//Il potere dei segni

Il potere dei segni

(Mt 14, 13-21)
Come già domenica scorsa a Cana di Galilea, anche oggi sulle rive del lago di Tiberiade, ci troviamo dinanzi a un segno e non solo a un miracolo. Matteo ce lo fa capire con uno stile narrativo assai sobrio: avete osservato come non indugi affatto in particolari sensazionali. Non c’è un momento in cui la gente possa vedere montagne di pane ebancali di pesce!
Di che cosa è segno dunque questa moltiplicazione dei pani e dei pesci?
C’è un verbo che probabilmente ci è sfuggito e che mi sembra potrebbe darci una prima considerazione, ed è quel verbo con cui Matteo descrive il sentimento di Gesù di fronte alla gente che lo segue e che vuole stare con lui. Dice Matteo che Gesù sceso dalla barca, vide una grande folla, sentì compassione per loro.
Non so che risonanza abbia in voi questo verbo compatire. Per molti oggi è sinonimo di commiserare, di provare un sentimento di superiorità nei confronti dello sfortunato che incontriamo. Ma nel testo greco è un verbo per così dire al femminile: splanghizomai, è il verbo che descrive il sentimento materno di partecipazione fisica, quel sommovimento che sale dalla pancia, da quello stesso grembo nel quale è cresciuta la vita, la nostra stessa vita e perciò capace di riconoscere il dolore nella vita dell’altro.
È con questo verbo che Luca descrive il sentimento del samaritano quando vede il malcapitato sulla strada; è ancora con questo verbo che descrive il cuore del padre misericordioso al vedere il figlio prodigo che ritorna …
Ecco che venga attribuito al padre questo sentimento che, nel vocabolario greco è tipico della madre, è già vangelo. Dio è un Padre che si commuove, che soffre con noi, e questa compassione non è uno sterile lamento o un’emozione inefficace, ma diventa capace di prendersi cura di noi, così come raccontava la prima lettura a proposito dell’esodo e del cammino nel deserto.
Dio non è nella sua somma perfezione indifferente alle nostre vicende. Gesù ne è il segno emblematico.
Ma, ecco il secondo livello del segno, Dio si commuove anche se non agisce in maniera miracolistica, con effetti speciali e sbalorditivi, Gesù infatti non fa tutto da solo, anzi con un’espressione disarmante dice ai suoi: Voi stessi date loro da mangiare.
Dicono i discepoli: Ma come è possibile? abbiamo qui solo cinque pani e due pesci, non era meglio lasciarli andare a comprarsi da mangiare?
Osserviamo attentamente la reazione dei discepoli di fronte al problema, perché è la nostra stessa reazione di fronte alle questioni della vita, quando le riduciamo a una dimensione organizzativa, pratica.
I discepoli, e noi con loro, fanno le loro obiezioni in nome del buon senso, della razionalità e dell’efficienza, ebbene a questa obiezione, il Signore risponde chiedendo di sostituire al verbo «comprare» il verbo «donare».
Dicendo: Voi stessi date loro da mangiare, dice di aver bisogno ancora oggi di discepoli che credano nel miracolo della condivisione per continuare a sperare in una società in cui tutti gli uomini possano partecipare al banchetto della vita senza distinzione tra chi ha soldi e chi non ne ha. Questo è il potere dei segni!
Se non entriamo in questa logica evangelica rischiamo di far diventare la moltiplicazione dei pani e dei pesci un segno del potere, un segno che riguarda Cristo e la sua potenza, ma che non ci tocca minimamente.
Dobbiamo compiere la fatica di cogliere il potere del segno per non farlo diventare un segno del potere che ci deresponsabilizza.
Pensate ad esempio come in un tempo di crisi ognuno di noi, ogni famiglia presa dalla preoccupazione del futuro, non rischi di vivere con l’atteggiamento del buon senso, della paura e della difesa dei propri interessi, e ci troviamo a dire un po’ come dicevano i discepoli: lasciamoli andare così ognuno pensa per sé.
La compassione di Gesù ci chiede di non diventare cinici, di non chiuderci in noi stessi, ma di saper vedere la sofferenza dell’altro vicino a noi e, come spesso è capitato nei momenti più duri, di avere il coraggio di porre segni di condivisione.
Venerdì 27 gennaio ricordando la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, celebriamo al giornata della memoria, quante storie di vita e di condivisione anche in quell’inferno, quante vite sono state salvate proprio dalla condivisione di un pezzo di pane, quando di pane non ce n’era o ce n’era davvero poco.
Abbiamo considerato la compassione di Gesù e poi il potere del segno della condivisione che coinvolge i discepoli, ora vorrei che osservassimo attentamente i verbi con i quali si descrivono i gesti  di Gesù, non sono una formula magica, ma: prese i pani, disse la benedizione, spezzò i pani e li diede … Sono i verbi dell’eucaristia, quattro verbi che ritroviamo nell’ultima cena e che noi riviviamo nella celebrazione: prendiamo il pane, diciamo la benedizione, lo spezziamo e lo doniamo.
È centrale il gesto dello spezzare il pane, della frazione del pane, al punto che quando Luca descrive la comunità primitiva, dice che i discepoli erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2,42).  Non dice: “erano a Messa” [1] o come scrive Paolo: alla Cena del Signore, ma erano riuniti nella frazione del pane.
Tra i cinque pani e i due pesci per i cinquemila che quel giorno erano sulle rive del lago di Tiberiade e l’ultima cena per i dodici c’è una continuità segnata appunto dal gesto della frazione del pane, non a caso i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù nel momento allo spezzare del pane.
Un gesto capace di esprimere la passione di tutta una vita, una vita appunto spezzata per la condivisione di tutti. Un gesto che è passato a identificare la persona stessa del Signore.
Non è solo una questione di termini: le parole hanno una loro forza, le parole fanno le cose. Se nella storia la frazione del pane è diventata la messa, qualcosa è successo non solo a livello linguistico, ma anche nella sostanza e nella prassi cristiana.
Quando torneremo a chiamare le cose con il loro nome?
Forse quando non ci accontenteremo di celebrare l’eucaristia di Gesù con la precisione del rito, ma con una forma dell’esistenza sempre più vicina alla frazione del pane che diventa poi capace di porre segni di condivisione nella vita di ogni giorno.
Allora verrà il momento in cui anche noi cristiani, torneremo a parlare non più della Messa, per dire che aspettiamo che finisca presto, ma della frazione del pane, ovvero di quel segno al quale ci nutriamo affinché anche la nostra vita diventi un continuo dono.

[1] Ite missa est: il congedo intende sottolineare l’invio in missione. Nel modo comune di pensare prevale l’intendimento: è finita!
2018-11-13T16:25:04+00:00gennaio 22nd, 2012|Omelie (vedi tutte) >|