OTTAVA DEL NATALE - Lc 2, 18-21


Volentieri ci lasciamo alle spalle un anno a dir poco difficile, doloroso e sconvolgente e ci disponiamo ad accogliere il nuovo che inizia, pur sapendo che le cose non cambiano voltando una pagina di calendario, così come non bastano gli auguri che generosamente ci scambiamo e ancor meno gli impulsi di una rinnovata buona volontà, per far sì che le cose vadano meglio.

C’è un atteggiamento altro che la parola di Dio ci suggerisce per aprirci al nuovo anno, atteggiamento peraltro che ci viene proposto ogni volta che iniziamo una nuova giornata, una nuova esperienza… ed è quello della benedizione, il linguaggio della benedizione che è anche un atteggiamento del cuore e della mente.

Per bocca di Aronne, è Dio che insegna al popolo come iniziare una nuova tappa del cammino, così come insegna a noi come iniziare un nuovo anno invocando la benedizione di Dio: Ti custodisca il Signore, rivolga a te il suo volto… Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò. Anche il salmo ci ha fatto pregare dicendo: Dio ci benedica con la luce del suo volto.

Cosa significa iniziare l’anno nuovo invocando Dio perché ci benedica con la luce del suo volto?

Tante volte l’abitudine o la superficialità hanno fatto della benedizione un gesto stereotipato, quasi magico, se non addirittura superstizioso, come se benedire fosse l’equivalente dello scambio di auguri… ovvero affidarsi al fato, al vuoto destino con una buona dose di ottimismo. In realtà di fronte al nuovo che inizia chiedendo che il Signore ci benedica, ci impegniamo a stare sotto lo sguardo di Dio così che Dio possa “dire bene” di noi, del nostro comportamento, delle nostre scelte, delle nostre vite.

Per il popolo d’Israele che cammina nel deserto invocare la benedizione di Dio, significa camminare in modo tale da poter stare sotto la luce del suo volto, comportandosi pure in mezzo alle contrarietà e alle contraddizioni con fede, perché il Signore dà la forza.

Cosa significa allora per noi pensare al nostro cammino, affrontare il nuovo anno, in questo nostro mondo pieno di contraddizioni, con la benedizione di Dio?

La prima contraddizione viene in evidenza e in questo tempo di pandemia in cui la logica virale si riproduce in modo impressionante: quanto più ognuno di noi pensa solo a sé stesso, rifiutandosi di adottare comportamenti responsabili, tanto più mette in pericolo la vita di tutti.

Proprio quando rifiutiamo di ammainare anche di qualche centimetro la bandiera delle libertà personali, è allora che il conformismo si realizza in modo pervasivo con le conseguenze che sono sotto i nostri occhi quotidianamente.

Pensiamo anche a come la stessa logica pervada il fenomeno della globalizzazione che parrebbe un fatto neutro e capace di unire le persone. Merci, persone, capitali, fluttuano nel mercato mondiale come non mai. In realtà è una globalizzazione in apparenza perché ci rende ancor più divisi e favorisce la crescita delle disuguaglianze: il mercato cavalca spudoratamente il mito dell’individualismo possessivo, agganciandolo a una promessa di benessere illimitato dentro la quale è stato inoculato il virus di un consumo compulsivo per soddisfare il nostro ego vorace e autocentrato.

Un’altra contraddizione in cui siamo immersi è data dal fatto che per un verso reclamiamo giustamente i diritti umani fondamentali, salvo poi, quando si tratta dei diritti degli altri, essere subito pronti a barattarli sul libero mercato delle armi, del petrolio e del gas.

Pensiamo alla storia del giovane ricercatore Regeni, come ben sappiamo torturato al Cairo e ucciso nel febbraio del 2016 dai servizi segreti egiziani. Da allora tante vane promesse di ricerca della verità da parte dei politici italiani che, alla prova dei fatti, si sono inginocchiati davanti all’odore degli affari lasciando sola la famiglia Regeni, il lavoro della magistratura italiana e l’impegno della società civile.

Anche in questo caso prevale il principio: Prima la borsa e poi la vita. In nome dei soldi assecondiamo il dittatore egiziano al-Sisi che viola ripetutamente i diritti umani, silenzia ogni dissenso interno e tiene in prigione oltre 60mila prigionieri politici, tra i quali il giovane studente dell’Università di Bologna, Patrick Zaki.

Come fa un Paese come l’Italia, paladina dei diritti umani, a vendere armi a un regime come questo di al-Sisi? Mi vergogno a citare queste cifre: nel 2018 abbiamo venduto armi per 69 milioni di euro e nel 2019 siamo balzati a 871 milioni. Nel 2020 abbiamo venduto al Cairo due navi militari per il valore di 1.3 miliardi di euro.

Pur di vendere non guardiamo in faccia a nessuno, in palese violazione della Legge 185 che vieta al governo di vendere armi a Paesi dove vengono violati i diritti umani o in guerra. E l’Egitto di al-Sisi è uno degli esempi più noti per violazione dei diritti umani, ed è anche in guerra al fianco del generale Haftar in Libia, per difendere i giacimenti di gas dell’Eni, al largo delle sue coste, dalla minaccia turca e per fare la voce grossa con l’Etiopia sulla diga della rinascita al fine di controllare le acque del Nilo.

L’odore degli affari e i traffici che li alimentano non sentono il grido della giustizia, della dignità delle persone e dei diritti.

Infine, non posso tacere un’altra grave contraddizione in cui siamo immersi e che facciamo di tutto per distogliere dal nostro sguardo, ed è data dal fatto che viviamo in un continente che ha fatto passi da gigante per le conquiste di libertà, di uguaglianza tra le persone, nella tutela dei più deboli… salvo poi distogliere lo sguardo davanti all’orrore delle immagini che giungono dalla Bosnia, dove migliaia di persone sono abbandonate tra i boschi e sotto la neve, per l’incapacità dell’intera Unione Europea di affrontare e governare i flussi migratori.

Sono la diretta conseguenza delle altrettanto drammatiche immagini che continuano ad arrivare da Lesbo.

Sono la fotografia di un’Europa che sembra avere smarrito le coordinate della propria civiltà.

I racconti delle violenze subite dai migranti che hanno tentato di varcare il confine con la Croazia sono agghiaccianti: le persone vengono picchiate e poi private dei pochi effetti personali, spesso anche delle scarpe e abbandonati in mezzo ai boschi con temperature sotto lo zero.

Tutto questo ad opera di forze di polizia europee in un vergognoso scarica barile sulla pelle di esseri umani disperati a cui dovremmo garantire invece accoglienza e protezione.

Sono ormai note le cosiddette “riammissioni senza formalità”, lo strumento con cui l’Italia prima e a catena tutti gli altri paesi europei sulla rotta balcanica respingono i richiedenti asilo in deroga alle convenzioni internazionali ed alle stesse leggi europee in materia di diritto d’asilo.

Un perverso “gioco” di polizie in cui da Trieste i migranti che riescono ad arrivare vengono consegnati alla polizia Slovena, poi a quella Croata ed infine respinti in Bosnia, abbandonati in tendopoli fatiscenti tra le montagne e sotto la neve.

Sono in prevalenza ragazzi Afghani, Siriani, Iracheni. Provengono da Paesi che i governi europei hanno contribuito a radere al suolo e per i quali oggi non siamo capaci di assumerci le nostre responsabilità.

Abbiamo il dovere morale prima ancora che legale di accogliere queste persone, di far valere le leggi che noi stessi abbiano scritto nelle nostre costituzioni per proteggere chi fugge da guerra, persecuzioni e trattamenti inumani. Lo abbiamo adesso. Lo dobbiamo alla nostra storia, alla nostra civiltà giuridica ed a noi stessi.

Come possiamo pensare di stare sotto il volto di Dio, come possiamo invocare la sua benedizione se trattiamo così le persone, altri figli di Dio che sono nostri fratelli e sorelle?

Come possiamo invocare il nome di Gesù che per amore dell’umanità ferita nelle sue contraddizioni si è compromesso fino in fondo per poi noi rifugiarci in una religiosità accomodante?

Gli fu messo nome Gesù, dice il Vangelo di oggi. Gesù che significa Dio salva. E come ci salva Dio dalle contraddizioni e dalla disumanità? Diventando uno di noi, diventano umano e rendendoci così fratelli tutti, come scrive papa Francesco, il quale nel messaggio per la Giornata mondiale di preghiera per la pace, ammonisce che oggi per avere la pace occorre che abbiamo a sviluppare La grammatica della cura, vale a dire: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

Quanta cura mettiamo per costruire una fraternità basata sull’amore reale, capace di incontrare l’altro diverso da me, di con-patire le sue sofferenze, di avvicinarsi e prendersene cura anche se non è della mia famiglia, della mia etnia, della mia religione?

Se vogliamo che Dio ci benedica in questo nuovo anno che ci sta innanzi impariamo da Gesù che si è preso cura e continua a prendersi cura di ciascuno di noi, senza condizioni preventive, senza guardare le appartenenze, senza considerare i meriti, ma solo per grazia, solo per amore.