Giosuè irrompe sulla scena biblica subito dopo Mosè, dopo la grande esperienza della pasqua di liberazione, quindi con un’eredità pesante. Non deve essere stato facile prendere il posto di uno come il grande condottiero, l’amico di Dio! Immaginiamo i confronti: Mosè faceva così, Mosè diceva questo, Mosè era diverso…

Non solo, deve esser stata dura succedere a uno che aveva avuto il coraggio di affrontare il faraone, a uno che aveva condotto un insieme eterogeneo di tribù fuori dall’Egitto e poi attraverso il deserto… ma soprattutto: come prendere il posto di uno che parlava con Dio e che da lui aveva ricevuto la Torah?

Eppure Giosuè ha retto bene il confronto con Mosè, è rimasto fedele al suo compito, ha superato tutte le critiche… fino a quando, ed è la lettura di oggi, arriva il momento del congedo e della conclusione del suo mandato e si trova a fare i conti con una situazione che noi non esiteremmo a chiamare di crisi, una situazione in cui la gente ha già dimenticato tutto, si è seduta, si è impigrita, smemorata.

Da qui la strategia di Giosuè: convocare a Sichem, nel centro della terra d’Israele, tutte le tribù, gli anziani, i capi, i giudici, gli scribi. Tutti per decidere il da farsi.

La pigrizia, tipica dei tempi di benessere, ha raffreddato gli animi, i cuori di molti si sono induriti, hanno ritirato fuori vecchi idoli, si sono aggrappati alla magia, alla superstizione, insomma Giosuè al termine della sua vita si rende conto che il popolo avrà dinnanzi un periodo non facile.

Cosa fare in tempi difficili? Ed è qui che l’intelligenza di Giosuè si esprime in tutta la sua potenza: mettiamo la gente in condizione di fare discernimento, vale a dire di fare un esercizio nient’affatto istintivo, ma un processo che prevede tre momenti: comprendere la situazione, darne un giudizio e una valutazione e, infine, decidersi per agire di conseguenza[1].

Un metodo che permane di attualità anche per noi, perché anzitutto si tratta di capire la situazione, di comprenderla per quello che è, non per l’aggiustamento ideologico che vi possiamo sovrapporre. Tutti noi vorremmo che le cose andassero in un certo modo, che funzionassero come riteniamo giusto… ma inevitabilmente la storia e la vita di ogni giorno non sono mai corrispondenti alle nostre idee. Comprendere la realtà significa chiamare le cose con il loro nome, per quello che sono, facendoci aiutare dalle scienze antropologiche, sociali, economiche, dalle discipline umane, dalla psicologia, dalla sociologia…

Non si comprendono le cose partendo dall’astratto, dalla teoria, ma dalla realtà. Certo non esiste un vedere “asettico e neutrale”, sono tanti i condizionamenti, i criteri che ciascuno di noi si porta addosso come patrimonio personale.

È da questa prospettiva che passiamo al secondo step, quando si tratta cioè, di valutare, di ponderare le vicende che incontriamo non alla luce di idealizzazioni indebite o di tradizioni relative, ma alla luce della parola di Dio, alla luce della storia di salvezza, della tradizione cristiana. È il momento in cui si comprende la situazione come fa Giosuè guidando il popolo a leggere il presente facendo memoria dell’esperienza della pasqua di liberazione, e così facendo rende attuale quell’alleanza antica. Nel giudicare alla luce della parola di Dio si comprende come quella Parola sia sempre viva e vivace!

Non si tratta tanto di vedere quello che ho fatto io per il Signore, ma quanto e come ha agito il Signore con me e come si è manifestato ed è stato fedele nella mia vita.

Cosa risponde il popolo a Giosuè: Lontano da noi abbandonare il Signore… perché il nostro Dio ci ha fatto salire noi e i padri nostri dalla condizione servile in Egitto.

Analogamente Pietro che parla non solo a titolo personale, ma a nome di tutti, risponde: Signore da chi andremo? Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio! Noi abbiamo conosciuto, sappiamo!

È importante riconoscere e giudicare la storia facendo memoria della fedeltà di Dio, la cui Parola è viva e vivace.

Infine si tratta alla luce di questo percorso di definire i passi, le scelte, le azioni da intraprendere. In genere questo dovrebbe essere il punto d’arrivo di un processo di discernimento, mentre spesso accade che, senza riflettere, senza lasciarsi illuminare dalla parola di Dio, si compiono gesti e azioni istintivi e immediati. Si compiono giudizi e condanne affrettate. Si compiono valutazioni imprecise e superficiali.

Alle decisioni si arriva con ponderazione, con calma, nell’ascolto della parola di Dio e nella preghiera. Giosuè mette la sua gente davanti alla necessità di scegliere, di decidersi perché ormai la generazione che aveva fatto l’esodo non c’era più, quelli che avevano passato il mar Rosso erano morti. Ora le nuove generazioni non possono vivere di rendita. Occorre che ciascuno si decida, faccia la propria parte.

Che è anche il senso dell’interrogativo posto da Gesù ai suoi nel cap. 6 di Gv dopo il discorso sul pane di vita: Volete andarvene anche voi?  È la domanda rivolta a chi lo seguiva da qualche tempo e che si è seduto, si è impigrito… perché non puoi andare dietro al Signore per inerzia.

Infatti la domanda che Gesù pone ai suoi nel vangelo non è scegliere tra bene e male, tra una cosa giusta e una cosa sbagliata, ma tra seguirlo e non seguirlo. Concretamente le nostre decisioni dovrebbero considerare questa condizione: questa cosa, questo gesto, questa azione mi fa stare nell’ambito del discepolo di Cristo, oppure sono azioni e comportamenti che non c’entrano nulla?

La sfida del discernimento è muoversi attraverso le emozioni e i sentimenti che ci tirano in direzioni diverse per cercare non quello che è sufficientemente buono, ma quello che è meglio.

Il discernimento si rivela più esigente della norma, perché richiede di passare dalla logica legalistica del minimo indispensabile a quella del massimo possibile (Francesco, Amoris letitiae, nn. 291-312).

La scelta non è tra ciò che è più conveniente, più opportuno per me, ma tra ciò che mi permette di servire il Signore dando il massimo possibile, sapendo che, lo accenno solamente, anche quando abbiamo scelto, quando abbiamo fatto il nostro necessario discernimento… c’è sempre la possibilità del tradimento, del venire meno, dell’infedeltà.

Il vangelo quasi per inciso afferma che Gesù sapeva chi erano coloro che non credevano e chi lo avrebbe tradito… Così come Giosuè mette una grossa pietra sotto la quercia come monito e richiamo al popolo distratto e superficiale… perché questa è la nostra condizione.

Possiamo fare grandi promesse, scelte solenni, ma siamo anche incostanti, opportunisti, vigliacchi perché conta di più quello che dicono gli altri che non quello che il Signore vuole da me.

Preghiamo insieme dunque perché siamo capaci del necessario discernimento per poter seguire Gesù, la cosa più bella che ci possa capitare.

(Gs 24, 1-2.15-27; Gv 6, 59-69)

 

[1]  Il metodo «vedere-giudicare-agire» fu inventato molti decenni fa dal fondatore della Jeunesse Ouvrière Chrétienne (Joc), il sacerdote belga Joseph-Léon Cardijn, e poi assunto da innumerevoli documenti ecclesiali, specie in America Latina, finanche da Giovanni XXIII.