audio 12 settembre 2021

Il contesto del passo di oggi ha del paradossale e non possiamo non rievocarlo per poter comprendere la portata delle parole di Gesù.

Il Signore ha appena guarito di sabato un uomo paralizzato da 38 anni… una vita vissuta da quella posizione, a dover sempre dipendere dagli altri in tutto e per tutto, senza poter fare quello che desiderava fare se non dovendo chiedere comunque a qualcuno… ebbene il Signore guarisce di sabato un uomo così e subito c’è qualcuno pronto in nome della legge a criticarlo perché Dio non è contento!

Siamo al paradosso: a costoro non importa nulla che un uomo sia stato guarito dopo tanti anni di sofferenza, questa cosa proprio non sembra sfiorarli, sono talmente convinti di essere gli unici interpreti di Dio che giungo a dire: Guarda che però non poteva portare la barella di sabato! (v.10).

Ma come, quest’uomo dopo 38 anni è stato guarito e voi vi preoccupate della barella portata in giorno di sabato? E pensate, anzi siete fermamente convinti, che Dio sia più contento del fatto che quell’uomo rimanga sulla barella anziché essere guarito di sabato?

Il tema è attualissimo: si può perversamente arrivare a pensare di servire Dio lasciando quell’uomo rattrappito nella sua paralisi perché Dio è contento così, piuttosto che questi si rialzi finalmente e si porti di sabato in spalla la sua barella?

Chi siete voi per dirlo? E siete proprio sicuri di aver capito bene il messaggio della parola di Dio?

È un’amara costatazione quella di Gesù, ma è vera ancora oggi: Voi potete andare al tempio anche tre volte al giorno e fare tutte le devozioni che volete… voi scrutate anche le Scritture! E Dio sa quanta resistenza ancora c’è anche nello scrutare la parola di Dio… ma per cosa scrutare la Scrittura? Per quale fine andare al tempio, venire in chiesa, dire le preghiere? Qual è il fine di queste cose? Oltre indubbiamente a portarci un po’ di pace nel cuore, quale altro scopo?

La risposta del Cristo è una denuncia inequivocabile: Non avete in voi l’amore di Dio.

Queste parole dicono la rivoluzione cristiana di cui c’è ancora bisogno e che non è mai finita, anche se noi ci stanchiamo, anche se siamo incostanti e non crediamo fino in fondo che questo sia davvero ciò che conta.

Anche noi, come i contemporanei del Cristo, viviamo quella fascinazione subdola e perversa che egli evoca al v.44: Da che mondo è mondo, gli uomini cercano sempre la gloria gli uni dagli altri.

Anche quelli che scrutano le Scritture cercano la gloria gli uni dagli altri! Per questo dice Gesù: Non avete in voi l’amore di Dio! (v.42).

Abbiamo addomesticato il Vangelo, l’abbiamo reso innocuo con le nostre pratiche e i nostri piani pastorali. Abbiamo moltiplicato le parole, ed è vero quanto si diceva qualche tempo fa, che se Giovanni dovesse riscrivere l’inizio del suo Vangelo oggi, si troverebbe a dire con amarezza che il Verbo si è fatto carta.

Noi l’abbiamo reso tale, ma il Verbo si è fatto carne, vita, passione e sangue, energie e tempo donato. Piedi polverosi che hanno percorso strade improbabili per incontrare e per accogliere i piccoli amati da Dio.

Mani sempre pronte a condividere, sguardo attento a vedere la vita nascosta agli occhi dei saccenti… questo è l’amore di Dio che si è reso visibile, tangibile, incontrabile.

Allora il Signore ci suggerisce indirettamente un criterio per il nostro discernimento, vale a dire quando ti rendi conto che la barella, il sabato, la funzione religiosa… diventano il criterio di verità per te e per la tua chiesa, stai attento, stiamo attenti perché significa che siamo fuori strada.

Non mi piace fare classifiche, sia perché non tocca a me, sia perché avverto di non avere sempre tutti quegli elementi che permettono di dare valutazioni chiare. Tuttavia più andiamo avanti nel tempo, più il nostro tempo, la nostra cultura, la nostra società va avanti più mi rendo conto che ‘il’ cristianesimo non esiste, non esiste ‘un’ cristianesimo, ma c’è il Vangelo e Dio sa quanto c’è bisogno di cristiani che abbiano a cuore e vivano concretamente la parola di Cristo.

Il cuore del Vangelo, l’unica cosa necessaria è avere in noi l’amore di Dio.

È questo il vero scopo di tutto, della religione, della fede, della liturgia. Capite che quando stiamo a misurare le parole, a ripetere come uno stereotipo le formule senz’anima, senza vita concreta… significa che non siamo alimentati dall’amore di Dio e ci troviamo, dicendoci pure cristiani, ad ascoltare chi in nome di un cristianesimo adulterato, fa come i contemporanei di Gesù: No, ma tu devi stare sulla tua barella perché Dio vuole così. No, ma i migranti devono stare al loro paese perché noi abbiamo radici cristiane. No, ma i diritti delle donne non vanno promossi perché la scrittura dice che la donna è sottomessa…

Non avete in voi l’amore di Dio.

E qui accade una cosa che mi sorprende sempre di più: vale a dire che questo modo di pensare, questi che potremmo chiamare valori, non sono valori religiosi, sono laici; valgono non solo per i credenti, ma anche per i non credenti, perché dicono una cosa più grande di noi, dicono dell’amore di Dio e questo amore è vero e autentico proprio perché è per tutti, supera le divisioni e le classifiche che tanto abilmente abbiamo costruito lungo la storia e ancora continuiamo ad alimentare.

Anche le chiese in questo trovano il loro senso di esistere e la loro giusta collocazione: non sono il fine della preghiera, dell’etica, dell’impegno… anche le chiese sono relative al regno di Dio che cresce al di fuori dei nostri paletti e delle infinite regole che cercano di chiudere l’appartenenza dentro i confini precostituiti.

Quando metti il rispetto, la cura della vita, la condivisione con chi soffre, con chi ha fame… tutto ciò non è cattolico, ma è profondamente divino e umano.

Perché Gesù ha dato la sua vita per tutti, è morto in croce per tutti, per i credenti e per i non credenti, per i buoni e per i malvagi.

Mi ha fatto riflettere la recente sentenza della Corte di Cassazione sul crocifisso nelle scuole. Una sentenza “a suo modo rivoluzionaria” (Elena Loewenthal) perché indica che l’esposizione di questo simbolo religioso non può più essere una decisione data per scontata in nome di una omogenea e univoca identità religiosa e culturale, ma va subordinato all’esistenza di un consenso in una società di cui si riconosce il pluralismo religioso e culturale.

Non vi è dubbio che si tratta di una posizione fortemente innovativa, non solo rispetto ad altre sentenze, inclusa quella della Corte europea che dichiarò l’esposizione del crocefisso un atto né discriminatorio né prepotente, in quanto non tanto simbolo religioso, quanto espressione dell’identità e culture italiane.

Quello che ci aspetta è che ora per avere questo consenso, andremo incontro a discussioni senza fine… e la cosa può essere interessante. Alla luce del Vangelo vorrei introdurre un elemento ulteriore di riflessione per non perdere il significato teologico della croce: quello appunto di essere segno di un amore che abbraccia tutti, ma proprio tutti.

Certo la croce è passata a significare che tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso, di una sventura, versando sangue e lacrime e cercando di non crollare. Questo dice il crocifisso. “Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici” scriveva Natalia Ginzburg.

Ma così la croce continua ad essere compresa in senso univoco, come emblema del dolore, dimenticando che è il segno di un amore capace di abbracciare tutti. Rischiamo di riprodurre la stessa discussione del sabato della barella per cui la usiamo a sproposito, riducendola a oggetto di referendum e di maggioranze per le quali si creano divisioni e spaccature, brandendola come arma gli uni contro gli altri… ma così facendo rinneghiamo il senso stesso di una vita donata per amore.

La croce è il contrario di tutte le guerre, è il contrario delle bombe intelligenti, è il contrario delle transazioni finanziarie che schiacciano intere economie locali, è il contrario dello sfruttamento del creato…

E poi cosa dire, a proposito della pace, guardando la croce? È l’esatto contrario del modo in cui oggi siamo e viviamo. È difficile amare noi stessi e più difficile ancora amare il prossimo, forse impossibile, e tuttavia avvertiamo che là, quella croce è la chiave di tutto e lì  è posta la nostra speranza.

(Gv 5,37-47)