FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA - Lc 2, 41-52


audio 31 gen 2021

A noi che siamo sempre alla ricerca di certezze, a noi che viviamo di ansia e di angoscia per il futuro che non conosciamo, non è che il Vangelo ci offra sempre tante e rassicuranti risposte, anzi.

Anche se volessimo leggerlo dalla prospettiva della famiglia, come la celebrazione di oggi ci chiede, nemmeno su questo tema riceviamo grandi risposte, anzi la pagina di oggi è un incalzare di domande, un porre questioni che necessariamente rimandano ad altro, che sparigliano il nostro desiderio di ottenere rassicuranti certezze.

La prima domanda è posta da Maria che dà voce alla preoccupazione e all’angoscia sua e di Giuseppe quando chiede a Gesù: Perché ci hai fatto questo? La domanda è chiara perché non è che Gesù si sia perso per strada, si sia smarrito nel tempio… no! è rimasto deliberatamente a Gerusalemme, ha scelto lui di fermarsi in città senza avvisare i genitori. Ha fatto una cosa grave nei loro confronti e ben si comprende l’angoscia di Maria.

Per tutta risposta Gesù dice loro: Perché mi cercavate? Ed è la prima delle numerose domande di Gesù nei Vangeli. Solo nel vangelo di Luca ne ho contate almeno 70. Questa è la prima: Perché mi cercavate?

Gesù qui appare quasi sfrontato, né sembra comprendere lo stato d’animo dei suoi, come se non gliene importasse nulla dell’angoscia che provano i suoi genitori… Ma questa è solo una prima lettura, una prima impressione.

Proviamo a rileggere il racconto di Luca come un midrash, vale a dire cerchiamo di cogliere quegli indizi che ci permettono di andare oltre il senso letterale per scrutare il testo in profondità, cercando di cogliere quei significati che a prima vista non appaiono e che sono tutti da scoprire.

Gesù poteva essere ritrovato dopo due giorni o dopo una settimana… invece quel rimando ai tre giorni è evidentemente un richiamo a quanto è accaduto a Pasqua, quando la famiglia di Gesù, la comunità dei discepoli, di coloro che avevano lasciato tutto per seguirlo ha dovuto perdere il loro Signore, hanno dovuto vederlo crocifisso.

I discepoli non volevano che Gesù morisse, non poteva finire tutto in quel modo… ed è anche il sottinteso nella domanda che Gesù rivolge a Maria di Magdala: Donna perché piangi? Chi cerchi?

È la domanda delle domande: Chi cerchi? Cerchi l’oggetto del tuo amore? cerchi colui che pensavi di conoscere? Maria di Magdala, come Maria e Giuseppe, ad un certo punto hanno dovuto “perdere” l’oggetto del loro amore, hanno dovuto lasciar andare quel figlio, per poterlo ritrovare.

In ogni famiglia, anche in quelle che ci sembrano esenti da ogni ansia o angoscia – ma io non ne ho mai incontrate – c’è un momento in cui si rende necessario “perdere” i figli, occorre smarrire le aspettative legittime che ci siamo fatti su di loro, così come i discepoli di Gesù hanno dovuto perdere e smarrire le proprie attese e aspettative sul Cristo, con tutta la sofferenza e il dolore che questo comporta, per poterlo incontrare di nuovo.

Certe cose le sappiamo bene, ma c’è un sapere emotivo che non sempre coincide con quello della mente. Tante cose le sappiamo perché le abbiamo lette, le abbiamo sentite, le abbiamo razionalizzate… ma c’è un’intelligenza del cuore che non vuole lasciar andare, non vuole consegnare alla vita… da qui l’angoscia di Maria e di Giuseppe, che è l’angoscia di ogni genitore, anche se a parlare a nome di entrambi è solo la madre: Tuo padre e io ti cercavamo.

Un figlio è sempre da cercare, l’altro è sempre da cercare, nel senso che non è mai conosciuto del tutto, non è semplicemente quello che di lui sappiamo, non è un oggetto che si possiede facilmente. È sempre da cercare. Il cercare è il verbo delle domande, è il verbo delle domande che spingono la vita in avanti, che alimentano le relazioni, che tengono accesi i sentimenti e i pensieri.

Il potere delle domande! Un detto ebraico afferma che in principio Dio creò il punto di domanda e lo depose nel cuore dell’uomo. Infatti le domande sono la linfa della vita e della fede.

Dobbiamo aver fatto qualche bel danno se ancora oggi chi si pone una domanda sulla fede si sente in colpa, quasi fosse un peccato lasciare che gli interrogativi emergano dalla nostra coscienza … un po’ perché ci poniamo spesso con un atteggiamento dogmatico nel voler essere la risposta a tutto, un poco perché tutti noi siamo pigri e piuttosto che ascoltare domande che inquietano, preferiamo cercare tranquillità e sicurezza nelle risposte bell’e pronte.

Gesù invece non demorde, anzi incalza Maria e Giuseppe: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?

Non sapevate? Quale sfrontatezza da parte di un dodicenne, se non fosse che è il Figlio di Dio… Ma è il richiamo alla dignità di ogni figlio.

Quel non sapevate, suona quasi come rimprovero a Maria e a Giuseppe affinché non dimentichino che in qualche modo è stato così anche per loro: ricordate che anche voi avete dovuto uscire di casa per fare la vostra vita. Un figlio va lasciato andare affinché possa aprirsi sul futuro.

L’angoscia che viviamo come dolore, come sofferenza psichica nelle nostre relazioni, può diventare energia di vita se viene immersa nella dimensione che Gesù ricorda a Maria e a Giuseppe: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?

La traduzione è una scelta. Perché dire che Gesù deve “occuparsi delle cose del Padre”, fa immediatamente pensare al fatto che debba impegnarsi in cose religiose, come se il Signore dovesse svolgere un mestiere religioso, fare l’operatore pastorale o cose di questo genere… quando tra l’altro la sua missione non è ancora cominciata.

Letteralmente Gesù dice “Non sapete che io devo stare nelle cose del Padre?”. Non si tratta semplicemente di fare delle cose religiose, andare al tempio, dire le preghiere… è ben di più quello che Gesù reclama come sua autonomia.

Non è la libertà dell’adolescente di fare quello che vuole, quando vuole e come vuole, ma dice la necessità di reclamare per la propria vita una relazione altra, quella che sta alla sorgente della vita e che costituisce non solo il senso profondo della propria esistenza, ma ne diventa l’autorevole interprete col quale alimentare una relazione continua.

Gesù spezza la circolarità dell’angoscia che caratterizza i rapporti orizzontali, quali sono quelli dei genitori e figli, dei fratelli, degli esseri umani e che li trascina in una depressione sconfortante, spezza questa circolarità introducendo la relazione verticale, profonda, quella con Dio.

Quella di Gesù è una libertà dai vincoli di famiglia, una libertà dalle dinamiche famigliari e sociali perché queste possono soffocare la vera vocazione del figlio se questi non si alimenta nel suo rapporto con Dio, col Padre.

Che Gesù chiami Dio suo Padre, mentre guarda in faccia Giuseppe, non è un gesto sgarbato e sfacciato, ma chiede anche a Giuseppe, come a Maria d’altronde, di trasformare l’angoscia che provano per la paura di perderlo, mettendo al primo posto la relazione con quel Padre da cui anche la sua vita ha preso origine e che apre una relazione –per usare un’immagine spaziale- verticale, o se volete più profonda, intima.

L’angoscia, l’ansia, la paura… sono energie psichiche che talvolta prendono il sopravvento nelle nostre relazioni, nella misura in cui non ci apriamo a quella relazione costitutiva e generativa con la sorgente della nostra stessa vita e che chiamiamo Padre.

Eppure Maria e Giuseppe erano una famiglia che noi non esiteremmo a definire religiosa… ma ci rendiamo conto che non basta, non è questo che fa’ di un figlio l’erede capace di darsi un futuro.

Ed è un monito importante per noi che attrezziamo i nostri ragazzi di tecnologia, di divertimenti, di opportunità, di occasioni che noi non ci saremmo immaginati di poter incontrare… perché non abbiamo a dimenticare di sostenerli nel cercare quella relazione con Dio che dura per sempre.

Nessuno di noi, né come genitori, né come adulti siamo dèi e possiamo bastare a noi stessi e agli altri, perché siamo tutti figli e legati a quella relazione verticale che consiste nell’avere nel cuore un atteggiamento di fiducia così che un ragazzo possa trovare sufficiente appoggio per osare la propria libertà.

Lo sfondo di questa fiducia è quello che Gesù chiama Dio e che egli indica come suo e nostro Padre.

(Lc 2, 41-52)