//«La convivialità delle differenze»

«La convivialità delle differenze»

(Gv 3, 16-18)

Ricordo sempre con grande stupore la risposta che mi diede un giorno un bambino quando dopo un anno di catechismo
domandai: perché secondo voi abbiamo quattro vangeli che ci parlano di Gesù e non uno solo?

Con candore un bambino mi rispose: Perché Gesù s’è fatto in quattro per noi!

Ricordo questo aneddoto perché mi sembra estremamente adatto alla celebrazione di oggi, una celebrazione impegnativa qual è la festa della Ss.ma Trinità.

Mi sembra un aneddoto adatto perché anche noi possiamo accostarci al mistero grande dell’Eterno che è Padre, Figlio e Spirito santo, con tutta la semplicità di un bambino.

Non siamo di fronte a un teorema da dimostrare, oppure a un problema di geometria teologica adatta all’acume metafisico degli addetti ai lavori …

Ma accogliamo un dono così come Gesù ce lo ha manifestato, per cui la prima domanda è: qual è l’immagine di Dio nella vita e nel Vangelo del Cristo?

E poi, seconda domanda, ci interessa sapere cosa ha a che fare con noi il mistero di Dio. Se Gesù s’è fatto in quattro per noi, come diceva quel bambino, il mistero della Trinità che cosa ci porta? cosa ci dona?

Dunque cerchiamo di rispondere anzitutto alla domanda quale sia il volto di Dio nella vita e nel vangelo di Gesù. Per rispondere dovremmo ripercorrere tutta la sua vita, rileggere i quattro Vangeli con questa attenzione e ciò sarebbe molto interessante, ma non ne abbiamo qui il tempo.

Ci bastino le poche righe di Giovanni dove Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo fa questa bellissima sintesi: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.

Dicendo così, Gesù racconta qualcosa della sua esperienza dell’Eterno: guarda Nicodemo che Dio ama il mondo!

E già questa è una buona notizia: Dio non è un tiranno pronto a condannare e a punire i sudditi che reclamano libertà di pensiero e di azione, anzi Dio ama anche coloro che come te cercano, si interrogano e sono attraversati dall’inquietudine.

Nicodemo ha di fronte a sé il sacramento dell’amore di Dio, perché in sostanza Gesù gli dice: guarda che nel mio ascoltarti, di notte e di nascosto dagli altri, con tutte le tue paure e il tuo timore di essere criticato perché sei uno dei capi dei farisei, è l’Eterno che ti ascolta e ti vuole bene nella tua ricerca dolorosa.

L’Eterno non condanna, piuttosto il suo amore è come luce che fa nascere la vita, è come luce che fa emergere il seme dalla zolla oscura.

Il suo Spirito è l’acqua che feconda il seme che è in te.

E potremmo continuare a lungo nell’individuare i passi dove Gesù ci rivela qualcosa del mistero di Dio. Ma ripeto, ognuno di noi può nella sua preghiera compiere questo itinerario, molto intrigante, tra l’altro.

Dobbiamo porci ora la seconda domanda: per la nostra vita concreta cosa ci porta questa rivelazione di Dio che è Padre, Figlio e Spirito?

Anche qui si potrebbero dire tante cose, mi concentro intorno a due aspetti: come la Trinità illumina il nostro essere chiesa e secondo, in che senso il mistero della Trinità ha a che fare con la nostra etica, con le nostre scelte di ogni giorno.

1.Il Concilio Vaticano II, quando si tratta di introdurre la riflessione sul mistero della Chiesa, nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, lo fa a partire dal mistero della Trinità. Dice il Concilio: come nel mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito abbiamo tre persone uguali e distinte che vivono così profondamente la comunione da formare un solo Dio, analogamente tutti coloro che vivono nella famiglia di Dio ricevono il dono di essere figli e accolgono lo Spirito che suscita in ciascuno doni e carismi perché pur nella diversità dei doni la famiglia di Dio sia unita nella comunione, come il Padre e il Figlio e lo Spirito pur diversi sono uno.

Il Concilio opera una rivoluzione copernicana invitando a non pensare più la chiesa come se fosse una monarchia … era questo il modello di riferimento da quasi un millennio. Forse nella nostra mente c’è ancora un po’ questa idea di una piramide che ha in cima il Papa, poi scendendo sui lati troviamo i vescovi e i preti e in fondo, finalmente, alla base si incontra il povero popolo di Dio, i laici.

Il Concilio Vaticano II ricorrendo a un linguaggio trinitario manifesta la chiesa come comunione e dinamismo, convivialità delle differenze, come amava dire Tonino Bello.

Perché come le Persone della Trinità non si sommano, ma esistono l’una nell’altra: il Padre è nel Figlio e il Figlio nel Padre, lo Spirito si unisce al Padre insieme con il Figlio come in una circolazione dell’amore … così la chiesa si presenta come mistero d’amore, come convivialità delle differenze. Verità che certo la teologia non aveva mai rinnegato, ma che aveva lasciato cadere durante tanti secoli, identificando il mistero con l’ordine giuridico della chiesa.

Forse è vero quello che diceva Dossetti, che per quanto riguarda questo aspetto il Concilio è finito troppo presto, infatti ancora deve maturare nel popolo di Dio una tale coscienza e consapevolezza con tutte le sue conseguenze.

2. Ma mi preme sottolineare un’altra dimensione della nostra vita concreta che trova nella Trinità la sua sorgente. Ogni volta che tracciamo su di noi il segno di croce, affermiamo la nostra professione di fede nel Padre, nel Figlio e nello Spirito, e lo facciamo toccando la testa – fonte del pensiero- , il nostro cuore – sorgente dei sentimenti -, e le nostre spalle – espressione del nostro agire – .

Un segno semplice, forse tra le prime cose che i nostri genitori o i nostri nonni ci hanno insegnato e che poi col tempo è diventato per molti un gesto veloce, rapido e che ormai non dice più nulla, anzi capita che venga relegato nei segni della scaramanzia, così come si tocca ferro o cose di questo genere …

Eppure con quel segno diciamo di voler avvolgere la nostra vita – i pensieri, i sentimenti e le azioni – nell’amore manifestato dalla Trinità.

Perché se Gesù ci ha rivelato questo mistero, non l’ha fatto certo per complicarci le idee. Ma l’ha fatto per donarci un riferimento critico cui sottoporre tutta la nostra esistenza nelle sue espressioni personali e comunitarie.

Sicché la Trinità non è una specie di teorema celeste buono per le esercitazioni accademiche dei teologi, ma è la sorgente da cui devono scaturire l’etica dell’impiegato e il codice deontologico del medico, i doveri dei singoli e gli obblighi delle istituzioni, le leggi del mercato e le linee ispiratrici dell’economia, le ragioni che fondano l’impegno per la pace e gli orientamenti di fondo del diritto internazionale (Tonino Bello).

Ora insieme lasciamoci immergere in questo mistero dell’amore di Dio così come ce lo ha rivelato Gesù affinché come chiesa che viene dalla Trinità impariamo a riconoscere i doni tutti e di ciascuno nella convivialità delle differenze.

2018-11-13T16:24:34+00:00giugno 19th, 2011|Omelie (vedi tutte) >|