Con l’incalzare delle celebrazioni natalizie abbiamo anche abbondanza di parola di Dio e di prediche… per cui vorrei cogliere le due celebrazioni, quella di oggi e quella di domani dell’Epifania, secondo due livelli di meditazione del mistero del Natale.

Oggi il brano di Luca ci fa incontrare Gesù ormai trentenne mentre si reca nella sinagoga di Nazareth dove fa sue le parole del profeta Isaia (cap. 61,1-2), espressioni molto belle e piene di speranza, nelle quali Gesù si identifica per dire quale direzione intende dare alla sua vita, per esplicitare cosa intende fare della sua vita.

Ed è molto chiaro in questo passo cosa intenda fare Gesù: è riempito di Spirito, quello stesso Spirito che ha adombrato sua madre Maria e la potenza dello Spirito, la forza dello Spirito gli viene donata per annunciare il vangelo ai poveri, la liberazione ai prigionieri, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi… Una missione a servizio dell’uomo, una missione che si colloca in un orizzonte molto umano.

Orizzonte che ritroviamo come una costante nella narrazione evangelica fino alla fine, fino a quella pagina di Matteo che chiamiamo il giudizio universale, dove il Signore ci ricorda che anche noi saremo giudicati sulla cura per il povero, dell’affamato, dell’assetato, del forestiero, del malato, del carcerato…

Quindi oggi la parola di Dio ci dona di vivere il mistero dell’incarnazione secondo questo primo livello di senso: Gesù non viene in nome di Dio a umiliarci, a dirci che non siamo niente davanti a lui!

Anzi con le parole di Isaia che Gesù fa proprie siamo agli antipodi di una religione disumanizzante che schiaccia, che umilia, che opprime con la colpa e che costringe il fedele al ripiegamento su di sé, sulle proprie miserie…

Potremmo dire che la Buona notizia di Gesù è una molla, uno stimolo, una parola che provoca il povero a non rassegnarsi, che chiede al prigioniero di non lasciarsi andare alla depressione, che invita l’oppresso a non chiudersi ogni prospettiva di futuro.

In fondo a ben guardare il Vangelo fa leva sul nostro desiderio di crescita, perché non abbiamo a rimanere lì dove siamo, affinché impariamo a reagire, a superare gli ostacoli e le condizioni che ci fanno star male. Il Vangelo è tutt’altro che rassegnazione, ad una condizione: non da soli.

Il Vangelo ci vuole in piedi ma non da soli: se vogliamo essere grandi, se vogliamo essere forti, se cerchiamo di essere potenti facciamo in modo di esserlo secondo l’esempio di Cristo. Vale a dire nella misura in cui insieme a noi e con noi innalziamo i poveri, gli ultimi, gli scartati.

Il Signore non predica la rassegnazione, anzi la sua passione che è una passione per l’uomo, suppone una stima infinita per l’essere umano. E ce lo dimostra perché chi altro crede nell’uomo, chi ci crede infinitamente fino a dare la sua vita? Fino alla morte di croce?

Che cosa vuol salvare il Cristo nell’uomo se non la sua dignità? Davanti a cosa egli sta in ginocchio alla lavanda dei piedi se non davanti alla grandezza e alla dignità umana?

Ecco come esercita la potenza dello Spirito che Gesù ha ricevuto e che ci dona. Ed è una strana potenza del resto molto diversa da quella mondana, se ci pensiamo bene.

Quante volte il nostro istinto ci sospinge a farci valere, ad apparire per essere considerati al di sopra degli altri. La potenza e la grandezza umane sono così: hanno bisogno degli altri, hanno bisogno della conferma dell’opinione pubblica, degli applausi, dei followers, della pubblicità dei media o di avere la propria foto sulla stampa.

È una strana grandezza quella che dipende tutta dagli applausi.

È anche tragica perché associata al disprezzo degli altri.

Se tu sei il faraone, se tu sei il Cesare, se tu sei il demagogo di turno o diremmo oggi se sei un influencer… bisogna che gli altri siano i tuoi adoratori, i tuoi schiavi, i tuoi sottomessi.

Il Vangelo di oggi ci libera da queste sudditanze, da tutte queste schiavitù e paure di non essere accettati… per renderci liberi e rialzarci dalle dipendenze in cui siamo schiacciati.

Ricorderete la storia di san Cristoforo. Si narra che san Cristoforo fosse un uomo dalla forza fisica formidabile ed era alla ricerca di un padrone all’altezza della sua potenza. Finalmente arrivò alla corte di un re che era ritenuto il più potente del mondo di allora e questi lo impiegò in sbalorditive prove di forza per divertire gli ospiti della corte.

Un giorno nel bel mezzo di uno spettacolo il buffone di corte intrattenne il sovrano con una storia. Un personaggio del racconto era il diavolo… appena il re udì la parola “diavolo” spaventato fece gesti scaramantici e pronunciò parole di scongiuro. Alle domande di Cristoforo perché il monarca si comportasse in quel modo, questi gli rispose che intendeva così difendersi contro l’irresistibile potere demoniaco.

Allora, concluse tra sé Cristoforo, nemmeno questo re è il più forte di tutti, poiché in realtà teme il diavolo che considera più forte di lui. Andò allora alla ricerca del diavolo e incontratolo si mise al suo servizio perché era il più forte di tutti.

Un giorno, mentre lo accompagnava per strada, videro una croce eretta sul bordo e il demonio emettendo grida altissime e isteriche fuggì terrorizzato. Il potentissimo diavolo fuggiva davanti a un segno così semplice e innocuo.

In definitiva nemmeno il demonio allora era così potente se davanti a una croce se l’è data a gambe. Nel suo peregrinare sconsolato, Cristoforo incontrò un vecchio eremita al quale pose la domanda perché mai la croce potesse fare così paura al demonio. Il vecchio asceta gli parlò di Gesù. Affascinato dal racconto Cristoforo chiese al monaco come potesse servire il Signore.

L’anziano gli disse: “Col digiuno”. Ma Cristoforo: “Non riesco”.

“Con la preghiera”, allora incalzò l’eremita. “Non ne sono capace”, rispose Cristoforo.

“Allora usa la tua forza aiutando la gente ad attraversare la corrente del fiume che è talmente forte al punto che molte persone ne vengono travolte”, gli disse l’eremita.

E così fece, costruì una capanna nei pressi del fiume e quando qualcuno aveva bisogno di essere aiutato ad attraversare lui era lì pronto a caricarseli sulle spalle a fare la traversata.

Una sera sentì la voce di un bambino che lo chiamava perché voleva passare all’altra riva, appena lo vide con un gesto rapido se lo mise sulle spalle, era davvero leggero.

Senonché nel bel mezzo del fiume, dove la corrente era più impetuosa, il bambino divenne pesante, quasi insostenibile anche per un gigante come lui tant’è che a stento, piegato dal carico, giunse all’altra sponda. “Quanto pesi!” disse Cristoforo al bambino. “Sai io sostengo il peso del mondo. Ora vieni con me”. Così Cristoforo spirò, accarezzato dal più potente di tutti[1].

Il semplice racconto è tutt’altro che ingenuo: Cristoforo siamo ciascuno di noi, sempre pronti a cercare di dimostrare chi siamo, sempre smaniosi di essere di più degli altri, di esercitare più potere… Ma il potere più vero è sostenere le nostre e altrui fragilità perché nessuno sia solo nell’attraversare le correnti del fiume della vita.

Gesù è venuto al mondo con questa missione e l’ha portata a termine fino in fondo.

È questa sapienza di vita che chiediamo come dono al Signore.

(Sir 24, 1-12; Lc 4,14-22)

 

[1] Cf. C.Pagazzi, Tua è la potenza. Fidarsi della forza di Cristo, 2019.