//Il seme fragile

Il seme fragile

(Mt 13, 3b-23)

Vi invito a lavorare un poco di immaginazione perché vorrei rileggere la parabola del Seminatore tenendo in mente un famoso dipinto di Van Gogh intitolato «Il seminatore al tramonto» (1888). Forse abbiamo in mente i colori del quadro originale dove dominano due tinte fondamentali, cioè colori che l’occhio può avvertire singolarmente: il campo è blu, così come il contadino, mentre il cielo è giallo, come il grano sullo sfondo. Al centro del dipinto c’è il sole, mentre il seminatore è spostato più a destra lateralmente. L’enorme disco del sole immerge tutto lo sfondo del cielo in un giallo intenso e carico. Il terreno, in primo piano, risponde con un blu caliginoso e con macchie di viola brillante.

Siamo di fronte a uno scambio vero e proprio dei colori e della realtà. Il campo è riprodotto in blu e il cielo è giallo, così come gialli sono i semi gettati dal contadino, gialli come il sole e fecondano la terra.

Secondo me Van Gogh coglie in maniera geniale la prospettiva di Gesù, cosa che non ci viene facile perché siamo presi dai particolari, dai diversi terreni e cercando di comprendere ogni singolo riferimento perdiamo di vista il dinamismo del racconto. La metafora della semina racconta di Dio. Dio vuole che la terra viva. Seminare infatti non è uno sport, qualcosa di cui possiamo fare anche a meno. Seminare è per vivere. Seminare significa sperare che domani questi chicchi di grano possono maturare e arrivare come pane sulla tavola per i propri figli e per la propria famiglia, come ricorda la casa sulla sinistra nello sfondo.

Così è per Dio: i semi sono gialli perché hanno il colore del sole e questo è il lavoro di Gesù, fecondare la terra. Il regno di Dio è come un seme che il Signore stesso getta nei solchi della storia umana e della nostra stessa vita. Il primo lavoro è di Dio, il quale senza stancarsi continua a seminare e seminare è un atto di fiducia in noi, nell’umanità, in ogni generazione, alla quale Dio riconosce la capacità di far fruttare il seme. Lo straordinario del ribaltamento dei colori è l’invito a contemplare il dono di Dio e del suo amore che non cessa di scendere sulla terra per trasformarla. La sua Parola non si stanca di entrare nelle nostre vite e nelle nostre storie per portarle a maturazione.

È dentro questa ferma convinzione che Gesù ci invita a guardare a quelle difficoltà che si frappongono tra la semina e la maturazione e che sono come tre resistenze e altrettante obiezioni che impediscono la crescita del regno di Dio.

La prima al v. 19: Uno ascolta e non comprende. La prima resistenza consiste nel non capire la Parola di Dio. Il che vuol dire anzitutto non comprendere quello che si legge, perché non ci applichiamo, non approfondiamo, siamo superficiali o viviamo di rendita. Quante volte all’inizio di un passo del vangelo ci viene da dire: questo l’ho già sentito… Ma soprattutto la superficialità è uno degli ostacoli più gravi per capire il Vangelo, per riconoscere l’amore di Dio nella vita. Non a caso papa Francesco ha richiamato la necessità di una Bibbia in ogni famiglia!

Poi al v.21: Chi ascolta non ha in sé radici ed è incostante. La seconda resistenza è l’incostanza («proskairòs»), che è l’atteggiamento proprio di chi è pigro, indolente, uno che rimanda sempre al giorno dopo, aspetta le condizioni migliori che saranno sempre domani… Per lui non è mail il momento per decidersi, per agire perché ci sono sempre delle paure. Così facendo però non si coinvolge nel regno di Dio, non è mai il tempo per vivere il vangelo, per credere, per pregare, per amare…

Infine la terza difficoltà è descritta da Gesù al v. 22: La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola. Guardate che potere hanno la ricchezza e la mondanità: soffocare la Parola! Quotidianamente ci misuriamo su questo rischio, quando il criterio mondano prende il sopravvento, quando le cose riempiono la vita.

A pensarci bene queste tre obiezioni al regno si rapportano simmetricamente alle tre richieste di due domeniche fa, quando il Signore ci chiedeva di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. Cosa ci impedisce di amare Dio così? La superficialità della mente, l’incostanza del cuore e l’attaccamento dell’anima alle cose. Che sono poi anche le tre tentazioni cui si sottopone Gesù nel deserto.

Tra il dono di Dio e la terra c’è la nostra libertà, l’esercizio del nostro discernimento. Come dice Gesù, citando il profeta Isaia, anche noi possiamo diventare duri di orecchi, o chiudere gli occhi, e addirittura non comprendere con il cuore (v.15). La superficialità della mente, l’incostanza del cuore e l’attaccamento alle cose…

A questo punto cogliamo un ulteriore messaggio nella parabola che Van Gogh rende bene anche nel suo quadro. Il sole sta tramontando, lo dice il titolo stesso, il contadino volta le spalle al sole e va nella direzione opposta rispetto al sentiero. Si semina a novembre, in autunno – la stagione preferita da Van Gogh – e il grano matura in estate e dunque viene raccolto. Un sole così luminoso c’è appunto in estate, in autunno è improbabile vederlo. Su questo campo il contadino che è Cristo risorto cammina fiero e con la mano destra sparge i semi ma sta andando dalla parte opposta del tramonto, lascia il sentiero già percorso e va verso il futuro… verso di noi, verso il tempo che ci sta innanzi.

Questa è la forza del regno. Il regno c’è, ed è Gesù, è inarrestabile, niente può fermarlo, viene a manifestarci l’ostinazione di Dio, anche se l’agire di Dio nel terreno della storia umana è un agire silenzioso e discreto, come la crescita di un seme, che non si fa sentire, non fa rumore e tante volte non lo si riesce nemmeno a vedere. Dio si ostina a seminare, ma sappiamo anche che la parola di Dio non opera in maniera magica nel terreno, non basta ascoltare perché si produca il risultato, la parola di Dio non è un OGM, un organismo geneticamente modificato, un seme programmato a portare frutto automaticamente, ma esige, domanda sempre la responsabilità dell’uomo.

Mentre ci consola la certezza che il seminatore esce ogni giorno a seminare, proviamo a chiederci cosa ci manca per portare frutto? Abbiamo bisogno forse di più profondità di pensiero? Abbiamo bisogno di imparare ad essere meno pigri e più costanti? O ancora, le cose del mondo ci ingolfano il cuore e non ci lasciano liberi? Per uno che è pieno di se stesso non c’è posto per Dio (M.Buber).

Ci consoli la certezza annunciata da Gesù che il seminatore continua ad uscire… e come allora non è uscito a distruggere la terra piena di spine o di sassi e nemmeno a punire gli agricoltori, ma per seminare, così ancora ci consola il fatto che il seminatore continua ad uscire per seminare l’amore di Dio.

È un seme fragile l’amore di Dio, esposto al nostro rifiuto, alla nostra superficialità e ottusità.

È un seme fragile l’amore di Dio eppure invincibile alla nostra arroganza.

È un seme fragile l’amore di Dio perché sono almeno duemila anni che il seminatore è uscito a seminare, sono millenni che continua ancora a gettare il seme del suo amore nella storia e noi vorremmo vederne i frutti, vorremmo un’umanità migliore, una convivenza più civile e giusta, un mondo più pacifico… Ma come diceva un grande : sii tu il cambiamento che vuoi nel mondo (Gandhi). Curiamo il seme della parola nel terreno del nostro cuore, prendiamoci cura di quel seme: è della stessa luce di Dio.

2018-11-13T17:03:47+00:00ottobre 12th, 2014|Omelie (vedi tutte) >|