//In mezzo a tanta morte ce n’è una che salva

In mezzo a tanta morte ce n’è una che salva

Mentre contempliamo il volto di Gesù crocifisso lasciamo sgorgare dal cuore una preghiera per i 150 giovani cristiani massacrati in Kenya, preghiamo per le loro famiglie che vivono una pasqua atroce. Pensiamo alle vittime degli attentati in varie parti del mondo, alle vittime delle sciagure… vi invito a pregare insieme anche per le 2500 persone che nel 2014 in vari paesi cosiddetti civili del mondo sono state condannate a morte, e sono state ben 500 in più in confronto all’anno precedente…

Quando un essere umano arriva a uccidere un suo simile, uccide se stesso, ferisce tutta l’umanità e la priva di un dono di Dio. È come se dicesse: quella persona non deve esserci, quell’uomo e quella donna non devono stare al mondo! Così come è successo con Gesù, ma è una storia antica come il mondo!

Anche Caino pensava: se non ci fosse Abele, il Signore avrebbe gradito la mia offerta e invece siccome c’è lui… E uccise suo fratello.

Anche Sara, la sterile moglie di Abramo, poteva dire: se non ci fosse Agar con la sua gravidanza…e la maltrattò a tal punto che la costrinse ad andarsene.

Così anche Esaù pensava: se non ci fosse questo fratello Giacobbe più brillante di me, non avrei perduto la primogenitura. E meditò di ucciderlo non appena fosse morto il padre.

Anche i fratelli di Giuseppe, dicevano: se non ci fosse questo sognatore preferito da nostro padre Giacobbe, staremmo meglio… e così lo vendono a una carovana che andava in Egitto.

Se non ci fosse Davide, così pensava Saul, io sarei celebrato dalle donne d’Israele come il più valoroso campione, e si ingelosì di Davide al punto da volerlo morto.

Anche nel processo narrato da Matteo (27,1-56) Pilato poteva pensare che se non ci fosse stato Barabba, Gesù sarebbe stato facilmente rimesso in libertà, come i sogni della moglie sembravano fargli desiderare.

Invece no, Gesù è Abele, Gesù è Giuseppe, Gesù è Davide, Gesù è l’altro che vorremmo eliminare dalla nostra vita, perché mi intralcia, mi disturba, mi impedisce di essere quello che voglio essere e io, in qualche modo, lo voglio morto.

Questo è il dramma della nostra umanità: sembra che senza violenza non riusciamo a stare. Parrebbe non sia possibile tollerare le diversità, accettare la convivenza pacifica di culture, religioni, mentalità diverse e che dobbiamo aver bisogno di un nemico per giustificare le nostre miserie, per nascondere le nostre meschinità e insufficienze.

E noi oggi ancora una volta davanti al Cristo, uomo giusto ingiustamente inchiodato al legno, non cerchiamo di capire perché forse non c’è molto da capire che non sia già stato detto, ma ci lasciamo salvare.

Che cosa significa lasciarsi salvare? In che modo Gesù ci salva con la sua morte in croce? Non è la salvezza di Caino che vorrebbe eliminare Abele, non è la salvezza che la gente desidera: ovvero che Gesù scenda dalla croce!

Gesù ci salva non scartando la croce, ma salendovi da uomo giusto, come il servo del Signore cantato da Isaia (49,24-50,10; 52,13-53,12), come agnello immolato. Il servo è l’agnello condotto al macello e che si rivela ormai come un agnello pasquale immolato su di una croce, è lui quell’agnello che il Battista aveva indicato in Gesù fin dal principio come colui che porta il peccato del mondo e che in questo momento grida con le parole del salmo 22 una delle profezie più commoventi di un giusto perseguitato e umiliato, come il servo sofferente di Isaia.

Già Platone 400 anni prima di Gesù si domandava come avrebbe vissuto e come sarebbe andato a finire in questo mondo, un uomo che fosse giusto e retto. E nella Repubblica constatava che un uomo giusto per davvero, per amore della giustizia deve essere pronto a prendere su di sé anche un’apparente ingiustizia, dovrebbe cioè pagare a caro prezzo il fatto di essere giusto. Succede da sempre che il vero giusto viene misconosciuto e finisce perseguitato in questo mondo, mentre un uomo comune quando è giusto lo fa per essere applaudito e onorato dagli uomini.

Lo diceva un grande mistico musulmano Mansur al-Hallalj (858-922): un uomo sta comunemente dalla parte del bene e dimostra di spendersi per i veri valori fintanto che ciò gli sarà di vantaggio e di tornaconto. Qualora però la sua fedeltà alla giustizia dovesse comportargli degli svantaggi, i propositi di essere giusto e di fare giustizia non mancherebbero di cominciare a venire meno. Ciò mostra che l’essere giusto non gli importa veramente, ma solamente apparire tale.

La stragrande maggioranza delle nostre violenze le compiamo perché noi ci riteniamo giusti e non vediamo l’altro come giusto. Gran parte del male del mondo in genere viene fatto in nome del bene, di un presunto bene. Che può essere la mia idea, il mio partito, la mia tribù, il mio paese… in contrapposizione al bene di un altro. La crudeltà che l’uomo può produrre è sempre fatta a buona ragione, raccontandosela, giustificandosi con mille ragioni… questa è una realtà che sempre accompagna l’umanità.

Non dimentichiamo che anche nella storia della chiesa generazioni di ferventi militanti si sono nutrite e continuano a nutrirsi di queste contrapposizioni: una volta erano le streghe, gli eretici, gli scismatici… poi i comunisti, i radicali, gli abortisti. Si dipingono gli altri con le tinte più fosche perché appaiono come una minaccia per la vocazione degli eletti del Signore!

Questo zelotismo e le «guerre sante» del resto non sono retaggio esclusivo dei giudei e dei cristiani. Oggi si impone lo jihad islamico (lett. il massimo sforzo), come viene interpretato da molti terroristi.

Gesù, il Figlio unico del Padre, il giusto, emblema di ogni giusto, ci salva da questa nostra ottusità, dal nostro essere ciechi, rinunciando a quel bene sommo che è la sua vita, donandola sulla croce e gridando al Padre: è questo grido che attraversa la morte e indica il bene, il vero bene. La vita in Dio, la vita affidata alle mani del Padre, perché la nostra vita ha un orizzonte altro che non è solo quello del bene possibile qui, ma è quello di un bene più grande: vivere in Dio. La vita dopo la morte.

Chi si rende conto di questa realtà nel vangelo? Non i religiosi ebrei, non gli apostoli, non i discepoli, ma un centurione romano che sta di fronte a Gesù e che giunge a dire: Davvero costui era Figlio di Dio!

Con queste semplici parole il centurione sconfessa la verità di due tribunali: quello romano che ha condannato Gesù come falso Messia, ma sconfessa anche il tribunale giudaico che aveva accusato Gesù di bestemmia e confessa così la verità di Dio, non vedendo Gesù risorgere, ma vedendolo morire.

Non è lo scampare dalla morte, come era accaduto a Isacco, ma il morire come Gesù, la risposta di Dio alle menzogne del mondo. Il giusto muore con Gesù, i giusti continuano a morire ingiustamente, ma sono in Dio. Questa è sì una promessa, ma è anche la fonte di una etica del rispetto e della responsabilità che ci riguarda fin da oggi.

Se sapessimo guardare alla vita con la prospettiva della vita eterna in Dio come il vero bene, tanti presunti nostri beni di questo mondo diventerebbero davvero relativi. Tanti beni, per i quali saremmo disposti a fare guerre sante e a spargere sangue innocente, non si rivelerebbero più come assoluti. Quante volte anche noi nel nostro piccolo fissiamo la lente d’ingrandimento sui nostri piccoli interessi, sui nostri calcoli, sulle nostre scadenze e ci sembrano i problemi più grandi del mondo, per i quali saremmo disposti a non guardare in faccia a nessuno?!

Nella preghiera e nella processione che ora facciamo per adorare la croce, fissiamo lo sguardo sul volto di Gesù, nel suo dolore vediamo il dolore del mondo, ma vediamo anche l’amore che è il prezzo che Dio è pronto a pagare per salvarci, ed è quell’amore che non finisce mai di attenderci, di aspettarci.

Preghiamo perché anche a noi sia dato come Gesù di trasformare la più grande iniquità nel più grande amore, fino a quando la vita rifiorirà in Dio.

2018-11-13T16:26:51+00:00aprile 3rd, 2015|Omelie (vedi tutte) >|