Penso che molti di noi, dopo aver ascoltato questo passo del Vangelo, abbiano pensato all’attualità del gesto di Gesù di cacciare i mercanti dal tempio ricollegandolo a quanto papa Francesco va compiendo da un po’ di tempo all’interno della Chiesa, nelle mura del Vaticano, dove questa vicenda dei mercanti non sembra avere fine.

Ed è una prima lettura, attualissima, ma che non deve farci dimenticare un altro livello di comprensione a partire dalla tensione che abita la trama delle pagine di oggi della Scrittura. Non dobbiamo isolare il gesto come un momento di impazienza del Cristo che davvero non ne poteva più di tutto quel commercio…

La tensione è molto profonda tra la centralità, l’importanza del tempio e la relazione con Dio. Il tempio, noi diremmo la chiesa intesa come edificio, è sicuramente molto importante per aiutarci a pregare, a incontrarci e a incontrare Dio… ma, come scrive il profeta Baruc, la casa di Dio è grande e non ha fine, è alta e non ha misura!

Nel senso che è relativa. D’altronde come rivela questo tempo di pandemia e come possiamo cogliere anche nella nostra celebrazione di oggi, possiamo sì pregare nella nostra bella chiesa, possiamo andare nel nostro bellissimo Duomo, emblema della città, della sua attrattività, del suo essere motore propulsore del Paese stesso, ma come ci viene un turista, un appassionato di arte.

Oggi celebriamo la dedicazione del Duomo, ma il Duomo potrebbe anche non esserci o potremmo essere nella condizione di non poterci andare… e così il nostro rapporto con il Signore come va a finire? Si ferma tutto?

Alcuni sono preoccupati del fatto che con la pandemia la gente si è abituata a non andare più in chiesa… preoccupiamoci piuttosto se hanno a cuore il Vangelo, se e come riescono a coltivare il loro rapporto con Dio, anche senza poter andare in chiesa.

Davvero Gesù ha un qualche motivo personale per prendersela con quei quattro mercanti e commercianti? Facevano il loro lavoro, dovevano anche loro mantenere le loro famiglie… il gesto era profetico e mantiene la sua carica profetica ancora oggi. Non è un fumetto: Gesù ci sta dicendo una cosa enorme e la dice anche a papa Francesco: non basta cacciare i ladri dal covo! Il covo potrebbe anche non esserci più. Potrebbe sparire. Potrebbe chiudere.

La questione vitale non sono le pietre, le cattedrali… ma la preghiera, dice Gesù, la dimensione contemplativa della vita, la nostra spiritualità, chiamatela con i nomi che preferite, ciò che conta è il fatto di tenerla viva anche se non posso andare in chiesa, anche se il Duomo non dovesse esserci, così come oggi gli ebrei non hanno più il tempio.

E quindi siamo lasciati a noi stessi? Al nostro sentire soggettivo? Alle nostre idee personali su Dio? Basteranno i social a colmare il vuoto del luogo fisico in cui pregare? O sarà il moltiplicarsi delle celebrazioni in diretta o in streaming a custodire la fede?

Non sarà piuttosto il nostro convergere su di lui, su Gesù, sul Cristo il vero senso della mancanza del tempio? È questo il tempo di stare senza il tempio per “rimanere” con il Vangelo di Gesù?

Ma quale Gesù? “Chi è costui?”, si chiede tutta la città all’inizio del vangelo di oggi. La domanda è ambigua, intende definire il chi, ma di fatto sottintende che cosa fa costui?

Potremmo rispondere razionalmente con le informazioni che abbiamo a nostra disposizione: è un giovane ebreo, nato da Maria di Nazareth, è vissuto in Palestina venti secoli fa, morto sotto Ponzio Pilato ed è uno di cui si continua a parlare…

Ma non è questo, la domanda va disambiguata: vedete che finiamo per dire sempre quello che Gesù ha fatto e non diciamo chi egli sia.

Sicuramente il chi è Gesù non può essere separabile dalle cose che ha fatto e che ha detto, ma non si riduce a esse, non è semplicemente identificabile con queste. Il chi di Gesù si rivela soltanto nell’incontro personale di fede, nel rapporto interpersonale in cui un tu risponde alla chiamata (preghiera) dell’io.

Ed è possibile attraverso un cambiamento, quello che il NT chiama metanoia, la conversione, vale a dire un cambiamento di prospettiva e di ruoli, per cui Gesù è riconosciuto come l’io che cerca un tu… ed è grazie a questa conversione/cambiamento che Paolo riuscirà a dire: Non più io, ma Cristo vive in me (Gal 2,20).

Il salto è una questione spirituale, contemplativa. Quando diciamo che Gesù è l’unico salvatore, il solo nome che salva, la via esclusiva alla salvezza, cosa intendiamo dire?

Intendiamo proclamare il suo nome per renderlo strumento di dominio sulle altre tradizione religiose?

Oppure al contrario dobbiamo indebolire il messaggio cristiano per andare incontro a un facile irenismo e quindi ledere l’autoidentità di un quinto della popolazione mondiale?

È un altro l’approccio, quello spirituale o come lo chiama Panikkar[1], contemplativo. Vale a dire che non dobbiamo confondere il chi di Gesù che viene rivelato attraverso il che cosa della tradizione che glielo ha tramandato.

Ad esempio nell’eucaristia il cristiano crede nella presenza reale di Cristo, ma non crederà di mangiare le proteine e di bere il sangue di Gesù di Nazareth, poiché egli sa che la comunione è con la persona reale di Gesù e non semplicemente con le cose che ha detto e fatto e che ricordiamo.

Ma allora viene da fare un passo in più, nel senso che non è forse a questo livello che il chi sotteso alla contemplazione e compassione buddhista o il chi sottomesso del musulmano non è altro dal chi dell’agape cristiana?

Il chi del musulmano, presumendo che lui si rivolga ad Allah, non è il che cosa della sua teologia, ma la realtà vivente con cui si crede connesso in modo speciale e con cui entra in una relazione molto particolare.

Quando diciamo che Gesù è risorto possiamo capire che egli non è qui, non può essere localizzato con categorie geografiche o entro parametri meramente storici.

È come se l’angelo dicesse che la sua vera risurrezione è la sua assenza, il suo non essere né qui né lì. Egli è al di sopra dei limitati orizzonti umani, al di sopra delle speculazioni teologiche e filosofiche, ben al di là di qualsiasi tipo di culto e tuttavia è presente la sua assenza e non ci occorre scoprire “lui” come un oggetto di speculazione, così che egli possa ricevere i nostri atti, ma riconoscerlo vivente nell’umano che ci sta intorno.

Perché non ci deve sfuggire un particolare che è in una riga di vangelo, e che è decisivo: Gli si avvicinarono nel tempio cerchi e zoppi e se ne prese cura.

Gesù ci insegna l’inscindibilità dell’amore per Dio dall’amore per i poveri. Gesù tiene insieme sempre nella sua vita la preghiera e la cura, la dimensione contemplativa della vita e l’amore per gli scartati, gli ultimi. Perché così è Dio, dice Gesù.

E allora noi che siamo innamorati delle nostre chiese, del nostro Duomo… al punto che per alcuni diventa un elemento identitario contro altre identità, noi che in tempo di pandemia sentiamo vacillare la nostra spiritualità perdendo la consuetudine alla frequentazione della chiesa, veniamo oggi restituiti da Gesù a quell’esperienza di Pasqua che fecero i discepoli di Emmaus per cui soltanto nel momento in cui furono lasciati soli con il pane, sono stati in grado di riconoscerlo.

In conclusione vorrei richiamare la vostra attenzione su un’annotazione marginale che è l’ultima riga della pagina: Li lasciò, uscì fuori dalla città, verso Betania e là trascorse la notte. A Betania Gesù va dagli amici, a casa di Maria, Marta e Lazzaro.

Molto umano questo Gesù che mette sì al primo posto la relazione con il Padre, che si prende cura dei poveri, ma che ha anche bisogno di stare con gli amici, con gli affetti più intimi.

Questa degli amici insieme alla relazione col Padre e a quella con i poveri costituisce la trama di una vita piena. Non c’è Duomo che tenga. Non è forse questa la chiesa, vera alternativa al destino del covo di ladri? La chiesa non solo come edificio che oggi c’è, domani non c’è più, non solo come organizzazione, ma quale organismo che contempla la vita, che si prende cura degli scartati ed è pieno di umanità.

(Bar 3,24-38; Mt 21, 10-17)

 

[1] R. Panikkar, Mistica pienezza di vita, Milano 2018