Dove sei? È la prima domanda che Dio fa all’uomo, una domanda posta nel cuore della pagina di Genesi che abbiamo ascoltato, ma che suscita a sua volta una caterva di domande: che Dio è un Dio che fa domande? Dio non sa tutto? Lui sa che l’uomo e la donna sono esseri umani. Sa benissimo quello che è successo che i due hanno mangiato dell’albero della conoscenza del bene e del male… Poteva chiedere: ma cosa avete fatto? Perché vi nascondete?

Invece dice: Dove sei? Non è un rimprovero come loro si potevano aspettare perché sapevano di essere in torto, non è un rimbrotto paternalistico che umilia, è piuttosto una domanda che fa pensare, che sembra voler costringere l’uomo a smettere di scappare e di nascondersi, perché è assai ridicolo nascondersi da Dio, ed è necessario invece fermarsi e riflettere.

Con questa domanda l’Eterno cerca di portare l’uomo non tanto a vergognarsi per quanto è stupido o per quanto ha sbagliato, ma a rendersi conto di cosa diventa la vita quando sceglie di vivere in un modo piuttosto che in un altro.

Per questo motivo non sono le domande di un interrogatorio poliziesco o di un’interrogazione scolastica, anzi se guardiamo attentamente dentro la domanda di Dio c’è una grande fiducia nei confronti dell’uomo.

Chi non ha fiducia non fa domande prova solo a dare risposte, spiegazioni, soluzioni ai problemi. La domanda Dove sei? lascia pensare che in qualsiasi luogo possiamo trovarci, sia possibile comunque riprendere e ripartire. Parole che suonano come un segnale, un’allerta per sollecitare la consapevolezza e rilanciare il cammino.

C’è un libricino di poche pagine di un grande maestro spirituale Martin Buber che risponde proprio a questa domanda e che potrebbe essere una breve, ma allo stesso tempo intensa, lettura estiva e il cui titolo è eloquente: Il cammino dell’uomo.[1]

L’uomo fa della sua vita un cammino rispondendo alla domanda: dove sei? In ogni tempo, scrive Buber, Dio interpella ogni uomo: Dove sei? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: tu nel frattempo fin dove sei arrivato? Dove ti trovi?

Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo faccia conoscere all’Eterno qualcosa che lui ancora ignora: vuole toccare il cuore, la vita dell’uomo. Lo restituisce alla sua responsabilità.

Adamo che si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita, trasforma l’esistenza in un congegno di falsità perché l’uomo cercando di nascondersi agli occhi di Dio, si nasconde a se stesso.

Avete notato la risposta: Mi sono nascosto perché sono nudo. Cosa significa questa vergogna della propria nudità? Dobbiamo stare attenti a non leggere queste righe con la nostra mentalità, ai tempi della scrittura della Genesi non si ragionava come noi oggi, non avevano le nostre stesse categorie. In fondo Adamo ed Eva cosa proteggevano? Le loro parti intime? No, la nudità è metafora della loro fragilità dovuta al non essere riusciti ad accettare il limite da cui Dio li aveva messi in guardia.

La loro nudità è la consapevolezza di aver tradito la fiducia dell’Eterno. Si sentono nudi, ovvero fragili, deboli. E noi come loro vogliamo nascondere le nostre debolezze, non vogliamo mostrarle perché rischieremmo di essere colpiti, giudicati, feriti… un definitiva la loro vergogna è di non accettarsi imperfetti.

Così come in una coppia, in famiglia i problemi reali, quelli che fanno male, iniziano quando non siamo più in grado di sostenere e custodire l’imperfezione dell’altro e la nostra.

Ma in genere nelle nostre relazioni molti problemi derivano dal fatto che non ci piace essere imperfetti, la consideriamo una condizione di svantaggio e non come dice la bibbia, una opportunità di cammino.

Dio dicendo ad Adamo e ad Eva: Dove sei? è come se li volesse rimettere di nuovo davanti all’albero dicendo loro: accetta di essere limitato, fragile, non averne paura!

Proviamo a sentirla rivolta a noi questa domanda. Dio chiede a te e a me: Dove sei?  Ti rendi conto di dove le tue scelte ti stanno portando? Quello che accade non è colpa della vita, non è colpa degli altri o del destino… sei tu che muovi i tuoi passi in una direzione piuttosto che in un’altra. È davvero lì che vuoi andare?

Tutti cerchiamo l’amore e la pace, ma raramente le nostre azioni hanno come frutto l’amore e la pace. Non è sempre vero che cerchiamo l’amore e la pace, perché più spesso cerchiamo di aver ragione, cerchiamo di vincere, a volte facciamo finta, a volte ci accodiamo… e la domanda rimane lì, sopita, apparentemente zittita.

Eppure coloro che hanno contribuito a cambiare le cose hanno sempre saputo rispondere alla voce della coscienza e hanno saputo assumerne i rischi.

C’è sempre stato qualcuno che ha sognato oltre gli ostacoli, oltre l’idea del perbenismo, del bigotto, del passato. Abbiamo sentito nel vangelo di Giuseppe che non dice una parola, eppure quando si destò dal sonno fece come gli aveva ordinato l’angelo. Non dice, fa.

Recentemente Papa Francesco in un convegno a Napoli di teologia dal titolo intrigante: La teologia nel contesto del Mediterraneo ha riconosciuto come «Il Mediterraneo è da sempre luogo di transiti, di scambi, e talvolta anche di conflitti. Ne conosciamo tanti. Questo luogo oggi ci pone una serie di questioni, spesso drammatiche. Esse si possono tradurre in alcune domande che ci siamo posti nell’incontro interreligioso di Abu Dhabi: come custodirci a vicenda nell’unica famiglia umana? Come alimentare una convivenza tollerante e pacifica che si traduca in fraternità autentica? Come far prevalere nelle nostre comunità l’accoglienza dell’altro e di chi è diverso da noi perché appartiene a una tradizione religiosa e culturale diversa dalla nostra? Come le religioni possono essere vie di fratellanza anziché muri di separazione?» (21 giugno).

E fa sua l’indicazione che Francesco d’Assisi aveva dato ai suoi frati: “Predicate il Vangelo; se fosse necessario anche con le parole”.

Rispondiamo alla domanda di Dio con scelte consapevoli e assumendoci i rischi necessari.

Penso a Rosa Parks che con il solo gesto di non cedere il suo posto a un bianco sull’autobus diede inizio al boicottaggio a una legge ingiusta.

A Giorgio Perlasca nel corso della seconda guerra mondiale, fingendosi Console generale spagnolo salvò la vita di oltre cinquemila ebrei ungheresi strappandoli alla deportazione nazista.

Ricordiamo Gino Bartali che per allenarsi era noto coprire grandi distanze, trasportando documenti falsi nel manubrio e nella sella della sua bicicletta, per poi consegnarli alle famiglie dei perseguitati tra Firenze e Assisi, salvando così 800 persone fra il settembre 1943 e il giugno 1944.

Tutti abbiamo in mente la foto degli atleti Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi del 1968 con il pugno chiuso. Smith spiegò che quello suo e di Carlos non era il saluto del Black Power, lo slogan delle proteste afroamericane, ma un gesto di protesta a favore dei diritti umani.

Come non pensare alla lettera di don Milani (morto il 26 giugno del 1967) a un gruppo di cappellani militari toscani, i quali avevano definito, in un loro comunicato, l’obiezione di coscienza come “estranea al comandamento cristiano dell’amore e espressione di viltà”. La lettera, divenuta nota con il titolo “L’obbedienza non è più una virtù” (1965), venne incriminata e don Milani fu rinviato a giudizio per apologia di reato.

Potremmo continuare l’elenco di una lunga schiera di uomini e donne che per rispondere alla domanda di Dio, che poi è la domanda della coscienza, non sono scappati, non si sono rifugiati nel conformismo, ma si sono assunti il rischio della disobbedienza.

Solo Fantozzi ha sempre obbedito, ha seguito l’onda della maggioranza senza dignità personale per questo è stato il più prigioniero di tutti. Prigioniero del ruolo, della forma, del padrone, prigioniero della società.

Carola Rackete (arrestata a Lampedusa dalla Guardia di Finanza) ha disobbedito a una legge ingiusta ma per trarre in salvo 42 persone,

I maiali potranno pure continuare a grugnire e insultarla, ma continueranno a voltarsi nel fango mentre Carola potrà rispondere a testa alta alla domanda dell’Eterno: sono qui a dare la mia vita per la vita degli altri.

Disobbedire alla legge per salvare persone è un principio da una parte cristiano, ma è fondamentale sul piano umano[2].

È arrivato il momento in cui il silenzio che vorrebbe essere neutrale diventa complicità e fuga dalla voce di Dio che chiama a responsabilità.

È arrivato il momento, ed è questo, in cui nasconderci dalla domanda che inquieta la falsa pace delle coscienze e stare a vedere quello che succede, diventa un tradimento del vangelo e dell’umanità.

 

(Gen 3,1-20; Mt 1,20-24)

[1] Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Bose 1990

[2] cfr Salverio Tommasi, Fanpage.it