È struggente la preghiera di Gesù: struggente anzitutto per il contesto in cui il Signore si rivolge al Padre, durante l’ultima cena secondo Giovanni, o nel giardino del Getsemani secondo i Sinottici. Nel momento in cui Gesù prepara il congedo dai suoi amici e discepoli alza lo sguardo al Padre e lo prega affinché siano uniti, siano “uno” come lui e il Padre sono uno.

Poteva chiedere tante cose, augurare salute, pace e prosperità, poteva domandare che andassero d’accordo, che fossero capaci di mediazioni e compromessi, perché si sa che la vita è fatta di questo.

La posta di Gesù è molto più impegnativa: che siano uno! Un termine di riferimento altissimo di una tensione importante: che  i discepoli siano uno, come il Padre, il Figlio e lo Spirito sono uno, sono un amore unico.

Forse ne percepiamo un qualche significato nel desiderio di ogni padre e di ogni madre quando ormai anziani e prossimi alla morte chiedono, desiderano, pregano i loro figli e le loro figlie di mantenere unita la famiglia, di volersi bene, di restare uniti.

E sappiamo che puntualmente, non dico sempre, ma spesso accade che nel giro di poco tempo finiscano per dividersi, per non parlarsi più, per chiudere i rapporti. In genere, la maggior parte delle volte la causa è il denaro, i beni che i genitori a fatica e con grande impegno hanno preparato per il futuro dei loro figli, magari senza godersi granché.

Ed è appunto questo il secondo motivo di struggimento: la constatazione che quella preghiera sembra rimasta sospesa. Accanto a timidi segnali di unità, ancora oggi prevalgono le divisioni anche tra i discepoli di Gesù. Divisioni nelle stesse famiglie, divisioni tra i gruppi, divisioni nelle chiese che pure si dicono cristiane.

Se poi allarghiamo lo sguardo vediamo come le tensioni identitarie sembrano oggi prevalere sul desiderio di unità anche tra i popoli. I nazionalismi che oggi vanno per la maggiore, costruiscono il loro consenso appunto sulla sovranità esasperata di una nazione; i dazi commerciali a protezione delle economie particolari sono usati come arma contro le economie di altri paesi; all’interno delle stesse nazioni, che pure hanno raggiunto l’unità a caro prezzo, non sorprende che ci siano rigurgiti di localismi, di identità “brevi” che sembrano riportare indietro l’orologio della storia.

Insomma siamo in un tempo in cui, dal livello personale e famigliare fino a quello globale e internazionale, prevalgono le tensioni divisive, più che quelle all’unità. Ci sono periodi della storia in cui prevale la capacità di costruire ponti e periodi in cui invece si diventa esperti nel costruire muri, recinti, spazi esclusivi e protezionismi di vario tipo. Oggi pare che siamo nella piena espansione di questa fase.

Ed è in questa nostra condizione che ascoltiamo la preghiera di Gesù e per questo ci interroghiamo: come la parola di Gesù può aiutarci a comprendere questa condizione umana che appare contraddittoria e come può aiutarci a far sì che la sua preghiera non rimanga “sospesa”?

Torniamo a quella notte in cui dopo la preghiera di Gesù successe di tutto, nell’arco di poche ore l’unità di gruppo auspicata dal Signore andò letteralmente in frantumi. Giuda da una parte, Pietro per i fatti suoi, gli altri non si sa bene che fine abbiano fatto, dileguati fino a Pasqua…

Per contro Gesù persevera nell’amore e fonda sull’amore del Padre la sua capacità di amare e prega dicendo: tutti siano uno, siano perfetti nell’unità… perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro. Non fa appello alla buona volontà dei discepoli, non li richiama al buon senso, ma radica l’unità tra di loro sul fondamento dell’unità che sussiste tra lui e il Padre, vale a dire all’amore del Padre nei confronti di Gesù. Ed è un termine di riferimento che ci sconvolge: ci pare un amore altissimo, e soprattutto di che amore stiamo parlando? Perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro.

Possiamo noi sapere qualcosa di questa profonda intimità tra il Padre e il Figlio, così come ci viene talvolta di intuire dell’intimità di due persone che si amano?

Se pensiamo all’amore tra Dio Padre e Gesù, la prima cosa che mi viene in mente è la confidenza, la preghiera. Gesù conosce l’amore del Padre nel momento in cui lo ascolta, nelle notti trascorse in intimità e preghiera con lui dove riceve la sua confidenza.

La frequentazione personale permette di ascoltare l’intimità. Così come Gesù ha pregato e ha confidato nel Padre, anche il discepolo impara l’amore di Dio e l’amore di Gesù nell’ascolto e nella confidenza. L’immagine più bella è quella di Giovanni che in quella sera stava appoggiato al fianco di Gesù e conobbe l’intimità e la profondità dell’amore di Cristo..

E poi nei gesti, ecco noi possiamo intuire qualcosa di questo amore del Padre e di Gesù dai gesti, da come si comportava Gesù, da come Gesù amava comprendiamo di quale amore è stato amato.

È una legge della vita, lo vediamo quotidianamente: se un bambino è amato e non intendo dire viziato o messo sul trono, perché allora diventa un tiranno, ma se è amato, ama. Se è ascoltato ascolta. Se è rispettato, sa cosa significa portare rispetto.

Gesù ama certamente i suoi amici e le sue amiche, ma ama i poveri, ama i piccoli, ama gli esclusi, ama chi cerca e chi si interroga. In questo ci rendiamo conto che ha imparato da un Dio Padre che ama così. Quindi non è un amore che omologa, che ama perché l’altro è uguale a me e mi restituisce l’amore; che ama perché si specchia nell’altro e lo trova coincidente con le sue attese e aspettative!

Questa è la preghiera di Gesù. L’unità non è comandata con un impegno morale e con un perentorio imperativo, ma è invocata come preghiera dal Padre! E per questo viene da domandarci: qual è la risposta di Dio alla preghiera del Figlio? Perché non c’è padre sulla terra che dopo aver ascoltato le preghiere di un figlio non cerchi, nella misura a lui possibile, di soddisfarle, di corrisponderle.

Cosa e come risponde il Padre a Gesù che gli chiede di rendere partecipi i suoi discepoli del loro amore così che siano uniti?

Silenzio. Il Padre non risponde. Sappiamo dai Sinottici che nel Getsemani la preghiera del Cristo fu angosciata al punto da sudar sangue… eppure anche lì, silenzio.

Ma Dio suo Padre – non risponde. Scrive Massimo Recalcati. Come è possibile? È lo scandalo del cristianesimo: Dio può non rispondere a Dio? e che Dio sarebbe un Dio che supplica Dio? Un Dio può pregare? Gli dèi non pregano, solo gli uomini pregano[1].

Gesù prega non come un Dio, ma come un uomo che si rivolge a Dio vissuto come Padre. La cosa più sconcertante è il silenzio di Dio di fronte a questa invocazione. È il silenzio del Padre di fronte alla parola invocante del figlio.

Possiamo capire il silenzio di Dio di fronte alle nostre richieste, alle nostre domande che sono sempre, quasi sempre, bisogni personali, legittimi, ma desideri di un bene particolare… è difficile comprendere il silenzio di Dio a una richiesta come quella che abbiamo ascoltato, sembra un Padre che abbandona il Figlio, non se ne cura, si disinteressa di lui e lascia che vada alla croce e che i suoi discepoli si dividano. Una smentita della promessa.

Ma la cosa ancora più sorprendente è che di fronte al silenzio del Padre, Gesù non risponde né con l’odio ateo, né con la rassegnazione… ma come dirà Giovanni, sulla croce Gesù di fronte al grande silenzio del Padre grida: Tutto è compiuto e consegna lo Spirito. Cosa si compie? Che tutto finisce? Come fa a dire Gesù che la pienezza della sua vita, della sua missione si compie in questo suo donarsi e consegnarsi, mentre il Padre non lo aiuta con la sua onnipotenza?!

Scrive Dietrich Bonhoeffer: solo il Dio sofferente può aiutare. Questo è il rovesciamento di tutto ciò che l’uomo religioso si aspetta da Dio. L’uomo è chiamato a condividere la sofferenza di Dio per il mondo senza Dio.

Se non siamo una cosa sola tra di noi, è forse perché ancora non siamo capaci di accettare fino in fondo il nostro essere uomini così. Essere cristiano, scrive sempre Bonhoeffer, non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi… ma significa essere uomini. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo[2].

La preghiera di Gesù rimane sospesa perché ci attende a quel punto lì: quando smetteremo di gridare a Dio di fare che le cose vadano in un certo modo, ma saremo uniti nel suo silenzio, immersi nel dolore del mondo, dei poveri, degli ultimi perché Dio è lì, in silenzio.

Ricordiamoci delle ultime parole di Gesù nel giudizio universale riportate da Matteo che precedono il racconto della passione. In questo giudizio il Figlio divide l’umanità: da una parte coloro che hanno accolto lo straniero, il povero, il malato, l’assetato, l’affamato; coloro che non hanno arretrato di fronte alla sofferenza dell’altro. Da una parte dunque i salvati, coloro che hanno saputo fare esperienza della mancanza e dell’amore. Dall’altra parte invece sono i maledetti coloro che non hanno accettato la mancanza e l’amore.

Per i primi il volto di Dio si è confuso con quel prossimo ed essi hanno visto il Padre nel Figlio e Dio nell’uomo. Gli altri invece si sono negati all’uomo e quindi si sono negati a Dio.

Resta di grande attualità la lezione di Johann-Baptist Metz: «C’è un’autorità che è riconosciuta in tutte le grandi religioni e culture: è l’autorità di coloro che soffrono. Rispettare il dolore altrui è condizione di ogni cultura. Dare parola al dolore altrui è presupposto di ogni pretesa di verità. Anche di quella della teologia».

Riconoscere l’autorità di chi soffre è dare concretezza alla preghiera sospesa.

[1] M. Recalcati, La notte del Getsemani, 2019

[2] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, vol. 8 pp.498-499.