La questione del perdono così come il vangelo di Marco oggi ce la propone è molto seria. Ai nostri occhi suscita forse qualche perplessità, perché pensiamo che parlare di perdono possa significare indugiare a un melenso buonismo o a una generica tolleranza, quella propria di chi chiude gli occhi per non vedere, per far finta… forse perché perdonare è difficile. Sappiamo bene che perdonare non è affatto un atto di bontà. A modo loro lo dicono gli scribi del vangelo quando rimandano solo a Dio questa possibilità: Chi può perdonare i peccati se non Dio solo?! (Mc 2,1-12).

In realtà il tema del perdono è un tema caro a Gesù e gli costerà anche caro. Se uno come lui si presenta e dice: Figlio ti sono perdonati i tuoi peccati, è normale che la gente reagisca chiedendosi: Ma chi è costui? Chi pretende di essere? Infatti ci rendiamo conto quanto sia difficile perdonare, sappiamo che perdonare non è roba da poco.

Oggi per noi la questione si pone in maniera anche più radicale. Non è raro sentirmi dire: È proprio vero che Dio perdona tutto e tutti?

Non siamo nemmeno sicuri che Dio possa perdonare perché rimaniamo sospesi a uno scetticismo che dicendo di non credere che ci sia un Dio che possa perdonare, in realtà si afferma una visione pessimistica della persona umana, una interpretazione rassegnata dell’umanità in genere e della sua incapacità a cambiare, a perdonare.

È a questo punto che entra in scena la figura del profeta Natan, così come ci viene descritta nel libro di Samuele (2Sam 12, 1-13). Natan è uno di quei personaggi di cui l’umanità e la storia hanno estremamente bisogno, proprio per uscire da quello scetticismo incistato nelle menti e nei cuori che paralizza le nostre energie migliori e per restituire l’uomo alla sua responsabilità.

In fondo rinunciare al perdono significa rassegnarsi all’andamento delle cose, nasconde l’autoassoluzione per cui “tanto quello lì non cambia” … e soprattutto ci assolve dall’impegno di inventare qualcosa di nuovo, di lavorare per escogitare modi diversi e approcci diversi alle situazioni. Ci esonera dalla possibilità di trovare strade nuove e diverse nelle nostre relazioni. Quando diciamo: Basta con quello, con quella ho chiuso! Non diciamo altro che il nostro fallimento, la nostra pigrizia nel non voler pensare oltre.

In questo senso la figura di Natan, profeta, riesce a fare quello che nessuno alla corte del re Davide osava fare. Magari alle spalle del re tutti sparlavano della sua tracotanza nel mandare a morire un suo generale pur di sedurne la moglie. Immaginiamo quante parole, quanti giudizi, quante ore trascorse a raccontare i particolari morbosi di una storia del genere…

L’unico che non esita a mettersi dritto davanti al sovrano, al potente di turno, con intelligenza e senza paura è lui, Natan, uomo di Dio. Anzitutto con un racconto in terza persona, porta il suo interlocutore a pronunciare una sentenza di condanna sull’osceno protagonista del racconto, non rendendosi conto che in realtà sta pronunciando una sentenza contro sé stesso.

È sicuramente un procedimento più lungo di una brutale condanna: avrebbe potuto affrontarlo di petto, sbattergli in faccia tutta la sua malvagità… Invece la prende da lontano e questo permette al re di prendere coscienza del proprio errore attraverso il racconto fino alla domanda decisiva: Perché dunque hai disprezzato la parola del Signore, facendo ciò che è male ai suoi occhi?

Perché?

Perché sei diventato arrogante, presuntuoso, perché hai dimenticato di come sei arrivato lì su quel trono e ti credi capace di esserti fatto da solo, perché usi gli altri assecondando le tue voglie e servendoti delle persone… Perché? Perché hai dimenticato come sei stato amato da Dio?

È un invito dunque a pensare per non dimenticare. Anche noi rinunciamo a pensare, dimentichiamo, anzi vogliamo dimenticare, perché c’è un interesse anche nel dimenticare e così come Davide diventiamo incapaci di vedere i confini delle cose, i limiti.

E l’altra cosa che il profeta mette davanti alla coscienza del re e costituisce la cartina di tornasole, la prova che ci siamo dimenticati di Dio, quella prova che non ha margini di errore, ed è quando non vediamo più poveri.

Nel racconto il ricco possiede beni in grande abbondanza, ha di che sfamarsi eppure con sfrontatezza e cinismo si appropria dell’unica pecorella di quel povero, che costituiva per lui qualcosa di più di un bene, notiamo come descrive il loro rapporto: era vissuta e cresciuta insieme a con lui e con i figli, mangiando del suo pane… era per lui come una figlia!

Quando non vedi più la tenerezza, quando non senti più la misericordia per chi sta peggio di te, per chi soffre, quando sei cinico e spietato… allora stai pur certo che non solo sei lontano dal prossimo, ma sei lontano anche da Dio.

Ed è a questo punto che emerge dalla massa dei pettegoli e dei petulanti, dei cinici e dei presuntuosi la figura interrogante del profeta. Il profeta non chiacchiera, non dà scuse, non fa psicologia a buon mercato… pone una domanda.

La domanda che sentiamo vera anche per noi è proprio questa: Perché? Perché abbiamo disprezzato la parola del Signore? Ed è una domanda non già dovuta al fatto che Dio non sappia come siamo fatti, ma per indurci a fermarci, a sostare e a riflettere del come siamo diventati cinici al punto che non vediamo più i poveri, non li vogliamo più vedere, ci danno fastidio.

Una domanda che ci fa riflettere anche del come stiamo trattando i doni di Dio, di come abitiamo la terra, di come trattiamo la natura, di come ci sentiamo responsabili gli uni degli altri. “Perché?”.

Ecco come dovremmo essere noi discepoli di Gesù, come Natan capaci di stare di fronte al mondo, di fronte ai potenti, di fronte ai governi… con questa intelligenza interrogante.

Tutti sono capaci di brontolare, di accusare, di criticare, ma stare con l’intelligenza del profeta che non è tanto quella dell’accusa, dell’incriminazione o del giudizio spietato, ma quella di chi avendo già fatto su di sé questo lavoro di memoria di come Dio ci ha trattato ma anche di chi si è già posto la domanda, perché anche ciascuno di noi, anche la chiesa è fatta di peccatori che devono continuamente porsi questa stessa domanda: Perché? Solo allora potremo avviare processi di vero cambiamento con le persone che incontriamo, nelle situazioni che viviamo, non già perché emettiamo sentenze e giudizi, ma perché assumiamo quel carattere di amicizia e di sostegno che incontriamo nel vangelo di oggi, in quei quattro amici che non sanno più cosa inventarsi per quel loro amico che è paralizzato.

Quei quattro amici sono come il profeta: non danno sentenze, non emettono giudizi, ma fanno una cosa bellissima nel portare a Gesù il loro amico in barella, inventandosi un’apertura nel tetto!

Questo fanno i profeti e i cristiani oggi come ieri.

Il perdono è inventare strade nuove e non rassegnarsi al negativo e al male che uno porta dentro di sé e che è anche capace di compiere.

Il perdono è fare domande intelligenti non per inchiodare gli altri al senso di colpa, ma per avviare percorsi di cambiamento.

È una scusa bella e buona quella che adducono gli scribi dicendo: Chi può perdonare i peccati se non Dio solo? È una scusa che li esonera dal farsi carico del peccato del fratello che è paralizzato nelle sue forze vitali.

Se il paralitico torna a camminare, se il peccato viene perdonato, se all’uomo viene riconosciuta la possibilità di prendersi la sua barella e andarsene… allora vuol dire che nessuno, ma proprio nessuno è schiavo di sé stesso e del proprio peccato.

Ma a noi che pure siamo sempre nella condizione di ricevere il perdono da Dio, viene chiesto di imparare a fare il suo stesso mestiere.