//La particella di Dio

La particella di Dio

(Es 3, 1-15; 1Cor 2, 1-7; Mt 11, 27-30)

Volendo condensare in sintesi il messaggio della parola di Dio di oggi, quale titolo migliore di quello che ha dominato sulle pagine dei giornali in questi giorni ovvero della particella di Dio?

Il bosone di Higgs è chiamato «particella di Dio», perché grazie ad esso ogni cosa ha una massa e la materia esiste così come la conosciamo. È come se un personaggio famoso entrasse in una sala piena di persone, attirando intorno a sé gran parte dei presenti. Mentre il personaggio si muove, attrae le persone a lui più vicine mentre quelle che lascia alle sue spalle tornano nella loro posizione originale e questo affollamento aumenta la resistenza al movimento. Vale a dire che il personaggio acquisisce massa, proprio come fanno le particelle che attraversano il campo di Higgs: le particelle interagiscono fra loro, vengono rallentate dall’attrito, non viaggiano più alla velocità della luce e acquisiscono una massa.

Ma anche se la fisica riuscisse a descrivere i modi in cui i componenti più essenziali e sub atomici della materia interagiscono e si aggregano, anche se riuscisse a spiegare le leggi che governano i movimenti delle particelle degli ingredienti fondamentali dell’universo così come lo conosciamo, mi chiedo: perchè chiamare con il nome ineffabile di Dio la descrizione di una teoria scientifica?

Certamente il fatto di tirare in ballo il termine «Dio» fa comprendere l’importanza della posta in gioco perché si tratta degli ambiti fondamentali della scienza come l’origine dell’universo, della materia e di quella particolare materia dotata di movimento e di intelligenza che è la vita. E il termine «Dio» con solo tre lettere ha una grande capacità evocativa.

Ma di fronte al mistero dell’universo e della vita non ci accontentiamo di descrivere quello che accade e come esso accade, non basta per dirne il senso e la direzione. Siamo, per analogia, nella condizione di Mosé di fronte al roveto ardente. Avvertiamo l’esigenza di conoscere, di descrivere i fenomeni e di ricevere informazioni (perché il roveto non brucia?), ma abbiamo anche bisogno di comprendere il loro significato, nel senso che come Mosè ci togliamo i sandali, perché ci rendiamo conto di non essere noi i padroni – infatti era proprio del servo camminare scalzo.

Non solo, ma dobbiamo – sempre come Mosè – coprirci il volto perché Dio non lo si può per così dire fotografare, non lo si può descrivere in un nome, nemmeno in un sostantivo.

Dio, dice il libro dell’Esodo, non è un «sovrano», un «giudice» o un «padrone…», ma è un verbo. E tra l’altro un verbo che si può coniugare sia al presente che al futuro: «Io sono colui che sono», ma anche: «Io sarò colui che sarò».

Il nome «Io sono- Io sarò» sta ad indicare la vicinanza dell’Eterno al suo popolo durante la schiavitù (Rashi). Infatti Mosè sta pascolando un gregge non suo, lontano dall’Egitto dove era nato, lontano dalla sua gente costretta in schiavitù, perché sta scappando alla polizia egiziana dopo che, volendo fare giustizia da sé, aveva ucciso un egiziano.

Dunque il Signore è vicino, conosce le sofferenze della sua gente.

Però subito dopo il Signore dice a Mosè che rivolgendosi al popolo dovrà dire semplicemente «Io sono mi ha mandato a voi», che si traduce con «il Signore» (in ebr YHWH).

Inizialmente Dio rivela a Mosè il nome che indica la sua vicinanza al popolo nella sofferenza, che salva dall’oppressione, quindi un nome che indica una relazione che libera, la presenza di Dio in mezzo alla sua gente per liberarla.

Ma poi afferma che il famoso tetragramma sacro («Io sono-Io sarò») è un nome impronunciabile, e lo è ancora oggi per il pio israelita, perché segna la distanza, stabilisce che Dio è separato da tutto e da tutti. Un nome che distingue l’Eterno e lo separa da tutto ciò che è fuori di lui.

Questa è la nostra condizione: sperimentiamo la vicinanza di Dio, la prossimità dell’Eterno, ma al tempo stesso ne avvertiamo la distanza, che non è l’indifferenza degli dei capricciosi del paganesimo, ma la differenza, la santità.

Dicono i rabbini che il motivo per cui l’Eterno ha scelto un roveto e non un albero maestoso, o una pianta imponente per manifestarsi a Mosè, è dato dal fatto che il roveto è utilizzato per formare siepi intorno ai giardini, così Israele è la siepe del mondo, del mondo che è il giardino di Dio, perché senza questa protezione il mondo non durerebbe.

Questo per dire che Dio non lo possiamo spiegare, nel suo nome è il cuore del mistero stesso della vita cui ci accostiamo con l’atteggiamento di Mosé: interrogandoci e ponendoci domande, ma con l’umiltà del cuore e della mente che proteggono e difendono dalla con-fusione.

L’esperienza di Mosè ci dice che possiamo parlare di Dio per ore e ore, possiamo mettere l’etichetta di Dio su tante cose, sul bosone di Higgs come sulle nostre iniziative, possiamo spiegare il funzionamento della materia e dell’universo … ed è anche interessante farlo, ma l’Eterno – come tutti noi abbiamo sperimentato – è nel cuore di persone umili e semplici, ed è lì, per così dire, che incontriamo una «particella di Dio».

Anzi, Gesù è la vera «particella di Dio», infatti è venuto nel mondo «mite e umile di cuore», come dice di sé nel vangelo di Matteo e l’eucaristia che celebriamo è come un roveto che brucia e non si consuma.

L’eucaristia è l’amore di Gesù, mite e umile, che non si esaurisce mai.

È qui la «particella di Dio» grazie alla quale anche noi possiamo innescare nel nostro mondo una serie di reazioni virtuose di liberazione e di amore.

Quante volte nello sguardo intenso e profondo di una persona semplice abbiamo colto la bellezza del vivere, dell’amare, del perdonare?

Allora non c’è bisogno di titoli, né di esibire alcunché, una persona è preziosa quando lascia trasparire quella particella di senso che da gusto alla vita e che ci ricorda che una vita intensa non è una vita agitata, che il criterio delle nostre scelte non deve essere sempre quello dell’utilità, come se noi dovessimo camminare sempre e solo sul terreno del nostro interesse, del fare vedere, dell’apparire.

Secondo la tradizione, Mosé era rimasto quarant’anni alla corte del faraone vivendo come un principe. In quegli anni aveva imparato a comandare. Ma per guidare un popolo, non basta dare ordini.

Nei quarant’anni trascorsi nel deserto di Madian Mosè imparò ad essere umile e a vivere con semplicità; imparò a capire le necessità degli altri e a ritenere superflue le ricchezze e le comodità.

Negli ultimi quarant’anni della sua vita, quando guidò il popolo dalla schiavitù d’Egitto alla terra promessa, mise in pratica quanto aveva imparato prima: diede ordini quando era necessario, ma sempre vivendo in mezzo al popolo con umiltà e senza approfittare del suo ruolo di capo.

2018-11-13T16:25:02+00:00luglio 8th, 2012|Omelie (vedi tutte) >|