavare gli uni gli altri, siamo più facilmente seguaci della religione supponente e autosufficiente del fariseo, che non della fede in un Dio che perdona.

“Perché lei ha molto amato. Perché Lui ha molto amato, disse il patriarca Athenagoras. Tutto il cristianesimo è qui”.

Dobbiamo crederci se vogliamo mandare avanti il mondo, ma di quali lacrime, di quali baci e di quali carezze saremo capaci?

(Os 6, 1-6;  Gal 2, 19- 3,7; Lc 7, 36 – 50)