Settima dopo Pentecoste - Gv 16,33-17,3


Nelle letture che abbiamo ascoltato mi sembra di registrare una di quelle oscillazioni che hanno segnato e segnano la storia: da una parte la violenza della guerra di Giosuè e la strage terrificante che ne seguì, dall’altra le parole di Gesù che a molti possono sembrare fuori dal tempo, quando dice: Coraggio, io ho vinto il mondo! Sappiamo benissimo che l’idea di Gesù di vittoria è ben lontana dalla comprensione diffusa: Gesù non sembra vincere nulla, anzi, risulta dalla parte degli sconfitti, crocifisso sulla croce è ridotto al silenzio eppure dice di portare la pace, di essere uomo di pace.

La storia umana oscilla appunto tra guerre e stragi e il desiderio, il sogno di pace e di concordia. In questo movimento oscillatorio a un certo punto sembra di stare davanti a un ‘ferma-immagine’: Giosuè impone al sole di fermarsi per poter portare a termine il suo piano di sterminio. Immagine iperbolica e di una violenza inaccettabile, se mai ci fosse una violenza accettabile. Giosuè non è Mosè, non ha la statura morale e spirituale, carismatica… è un uomo modesto e sa di esserlo, sarà sempre il sostituto di qualcuno che non c’è più, a lui tocca percorrere una strada che un altro ha tracciato e indicato.

Giosuè ha bisogno di darsi un peso nella storia e lo fa con la cosa più facile che ha disposizione: fare guerra. In guerra tutto è più semplice: che cos’è la guerra se non un vasto processo di semplificazione? Trentuno re con i loro eserciti occupavano la terra di Canaan: Giosuè li sgominò tutti. Neppure uno sopravvisse. Alcuni furono uccisi in battaglia, altri furono impiccati. Con una brutalità assurda e gratuita.

Fermare il sole per portare a termine lo sterminio dei nemici e fare questo in nome di Dio, perché il Signore combatteva per Israele, fa di lui un condottiero, un conquistatore, lui uno dei pochi sopravvissuti della generazione perita nel deserto eppure quando morì, fu lasciato solo, completamente solo.

Raccontano che venne sepolto sulle pendici di una specie di vulcano, la montagna arrabbiata. Perché era arrabbiata la montagna? Perché Dio offeso stava per punire il suo popolo seppellendolo sotto la montagna, dice il Talmud. E perché Dio era offeso? Perché nessuno si era preoccupato di andare al funerale di Giosuè. Perché? perché erano troppo occupati. Uno era occupato nel suo giardino, l’altro nella sua vigna, il terzo con le sue bestie… Strano ma vero: Giosuè fu il capo di Israele in guerra, ma quando la guerra finì, non ebbero più bisogno di lui[1].

Perché l’umanità per darsi un futuro ha bisogno di altro e non a caso il sole ‘si fermò’ anche un’altra volta, di venerdì da mezzogiorno fino alle tre, quando Gesù morì sulla croce.

Gesù ‘vince’ il mondo non con una guerra, non c’è bisogno di un’altra guerra e di altra violenza. Gesù ‘vince’ la logica del mondo, vince la rassegnazione che tutti proviamo di fronte alle oscillazioni della storia che sembrano ineluttabili, dicendo soprattutto una parola chiara e decisiva su Dio che non benedice eserciti, non vuole guerre sante, ma ha messo nel cuore dell’uomo la possibilità e il coraggio di un’alternativa: Io ho vinto il sistema, il sistema violento.

E come lo ha vinto? Con alcuni atteggiamenti che possiamo fare nostri: anzitutto è stato disposto a pagare di persona, non ha accettato compromessi, mediazioni… Ma Gesù ancor prima di arrivare a questo gesto estremo ha scelto di stare dalla parte giusta della storia, quella di chi è senza voce, di chi subisce le violenze del sistema. Ha fatto una precisa scelta di campo che non è semplicemente sociologica: stare con i lebbrosi, le prostitute, i ciechi, i samaritani, i pubblicani… aveva un profondo significato umano e divino allo stesso tempo. Anzitutto di solidarietà, ma anche per dire loro che queste sono classificazioni del potere, mentre dinnanzi a Dio siamo tutti figli e fratelli. Se qualcuno usa il potere come dominio in nome suo, bestemmia. È davvero un ‘senza Dio’.

Il sistema ha in sé la necessità della violenza, per questo ci vuole coraggio per resistere con i mezzi della nonviolenza. Danilo Dolci, il Gandhi italiano di cui quest’anno ricordiamo il centenario della nascita[2], Gandhi stesso, Martin Luther King, Nelson Mandela… hanno storicamente dimostrato che è possibile. Un messaggio che oggi viene giudicato inutile e ingenuo in tutti i teatri di guerre, dalla Palestina all’Ucraina, dal Sudan a tutto il resto del mondo, ma non per questo rimane meno valido.

Dove l’oppressione la fa da padrona, restano strade alternative a quella della violenza, per le quali dobbiamo impegnarci a formare, ad educare, a coltivare rapporti e relazioni anche con chi non è dalla nostra parte, anche con chi è sul versante opposto della nostra visione del mondo e della vita, sempre capaci di dialogo e senza imporci con la violenza.

Questo principio si traduce concretamente nel valore della democrazia che, come ha detto il presidente della repubblica Mattarella aprendo la 50a settimana sociale a Trieste, non è mai conquistata per sempre. Anzi ciascuno di noi deve battersi affinché non vi siano più ‘analfabeti di democrazia’… democrazia è esercizio dal basso, legato alla vita di comunità, perché democrazia è camminare insieme. Oggi non camminiamo insieme, ma dobbiamo sapere che, come diceva Danilo Dolci, un popolo che non è abituato a poter scegliere, ma è abituato a lasciar scegliere gli altri, è un popolo senza speranza, disperato. Perché non partecipa.

(Gs 10,6-15; Gv 16,33-17,3)

[1] E. Wiesel, Cinque figure bibliche p.30

[2] 28 giugno 1924