Siamo noi gli invitati alla vita, siamo noi quelli che il Signore ha raccolto dalle strade più disparate e ci ha portato qui: ce lo siamo dimenticati? Non ci meritiamo proprio nulla, siamo qui per l’invito gratuito di Cristo. È sua grazia e non un premio poter partecipare al banchetto della sua parola e del suo corpo.

La questione nasce nel momento in cui ci dimentichiamo di questa grazia e allora viviamo il Vangelo con l’abito sbagliato! Sì c’è un dress code anche per la partecipazione all’eucaristia, non è quello che pensiamo noi: una volta era indossare il vestito della festa, ma questa è roba vecchia.

Cos’è dunque questo abito nuziale che il Signore esige anche da coloro che sono stati raccolti qua e là? Ovviamente non è tanto il vestito, perché sarebbe per loro materialmente impossibile e del tutto ingiusto esigerlo da parte di chi fa l’invito! L’abito, da cui deriva anche il termine abitudini, indica piuttosto il modo di sentire interiore, l’approccio che abbiamo con gli altri, con le cose, il modo con cui accogliamo la vita e viviamo la fede.

È un approccio che è diventata un’abitudine e una pretesa? Abbiamo forse dimenticato da dove veniamo? Siamo così sicuri di poter tracciare una linea di demarcazione netta tra noi e Sodoma e Gomorra, per dirla con le parole della Genesi? È proprio vero che di qua c’è tutto il bene e di là tutto il male, al punto che deve essere punito con pene esemplari?

Osserviamo l’atteggiamento di Abramo: al v.27 si dice che di buon mattino salito sulla montagna contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra… e vide. Nessuna parola da parte del patriarca, immagino il suo sguardo silenzioso sulla distesa desolata di quel che rimaneva di due città. Secondo me Abramo non poteva credere che quello stesso Dio che lo aveva sospinto a una vita di fede, ragionasse come gli umani. Davvero anche Dio premia i buoni e castiga i cattivi? Ma è proprio così banale? E poi chi può vantarsi di essere buono? Di meritarsi l’amore di Dio e di sedersi a tavola con lui?

Fosse dipeso dai farisei a quella tavola si sarebbero dovuti sedere solo loro. Come potevano pubblicani e prostitute, ladri e imbroglioni essere oggetto dell’invito di Dio?

Anche noi come discepoli di Gesù abbiamo grandi responsabilità e per compiere a fondo la nostra missione dobbiamo riconoscere che ci collochiamo più facilmente dalla parte di chi invoca il fuoco dal cielo che non dalla parte del Vangelo.

Perché non possiamo dimenticare che il Signore non ha mai mandato nessun castigo, anzi la sua sequela accoglie tutti, ma proprio tutti, così che stare con lui è una festa, un banchetto, una possibilità aperta a tutti.

In questo sta l’uguaglianza per cui davanti a Cristo siamo tutti oggetto del suo invito. Si tratta di decostruire stereotipi e pregiudizi a tutela della dignità e a servizio della libertà di tutti, perché c’è un profondo malessere nella nostra cultura e nelle nostre società in cui l’uguaglianza pur affermata resta una meta da conquistare.

Davvero il nostro sguardo di fede non dimentica che ciascuno di noi è salvato e amato? Quando guardiamo le persone che sono distanti dalle nostre idee, dai nostri comportamenti, dai nostri valori, cosa pensiamo? Che debba scendere il fuoco dal cielo per ripulire le strade o che se il Cristo fosse qui, le inviterebbe facilmente prima di noi alla sua festa?

La battaglia è innanzitutto spirituale e poi culturale e politica, perché dobbiamo riconoscere che a prescindere dalle intenzioni siamo una società razzista, maschilista e omofoba, altro che uguaglianza!

Quando papa Francesco nella Evangelii gaudium scrive che la realtà è superiore all’idea (n.231) ci chiede di prendere seriamente in considerazione la realtà che vivono le persone vittime di violenza e discriminazione per proteggere la loro dignità e addirittura la loro incolumità.

Ci troviamo di fronte a persone che subiscono discriminazioni e violenze, e per questo soffrono. Questa è la realtà che dobbiamo ascoltare. La cronaca documenta a sufficienza la questione: dal bullismo nelle scuole al mobbing sui posti di lavoro, ai pestaggi nei parchi o per le strade, a danno di persone portatrici di una diversità, che è oggetto di stigma come la disabilità, l’omosessualità o la transessualità.

Si tratta di forme particolarmente abiette di discriminazione e violenza perché prendono di mira l’identità e l’autostima di chi ne è vittima, con conseguenze anche pesanti come dimostrano i casi limite di suicidio tra gli adolescenti vittime di bullismo per queste ragioni.

Le nostre responsabilità come discepoli sono importanti e richiedono il coraggio di non voltarci indietro, perché il voltarci indietro ci riduce a essere come la moglie di Lot, statue di sale. Ma Gesù ha fatto proprio così? Cosa farebbe oggi con le persone che sono bullizzate, che vivono una crisi d’identità, che vivono diversamente la loro sessualità, che sono fuori dai nostri schemi?

Non dimentichiamo il vangelo! Non dimentichiamo cosa ha fatto Gesù e così possiamo intuire cosa possiamo fare noi oggi.

Ricordate come a Cafarnao Gesù un giorno venne avvicinato da un centurione romano a capo di 100 uomini presentandogli la situazione di un servo malato? Gesù si offre di andare a casa sua e il centurione a dirgli: guarda che non c’è bisogno, perché basta che tu lo dica e il mio servo guarirà. È lui che spiega a Gesù di avere molte persone sotto la sua autorità e che obbediscono tutti ai suoi ordini. Gesù è esterrefatto e riconosce di non aver mai visto una fede così grande in Israele!

È ovvio che l’attenzione cade sul potere di Gesù di guarire le malattie con la sua parola. Ma c’è un significato che a volte sfugge ed è che il centurione romano è del tutto estraneo alla società e alla religione ebraica. Non è ebreo, non è monoteista, non crede in Dio… eppure avete ascoltato da parte di Gesù una richiesta di conversione? Gli ha posto dei prerequisiti per potersi rivolgere a lui? al contrario, lo ascolta, lo incontra.

Gesù così tratta le persone ed è una lezione per tutti noi nella chiesa e nella società su come trattare le persone che chiedendo aiuto dichiarano di volere una relazione e Gesù le aiuta, le tratta con rispetto, con compassione e sensibilità.

Ricordiamo l’incontro con la Samaritana, con una donna appartenente a un popolo odiato, una donna dal comportamento morale discutibile… eppure Gesù le parla, anzi è uno dei dialoghi più lunghi nei vangeli, invece di condannarla o criticarla, ascolta la sua storia e stabilisce una profonda relazione con lei in cui anche lui si rivela.

Emblematico poi il fatto di Zaccheo. Siamo a Gerico, una delle più grandi città dell’epoca e ancora oggi la più antica città abitata. Zaccheo è il capo dei pubblicani, essere capo significa essere colluso coi romani e quindi tenuto ai margini da parte dei suoi concittadini. Zaccheo è descritto come uomo di bassa statura, potremmo dire di bassa levatura morale, e quante sono le persone che consideriamo basse di livello, di umanità, di cultura… eppure Gesù lo vede e lo chiama e si invita a casa sua.

Gesù dà anche un segnale pubblico di accoglienza per qualcuno che è ai margini. Zaccheo pieno di gioia scende dall’albero e fa festa. Annota Luca che tutti al vedere questa cosa mormoravano. Tutti coloro che hanno visto Gesù donare il suo amore, la sua grazia a una persona di basso livello, si sono arrabbiati. Ancora una volta Gesù non condanna, né critica una persona ai margini, ma le dà una sorta di benedizione pubblica.

Per Gesù non esiste un noi e un loro. C’è solo un noi. Gesù vuole portare le persone all’interno, dentro la relazione con lui e al contempo chiede ai discepoli di uscire sulle strade, nelle periferie dell’umano, ai margini e non per invocare un fuoco purificatore, ma per rinnovare la possibilità di incontro, di dialogo, di ascolto.

Possiamo stare con la folla che mormora, che ha sempre da brontolare perché rimpiange un passato che non c’è più e vorrebbe scendesse dal cielo un fuoco purificatore, e che per questo stesso fatto rimane bloccata come una statua di sale.

Ma possiamo anche decidere di stare con Gesù e rivolgere amore, grazia e tenerezza trattando gli altri con rispetto e sensibilità perché questo è il dress code per condividere la vita come un banchetto di festa, come gioia dello stare a tavola insieme.

(Gn 18, 17-21; 19; Mt 22, 1-14)