//Impronte improbabili

Impronte improbabili

La prima cosa che viene alla mente quando parliamo di santità è che nessuno di noi si sente tale e giustamente, direi, come dice infatti il salmo 23: Chi potrà salire il monte del Signore, chi potrà stare nel suo luogo santo?

In realtà il salmo stesso subito dopo aggiunge: Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Ma questo non ci semplifica le cose, perché appunto siccome non siamo santi, non abbiamo né le mani innocenti, né il cuore puro; non solo, ma ci siamo rivolti spesso anche agli idoli del potere, del denaro e del successo che ci hanno sedotto il cuore… così che sul monte del Signore proprio non ci è dato di salire!

La buona notizia del vangelo di Matteo è che Gesù ci viene incontro, il Signore stesso salendo sul monte porta con sé i suoi discepoli. Insieme fanno la fatica di salire, e Gesù porta questa fatica. Infatti incontriamo nella prima parte di ognuna delle otto beatitudini tutte situazioni umane dure e difficili: la povertà, il pianto, la persecuzione, l’ingiustizia… situazioni nelle quali ci riconosciamo immediatamente perché nella vita ci è dato di attraversarle tutte!

Nella seconda parte della beatitudine, però, di Gesù ci indica come dentro queste situazioni Dio non ci lascia soli, non abbandona i suoi figli. Chi è il soggetto di quei verbi, un soggetto che non viene esplicitato? È il Signore stesso, è lui a rendere beate e benedette queste realtà, è la fedeltà di Dio: il povero, come colui che piange sarà beato perché consolato dal Padre; chi ha fame di giustizia sarà beato perché Dio gli farà giustizia… e così tutte le otto situazioni descritte da Gesù nelle quali è il Signore che si prende cura di noi con un amore irresistibile per questo possiamo dire che è con Cristo che possiamo salire sul monte, se mettiamo i nostri passi dentro le sue impronte, quelle impronte appunto che sono le beatitudini.

Il problema è che sono impronte improbabili, questo è il dramma che da sempre rende la santità difficile. Infatti quando pensiamo alla santità ci viene da considerarla sempre come cosa seriosa, impegnativa…. Mentre Gesù ne parla in termini di gioia, di beatitudine, perché non siamo chiamati a chissà quale forma di eroismo, ma a fidarci di Dio nella povertà, nel pianto, nell’ingiustizia, nella persecuzione… siamo chiamati a credere che mettendo i nostri piedi lì, passo dopo passo possiamo salire il monte del Signore, possiamo incontrarlo e essere resi partecipi della sua santità.

La celebrazione di oggi della comunione dei santi aggiunge un ulteriore elemento come a sostenere questo cammino, perché ci ricorda che siamo in buona compagnia. I santi sono coloro che prima di noi non hanno avuto paura di salire il monte del Vangelo. Senza dubbio hanno avuto anche loro momenti di debolezza, di cedimento, di dubbio… ma appunto perché la santità non è da confondere con la nostra perfezione, anch’essi sono stati resi santi non già dalle loro capacità o dai loro meriti, ma hanno lasciato entrare nelle loro vite e nelle loro coscienze l’amore e la misericordia di Dio.

Avevano ragione i primi cristiani a chiamarsi «santi» (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1), non perché fossero presuntuosi, ma perché santo lo diventa colui e coloro che comunicano ai «santi misteri», perché ogni cristiano riceve la santità come un dono in forza dell’Eucaristia. Infatti i discepoli (sancti) vengono nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo (sancta) per crescere nella comunione dello Spirito Santo (koinonia).

Il libro dell’Apocalisse, ricordando con un linguaggio simbolico evocativo di grande fascino che a salire sul monte del Signore sono i 144.000 provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele (dodicimila per ciascuna delle dodici tribù), e che costoro sono segnati sulla fronte con il sigillo di Dio, riconosce che questo sigillo è appunto il segno della croce piantato sul monte.

Oggi contempliamo i santi che sono in comunione perché stanno davanti all’Agnello, al Cristo. La comunione è data dall’avere un unico punto di riferimento, dalla relazione che si ha con il Cristo. Nella persecuzione, nel dolore, come dice Paolo, chi ci potrà separare dall’amore di Cristo? La comunione non è un’emozione, una sintonia ineccepibile, un’armonia di affetti, potrebbe essere anche questo ma non necessariamente, sappiamo quanto sia difficile andare d’accordo… Giovanni, che era stato sotto la croce, aveva visto il sangue di Gesù scorrere come il sangue di un agnello, ma lo aveva anche incontrato risorto e vivente e da questa esperienza di Pasqua aveva compreso che la comunione passa attraverso il dono di se stessi. Gesù nonostante tutto e tutti, messo di fronte addirittura alla morte, rimane fedele al dono di sé.

Non è forse di questa santità che ha bisogno l’uomo oggi, la nostra umanità, la nostra città? Negli anni abbiamo dedicato energie, pensiero e volontà all’identità cristiana, alle radici della nostra cultura, ma alla fine questo ha rivelato l’estrema fragilità della nostra fede e dobbiamo anche riconoscere che non abbiamo conquistato nessuno all’amore di Cristo. Quando entriamo in quell’atteggiamento odioso di difesa, allontaniamo dal Regno: non c’è infatti beatitudine in quella cosa!

Guardiamo al ritratto di Gesù nelle Beatitudini, contempliamo l’agnello immolato, dove Giovanni testimonia quello che a sua volta ha visto: in Gesù crocifisso ha incontrato l’amore, la compassione e la misericordia di Dio che vince l’odio, l’ingiustizia e la morte, per questo invita i discepoli a stare nella storia con lo stesso atteggiamento del Signore sulla croce: fermo nel dono di se stesso, con il cuore fiducioso nel Padre e con uno sguardo di misericordia per chi gli sta intorno. Sono le orme nelle quali da sempre possiamo continuare a mettere i nostri piedi incerti, dietro a Gesù, e partecipare così della sua santità.

2018-11-13T16:25:54+00:00novembre 1st, 2013|Omelie (vedi tutte) >|