V DI AVVENTO - Gv 1, 19-28


audio 10 dic 2023

Penso seriamente che il compito della nostra fede oggi dovrebbe assumere i caratteri più audaci della profezia. Ovvero di chi, come Isaia o come il Battista, sa tirare fuori la testa dalle convulsioni quotidiane per trapassarle con la parola di Dio.

Sono convinto che Isaia non abbia perso tempo a sognare che il lupo potesse dimorare con l’agnello e che il leopardo arrivasse al punto di sdraiarsi insieme al capretto.

Così come Giovanni il Battista non ha perso tempo a gridare nel deserto di preparare la strada, di raddrizzare la via al Signore.

Non hanno perso tempo nemmeno profeti più vicini a noi, come Giorgio La Pira, uomo di fede e capace di sognare in grande, che in un contesto altamente pericoloso per la pace, fece del sentiero di Isaia una proposta politica capace di arrivare al disarmo generale.

Organizzò i Colloqui del Mediterraneo convinto che i popoli che si affacciano sulle rive di questo mare e che credono nel Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, «la triplice famiglia di Abramo», come la chiamava lui, è chiamata a vivere la profezia della pace in un mondo sempre più minacciato da guerre e distruzione.

In un convegno a Cagliari nel 1973 disse: “È un sogno? È, vero ma questa società apocalittica in cui viviamo e nel cui interno sempre più ci inoltriamo è appunto l’età dei sogni, l’età dell’utopia, l’età nella quale l’utopia diventa storia e il sogno diventa realtà”.

In questi anni che ci separano dalla profezia di La Pira, il sogno del sindaco di Firenze ha subìto duri colpi al punto di essere rimesso in un cassetto della storia. Ed è stato Papa Francesco, che viene dall’altra parte del mondo, a riaprire il cassetto e a chiedere al mondo di guardare al Mediterraneo “già diventato cimitero, come un luogo di futura resurrezione di tutta l’area” (Incontri del Mediterraneo, Bari 2020, Firenze 2022, Marsiglia 2023).

Il Papa ha voluto rilanciare il sogno che La Pira voleva fondare concretamente sul dialogo mediterraneo tra cristianesimo, ebraismo e islam, denunciando anzitutto ciò che tenta di soffocare il sogno, vale a dire l’indifferenza, la retorica dello scontro di civiltà, la debolezza della politica, il delirio di onnipotenza, “la grande ipocrisia” di chi parla di pace e nello stesso tempo vende armi ai Paesi che sono in guerra.

Credo che le tre grandi religioni del mediterraneo siano chiamate urgentemente ad assumere oggi il coraggio della profezia, di sicuro nel rispetto delle differenze e delle rispettive tradizioni, ma soprattutto nel convergere nella ricerca dell’essenziale che le unisce, vale a dire la dignità di ogni essere umano.

Ed è ciò che 75 anni fa, proprio il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, proclamò con la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: la dignità di ogni essere umano.

È per amore della dignità di ogni essere umano, e noi diciamo oggi di tutta la famiglia umana, che osiamo sognare un futuro diverso, per il quale, come religioni abramitiche, abbiamo un compito profetico, necessario.

Le difficoltà che possono scoraggiare non mancano neanche oggi: gli USA mettono il veto all’ONU per l’immediato cessate il fuoco a Gaza; la comunità internazionale non riesce a decidere l’eliminazione, ma nemmeno la riduzione dello sfruttamento delle fonti fossili, degli idrocarburi, per produrre energia (petrolio, gas e carbone); la Russia continua una guerra fratricida con l’Ucraina e che non risparmia i civili.

Le nostre società sono sempre più aggressive e violente, così che chi la pensa diversamente non diventa un avversario, ma un nemico…

Come discepoli del Cristo, del Messia, non possiamo accettare che le religioni si riducano a serve dei poteri forti, quando in realtà siamo chiamati a coltivare la profezia di un’umanità capace di tenere insieme le differenze, di un’umanità capace, come scrive Isaia, di non giudicare secondo le apparenze e di non prendere decisioni per sentito dire.

Un’umanità capace di risolvere i conflitti senza violenza, né odio; un’umanità capace di prendere decisioni eque per gli umili della terra!

Non è ciò che ha fatto Gesù lungo la sua vita?

Non era forse lui così pieno dello Spirito di Dio da essere capace di resistere alla violenza con la dolcezza della non violenza? di non cadere nella trappola dell’inimicizia e dell’ipocrisia? di mantenersi ostinato nel dialogo anche con chi gli tendeva tranelli? di non usare la religione per dividere la fraternità umana?

Ecco lo Spirito che invochiamo anche per noi, per la chiesa, per le religioni abramitiche: lo spirito di sapienza e di intelligenza, lo spirito di consiglio e di fortezza, lo spirito di conoscenza e di timore del Signore.

Lo Spirito faccia di noi una chiesa profetica che non si stanca di raddrizzare la via del Signore.

(Is 11,1-10; Gv 1,19-28)