//La consegna di Elisabetta: lasciare che Dio sia grande nella nostra vita

La consegna di Elisabetta: lasciare che Dio sia grande nella nostra vita

Carissima Elisabetta, lo so non si dovrebbe iniziare così un’omelia, ma mi rivolgo a te come si parla cuore a cuore con un amico, forte di quell’amicizia spirituale che in questi anni abbiamo condiviso profondamente nel scorrere delle stagioni della vita. E mi rivolgo a te per dirti anzitutto: grazie. E dicendoti così penso di interpretare il sentimento e il pensiero di tanti amici che sono qui.

Grazie per la tua umanità intelligente, per il tuo carattere ricco di ironia, per la tua determinazione sincera e affettuosa, ma soprattutto grazie per la testimonianza di fede con cui hai vissuto questo tempo della tua malattia. Sei stata te stessa fino in fondo, donna determinata, pragmatica e al tempo stesso affettuosa e poi, lasciamelo dire, con una fede strepitosa.

Così scriveva dopo che aveva appena appreso della malattia: «Mi affido al Signore: Lui sa, Lui accompagna, Lui sostiene. Sarò io piuttosto capace di accorgermene?». Vedete quale profondità in questo interrogativo: non è la solita domanda che affiora dopo una sentenza dura e drammatica che ti dice che hai un tumore e ti porta a domandarti: perché? Perché proprio a me? … che pure è legittima. Ma: mi affido al Signore, Lui sa, Lui accompagna, Lui sostiene. Sarò io piuttosto capace di accorgermene?

Non solo, ma qualche giorno dopo scrive: «Chiedo al Signore che questa mia esperienza possa portare le persone a cui voglio bene, soprattutto quelle più scettiche e più convinte che l’uomo è solo con se stesso e padrone della propria vita, a incontrarlo e a scoprire quale gioia si nasconda dentro questo incontro».

Ecco, nel dolore la preoccupazione di Elisabetta, o meglio la sua preghiera è che questa esperienza di debolezza, di vulnerabilità nella quale si scende al fondo della fragilità umana possa diventare per noi, per la nostra poca fede, occasione per incontrare il volto di Dio. Quel volto che Elisabetta ha tanto cercato, ha tanto amato e che ora conosce senza più opacità né incertezze.

C’è anche una seconda cosa per cui ringraziarti cara Elisabetta, ed è per la bellezza della tua famiglia, dei tuoi cari. Anzitutto per la bellezza dei quarantacinque anni di matrimonio con Dino.

Due anni fa facendo un bilancio della tua vita così ringraziavi il Signore, e sono parole tue: «Prima di tutto per l’unione rafforzata e l’amore e la tenerezza e la comprensione fra me e Dino, quello che ti fa rendere grazie per come si è riusciti a costruire e a mantenere vivo un rapporto attraverso i tanti passaggi anche problematici della vita a due». E poi grazie per la bellezza di Francesca, di Giovanna e di Tommaso, dei loro piccoli Chiara e Ilaria, Angelica, Benedetta e Riccardo di cui siete sempre stati e a ragione davvero orgogliosi.

Essere qui così numerosi oggi spero possa essere per loro e per tuo fratello Alessandro con Adriana, di consolazione e di conforto, perché come dicevi: «Certo che lascio chi avrebbe davvero bisogno di me, ma anche per questo saprà bene il Signore come fare» (23.4.2012).

Infine c’è almeno un altro motivo per dirti grazie, cara Elisabetta, ed è per il grande contributo che hai dato fino all’ultimo per costruire una comunità che potesse dirsi «cristiana». Dico questo perché l’abbiamo condiviso tante volte e siamo stati in grande sintonia, non solo per i ruoli e gli incarichi che hai portato avanti, dal centro d’ascolto alla catechesi alle mamme e ai genitori, al Consiglio Pastorale già con p. Mario … ma soprattutto per una visione di chiesa che rifuggisse dall’autoreferenzialità. Abbiamo lavorato insieme, spalla a spalla per un volto di chiesa intelligente, affatto bigotta, per una chiesa vivace e aperta al territorio, mai chiusa su stessa. Una chiesa la cui fede è l’intelligenza che dice alla volontà: “Mettiti in cammino perché chi ama cerca e chi cerca ama”.

Basterà riprendere il libro pubblicato in occasione dei 40 anni della parrocchia (1999) al quale Elisabetta ha dato un contributo decisivo sia per avere uno sguardo storico sulle vicende della comunità, sia per comprendere la visione di chiesa che le stava a cuore e per la quale si è spesa con intelligente generosità.

Ho trascurato finora la parola di Dio. Ma non l’ho dimenticata anche perché occorre dirlo, le letture, così come i canti e la preghiera che diremo dopo la comunione, sono stati preparati da lei con grande cura. E se Elisabetta ha scelto queste letture è per una consegna importante che affida a noi tutti. E mi sono chiesto in queste ore come riuscire a dire in breve la consegna che Elisabetta affida a ciascuno di noi, perché questo è ciò che lei oggi sarebbe contenta di percepire da noi: certo viviamo il dolore della separazione, accettiamo con dispiacere un’amicizia che si interrompe, un affetto che sembra terminare.

Ma ciò che viviamo oggi è qualcosa in più. Infatti il vangelo che Elisabetta ci consegna oggi annuncia che quel Gesù che è stato per lei la via e la strada sulla quale ha camminato, quel Gesù che è stato la verità delle sue scelte e del suo esistere, ora è anche la sua vita, quella che dura per sempre. Perché il vangelo non ci dà delle norme, delle leggi, ma ci indica delle vette, ci indica un orizzonte di cammino che a ciascuno di noi è dato di poter compiere e lasciare così che Dio sia grande in te! Oggi questa consegna è per noi, grazie a Elisabetta.

E lo voglio dire con due immagini a lei care. La prima è quella del fiore. Lo sguardo contemplativo sulla natura la portava spesso alla meraviglia e allo stupore per i doni della natura e ne sapeva cogliere il profondo senso spirituale. Così nell’intimo del piccolo seme nascosto c’è un’energia di vita che lo sospinge a cercare la luce e a vincere la durezza delle zolle della terra per emergere fino alla fioritura. L’esistenza è appunto come un piccolo seme destinato a fiorire attratto dalla luce e sospinto da quella vita di Dio che ci abita. Ed è la nostra esperienza direi quotidiana. Per cui non so se discendiamo o meno dall’ animale, ma sicuramente ascendiamo dall’animale alla vita che non muore. Alla vita del Risorto.

La seconda immagine la attingo ancora dalle sue parole «La domanda che ho nel cuore è a quale Pasqua parteciperò il prossimo anno. Poi mi dico che in ogni caso sarò col Signore e tanto basta. In realtà non è così e mille dubbi sono sempre lì che si affacciano birichini, ma io confido che al momento opportuno saranno maggiori le certezze e che questa rete di persone che mi sostiene con la preghiera otterrà per me molto più di quanto io possa credere o immaginare» (6.4.2010).

Ecco, ora sei nel Signore, cara Elisabetta.

Ora sei con i tuoi cari che ti hanno preceduto.

Ora la tua Pasqua è quella senza fine che non ha più bisogno di celebrazioni, perché finalmente puoi immergerti e tuffarti nel mistero di Dio.

Ora puoi distendere le tue bracciate tranquille e costanti nell’oceano di Dio, senza più la preoccupazione di arrivare all’altra riva.

Solo una cosa: ricordati di noi, ricordati di chi ti vuole bene perché possiamo anche noi lasciare che Dio sia grande nelle nostre vite.

 

 

2018-11-13T16:25:55+00:00maggio 18th, 2013|Omelie (vedi tutte) >|