Non facciamo fatica ad immaginare i discepoli del Battista mentre vanno a spiare le mosse di Gesù per poi tornare dal loro capo a dirgli: “Guarda Giovanni che «quello là» – notate non nominano mai Gesù – colui che era con te e al quale hai dato testimonianza, ebbene «quello là» sta facendo più seguaci di te, tutti gli vanno dietro!”.

Sembra di essere di fronte all’ennesima esperienza di gelosia, di invidia, di divisione… e se poi c’è di mezzo la fede e la religione la questione si fa ancora più penosa e triste. Non ci aspetteremmo questi sentimenti da persone spirituali che hanno deciso di seguire un ruvido predicatore del deserto che parla di conversione! Invece eccoli qui a riproporre le stesse logiche di sempre mentre vanno dal Battista a dirgli: Ma guarda che ingrato quello là, prima ti ha sfruttato e adesso ti porta via il pubblico!

Stiamo parlando di noi, sono i nostri sentimenti intimi e profondi e sono proprio questi a muovere le gambe e la bocca: parlar male, dividere, sospettare, condannare, giudicare… non dico niente di nuovo. Il mondo è pieno, le chiese ne sono piene.

Se avessero avuto la sincerità di ascoltarsi, di interrogarsi forse avrebbero agito diversamente. Se si fossero chiesti: perché siamo invidiosi di Gesù? Perché lo vediamo come un competitor? Perché parliamo degli altri vedendo sempre quello che non va? Perché siamo sempre così critici nei confronti di quello che fanno gli altri?

Ecco se avessero avuto il coraggio di ascoltarsi e di guardarsi dentro, probabilmente si sarebbero resi conto che il loro perbenismo religioso era una patina superficiale e la loro conversione era ancora di là da venire, ma fin qui niente di straordinario: è una pagina di ordinaria umanità.

Giovanni Battista cosa poteva fare? Ripercorriamo i possibili atteggiamenti, quelli che umanamente potremmo immaginare noi oggi, nel senso che Giovanni poteva sfruttare questa situazione di presunta rivalità – ed è l’atteggiamento più diffuso anche da parte nostra -, perché avere un fronte comune contro qualcuno, avere un nemico comune è un’opportunità da sfruttare. Si sa che un nemico esterno favorisce una coesione interna maggiore del gruppo. Quindi Giovanni in qualche modo poteva volgere la questione a suo favore.

Oppure ci saremmo potuti aspettare da lui, per quello che ci dicono i Vangeli, una bella predica: poteva anche sferzarli con una sfuriata e tuonare come lui sapeva fare per rimbrottare tutti i loro difetti perché «certe cose non si dicono, certe cose non si fanno»! Avrebbe usato così il suo carisma per tenerli soggiogati: i seguaci devono sempre temere il capo e questa poteva essere un’occasione preziosa.

Invece il Battista percorre una terza via, che non potevamo prevedere e che solo la divina follia di quel giovane profeta poteva pensare, ed è quella dell’amicizia, sì dell’amicizia, come dice lo stesso Precursore. A chi gli parla di invidia e di gelosie, Giovanni risponde: l’amico dello sposo esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora la mia gioia è piena.

Un bel contrasto con il livore e la rabbia che muoveva i passi e la lingua dei suoi discepoli! Ora doveva essere un’amicizia proprio speciale quella tra Gesù e Giovanni. Certamente la statura morale dei due era di grande spessore.

Doveva essere speciale quell’amicizia: primo perché Giovanni non era proprio uno di quelli “facciamoci una pizza stasera”… anzi, era piuttosto incline al digiuno, era un asceta. A Gesù invece piaceva proprio sedersi a tavola con gli amici. Molti dei suoi incontri decisivi avvengono intorno a un banchetto.

Gli esegeti concordano col fatto che probabilmente al di là del fugace incontro al Giordano, Gesù pare abbia seguito per qualche tempo Giovanni ed essere stato tra i suoi seguaci o perlomeno tra i suoi ascoltatori… quindi la rabbia dei discepoli di Giovanni era aggravata dal fatto che Gesù era visto anche come un traditore, uno che aveva seguito il Battista per poi invece andarsene.

Giovanni era coetaneo di Gesù, entrambi giovani trentenni pieni di speranze, di sogni di futuro: lo sta a indicare anche il fatto avessero un certo seguito, pur nelle loro diversità. Basti pensare che Giovanni invitava la gente a raggiungerlo nel deserto e in riva al fiume Giordano; Gesù invece lo vedremo camminare e andare per le strade a incontrare le persone, lo vedremo attraversare villaggi e città… Giovanni predicava penitenza e rigore; Gesù amore e misericordia… e potremmo andare avanti nell’evidenziare le differenze tra i due, tant’è che il vangelo di Giovanni lascia percepire che verso il termine del primo secolo permanessero ancora delle tensioni tra i discepoli dei due.

Ma la cosa che più di tutte ci sorprende è come il Battista di fronte alle preoccupazioni – chiamiamole così – dei suoi, sposti l’accento del discorso appunto sull’amicizia, definendosi: Io sono l’ amico dello sposo.

Non dunque un’amicizia generica, ma precisa e fidata, quella per cui l’amico dello sposo era chiamato a curare personalmente la preparazione delle nozze e della festa, a lui erano affidati i particolari del ricevimento e dei festeggiamenti.

Cosa dice Giovanni definendosi come l’amico di Gesù e riconoscendo il Gesù lo sposo? Sicuramente vorrebbe zittire tutte le chiacchiere che i suoi van facendo, ma definisce anche il suo rapporto intimo con Gesù e inoltre annuncia che ora qui sta accadendo qualcosa di grande: Israele sapeva che Dio, come avevano detto i profeti, avrebbe preso in sposa il popolo di Israele nonostante le sue infedeltà. Ebbene questo è il momento.

Giovanni annuncia una cosa enorme, grande, e lo fa a partire dal considerare la sua vita a servizio “di”. L’amico dello sposo non reclama per se la festa, ma vive l’amicizia come un servizio all’amico. E per questo è felice, è nella gioia. Alla rabbia, all’invidia, al rancore, al pettegolezzo cosa oppone Giovanni? La sua gioia, lui è contento perché fa della sua vita un servizio e aggiunge: La mia gioia è piena. Lui deve crescere e io diminuire!

Forse oggi abbiamo bisogno proprio di una chiesa così, non solo una chiesa gerarchica strutturalmente organizzata – perché questo è ciò che più appare -, ma una comunità di amici del Signore che siano al servizio del suo amore per l’umanità. Purtroppo ancora oggi succede che, come ai tempi del Battista, i discepoli stiano a litigare se quello che fa uno non sia migliore di quello che fa l’altro… «il mio gruppo, la mia parrocchia è migliore della tua…, il mio movimento è migliore del tuo…».

Magari uno personalmente si mette al servizio, dona la sua vita, la questione è che poi la struttura lo divora e finisce per essere al servizio non dello Sposo, ma di aver solo spostato un po’ più in là i paletti del suo orgoglio e del suo narcisismo. Infatti, il Battista ci insegna a capire quando siamo sulla strada giusta, se siamo contenti, se siamo felici.

Il segreto della gioia è vivere per servire, ecco la divina follia dell’amicizia.

Nella loro diversità Giovanni e Gesù vivono un’amicizia che diventa paradigma per le nostre amicizie: entrambi sono diversi per temperamento, per atteggiamento di fronte alla vita… sono più le cose che li rendono diversi di quelle che sembrano unirli, ma è così importante ciò che li unisce che il resto viene integrato mirabilmente, e ciò che li unisce è appunto il mettere la vita al servizio.

Quando Gesù nell’ultima cena si rivolge ai discepoli dicendo: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (15,13) le sta dicendo a noi, sono parole che riviviamo in ogni eucaristia, così che quando celebro l’eucaristia mi basta ricordare questo pensiero di Gesù per avvertire la bellezza di essere da lui considerato amico, nonostante le mie incostanze, le mie paure, le mie infedeltà.

L’amicizia di Gesù è una relazione in cui posso riposarmi perché non temo di essere giudicato, nella sua amicizia trovo riposo, serenità e abbandono. Non è vero che non sia esigente, ma l’amicizia di Gesù dice la verità e rende liberi.

Il salmo 145 descrive come e di cosa è capace questo amico. Riprendiamo il primo versetto che hanno omesso: «il Signore che ha fatto cielo e terra», cui segue un elenco di dodici attenzioni di Dio: «il Signore rimane fedele per sempre, rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati… ridona la vista ai ciechi, rialza chi è caduto…». Sono i dodici attributi di Dio che descrivono l’amicizia di Gesù con la nostra povera umanità.

E dicono anche la missione degli amici dello Sposo di oggi: ancora adesso sono queste le cose principali da fare per vivere nella gioia e lontani dalle gelosie, dalle invidie, dalle perdite di tempo delle nostre sagrestie: proteggere i forestieri, sostenere gli orfani e le vedove, dare il pane agli affamati, portare una coperta a chi ha freddo…

Il segreto della gioia è vivere per servire, ecco la divina follia dell’amicizia che ci insegna il Battista e che ci è donata da Gesù ed è la strada da percorrere per un’umanità più vivibile e più amabile.

(Is 30, 18-26b; Sal 145; 2Cor 4, 1-6; Gv 3, 23-32a)