II DOPO LA DEDICAZIONE - La partecipazione delle genti alla salvezza - Mt 22, 1-14


audio 30 ott 2022

Quella del banchetto, e non di un banchetto qualsiasi, ma propriamente quello di nozze non è proprio un’immagine o una metafora con la quale disegneremmo il nostro futuro, anzi.

Cosa ci aspettiamo dal futuro? Tutt’al più che finisca la guerra, che cali l’inflazione, che il prezzo dell’energia ritorni a parametri normali… difficilmente ci immaginiamo una festa! Ci renderebbe felici già il venire meno delle tante ingiustizie e delle numerose tensioni che ci sono nel mondo.

Il profeta Isaia è più coraggioso di noi, e così anche Gesù che – come abbiamo già visto – ha interiorizzato la parola profetica e l’ha rilanciata con il suo modo di raccontare attraverso parabole.

Isaia alla sua gente che viveva quotidianamente di tensioni con i vicini, di diffidenza con i confinanti, di guerre e stermini, a gente che faceva fatica a tirare avanti e a trovare di che nutrire le proprie famiglie… offre una visione, che potremmo giudicare facilmente come un’illusione, quella di un banchetto preparato nientemeno che da Dio in persona, una tavola sulla quale viene preparato ‘ogni ben di Dio’, letteralmente.

Non solo, sul monte Sion il Signore prepara un pranzo sontuoso e regale, al quale invita le persone di ogni razza e di ogni cultura senza alcuna distinzione.

Una facile illusione? Una puerile proiezione dei bisogni, una religione come evasione consolatoria dalla realtà? Questo indica il profeta? Vale la pena credere ancora a queste promesse? Razionalmente parlando è più sicuro rifugiarci nel nostro particolare, accontentarci di curare i nostri interessi… per il resto si vedrà.

Cosa rispondono gli invitati del Vangelo? Precisamente questo: non interessa la promessa religiosa di un banchetto futuro, preferiscono andare chi al proprio campo, chi ai propri affari… altri poi scelsero la violenza e l’odio.

In realtà è anche quello che pensano e fanno molti oggi. È finito il tempo delle utopie, delle ideologie, delle religioni. Anzi è il tempo della distopia, dell’attesa di un mondo peggiore, della riduzione dei diritti, della crescita del nazionalismo e del razzismo… altro che futuro come banchetto per tutti i popoli!

Credo che la parabola di Gesù oggi potrebbe essere raccontata con un film di qualche anno fa, Il pranzo di Babette (1987).

Babette è una cuoca parigina che fugge dalla sua città per i gravi disordini causati dalla Comune di Parigi; trova rifugio e fraterna accoglienza da due sorelle, Martina e Filippa, che vivono in un piccolo villaggio danese. Figlie di un pastore protestante, dopo la sua morte hanno ereditato la direzione della comunità. Appartengono a un mondo calvinista e puritano talmente austero che anche la redenzione di Cristo viene vista come una negazione delle cose di questo mondo. Era una comunità che non sapeva che cosa fosse la felicità. Viveva schiacciata dal dolore e dalla paura dell’amore, e quindi era una comunità poco incline a convivenze interculturali.

In effetti c’è poca allegria in quel paesino, povera Babette. Le sorelle Martina e Filippa non hanno potuto in gioventù coronare le loro storie d’amore e ora vivono sole. Anche Babette è sola perché ha perso il marito e il figlio nei moti della Comune parigina. È una cuoca eccezionale e in breve si fa ben volere da tutti. Passano gli anni e Babette riceve una lettera che le comunica di aver vinto una grossa somma alla lotteria. Le due sorelle temono che voglia utilizzare la vincita per tornare a Parigi, ma lei invece decide di utilizzarli per imbastire un sontuoso pranzo per ringraziarle. Le due anziane signore restano sbigottite dalla proposta, hanno paura che il banchetto possa sconvolgere il loro austero stile di vita e anche gli altri invitati non pronunciano una parola durante il pranzo, ligi alla loro morale puritana.

Babette si procura i vini migliori, prepara una tavola riccamente apparecchiata con le migliori tovaglie, piatti raffinati e bicchieri di cristallo… Trasportati dalla bontà del cibo e dall’atmosfera piena di bellezza, tutti diventano gioviali e felici. Sedotti ed inebriati dal pranzo, trovano la forza per superare le discordie che li dividevano, alla fine danzano tutti insieme tenendosi per mano sotto il cielo stellato, prima di tornare ognuno alle proprie case.

Il film è appunto una parabola. La realtà ci vuole divisi e tristi, ripiegati sul nostro particolare, c’è una religione quella della tristezza, quella per intenderci della ‘valle di lacrime’ che non ci aiuta a vivere con gioia… Babette ha speso tutto in cibo, vino, tovaglie, piatti, bicchieri. E quando Martina le dice «Ora sarai sempre povera», Babette risponde che «un’artista non è mai povera», non è mai povera di gioia, di vita!

Davvero viene fatto di augurarsi che nella vita di ognuno di noi capiti di incontrare una Babette e che a nostra volta immettiamo nel mondo, nelle relazioni, nella vita quotidiana la bellezza di un amore che non è quello rivestito di vanità che guarda sempre e solo a se stesso, ma è quello proprio di chi si compiace del bene dell’altro, di chi si rende felice nel vedere felice l’altro.

Papa Francesco in Amoris laetitia, citando appunto il film, scrive che Le gioie più intense della vita nascono quando si può procurare la felicità degli altri, in un anticipo del Cielo (n. 129)

L’anticipo di cielo, l’annuncio del banchetto nella profezia di Isaia e di Gesù non è un’illusione né un’evasione, ma è la risposta alla povertà di senso, di felicità, di civiltà di donne e uomini imbarbariti che hanno bisogno di riscoprire la bellezza dell’essere umani.

La cucina, il vino, lo splendore delle tovaglie, dei piatti, dei bicchieri offrono agli abitanti di quella remota landa danese molto di più di qualche aiuto materiale: offrono la bellezza, l’arte, l’occasione di camminare verso la pienezza di umanità.

La nostra celebrazione è un anticipo, un assaggio di quel banchetto che il Signore ha preparato per tutti i popoli, un anticipo grazie al dono di Gesù, al suo spendersi per noi che fa dell’Eucaristia che celebriamo e di cui ci nutriamo il mandato a tenere viva in una società distopica e abbruttita la bellezza e la gratuità del dono.

Al v. 11 del Vangelo si dice che il re entrò nella sala e si accorse che un invitato non indossava l’abito delle nozze.

Tutti si erano cambiati d’abito, lui no. Tutti anche i più poveri, non so come, l’avevano trovato un vestito, lui no. Era entrato alla festa ma con la testa e la mentalità di chi era fuori.

È la nostra responsabilità di discepoli di oggi: stiamo attenti a non stare al mondo con il vestito vecchio, dove il vestito è l’habitus, vale a dire con le abitudini, i modi di fare, con i comportamenti che non hanno appreso nulla dal sogno di Dio e continuano a perseverare in una religiosità triste e depressa.

La gioia del Vangelo è nel rivestirci di umanità, perché come si dice nel libro degli Atti: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere (20,35).

Coltiviamo l’arte, la bellezza, la convivialità, la cucina, la poesia e la letteratura, il cinema e quanto nutre l’anima… sono un assaggio di cielo, un anticipo della convivialità delle culture che oggi guardiamo con paura e sospetto, e che invece Isaia cinque secoli prima di Gesù sapeva già intravvedere come promessa di Dio.

(Is 25,6-10a; Mt 22, 1-14)