//I tratti del volto del Cristo

I tratti del volto del Cristo

La scelta della pagina di oggi potrebbe sorprenderci: abbiamo appena celebrato il Natale di Gesù, la sua circoncisione e l’imposizione del nome otto giorni dopo … e subito la narrazione evangelica di oggi ce lo fa incontrare ormai trentenne mentre torna a Nazareth ed entra in sinagoga a leggere il rotolo di Isaia.

La liturgia non segue i criteri della biografia cronologica del Signore, ma suo intento è proporci oggi un’epifania di Gesù, un’epifania intesa in senso letterale, ovvero una manifestazione del Signore, cui faranno seguito le altre manifestazioni che incontreremo in queste feste e domeniche dopo il Natale: la visita dei Magi, il Battesimo al Giordano, le nozze di Cana …

Ebbene nella pagina di oggi Gesù decide di manifestarsi anche nel suo paese, dove era cresciuto, annota Luca.

Quindi Gesù torna nella sua terra tra le case e le famiglie che conosceva bene e dove era anche conosciuto: va in sinagoga – come era suo solito – perché Gesù è ebreo e conosce le tradizioni e le usanze del suo popolo.

L’incarnazione non riguarda solo l’atto iniziale avvenuto per mezzo di Maria, ma l’incarnazione del Figlio di Dio è un processo, un suo progressivo introdursi nella vita quotidiana e nella realtà umana anche negli anni della vita silenziosa di Nazareth.

E già solo questo potrebbe costituire oggetto di meditazione come quella che ha proposto una grande figura del secolo scorso, Charles de Foucauld, il quale cominciò a considerare i trent’anni della vita a Nazareth, non come un periodo preparatorio a quella che in genere chiamiamo la “vita pubblica” di Gesù, ma di considerare quegli anni come appunto l’incarnazione nella ferialità della vita umana: Gesù ha condiviso la fatica del giorno, la semplice vita di un villaggio … Per questo scriveva: «Voglio Seppellirmi adesso nella vita di Nazareth come si è seppellito Gesù stesso durante i trent’anni …

Come era giunto Charles a questa determinazione? Qual è stata la strada sulla quale ha trovato Dio? De Foucauld approdò all’incontro con Dio passando per l’inquietudine del cuore. Dice di sé che a 17 anni era come morto; asserisce che alle grandi feste che organizzava con una vitalità straripante, il più triste di tutta la compagna era proprio lui. La sua adolescenza e la sua giovinezza furono accompagnate da questa inquietudine che non gli permise mai di essere soddisfatto, che non gli dette pace: è stata una delle forme con le quali Dio si fece sentire facendo percepire la sua assenza come causa di infelicità!

Una volta incontrato Gesù, il suo cuore non ebbe altro desiderio che quello di pensare, agire, fare come lui. Continuare la logica dell’incarnazione di Dio nella propria vita, perché, scrive: «Nazareth saprà sempre stabilirsi in mezzo agli uomini, essere il lievito nella pasta, predicare dicendo niente, irradiare senza rumore».

Questo mi sembra già un bellissimo messaggio anche per noi che dopo le feste torneremo presto alla vita di ogni giorno: la nostra fedeltà al vangelo potrebbe ispirarsi alla vita di Gesù a Nazareth in quegli anni di cui sappiamo poco, ma da cui possiamo imparare molto.

Ebbene, il brano di Luca ci fa incontrare Gesù che torna a Nazareth. Perché torna? Torna dopo che se ne era andato per seguire Giovanni il Battista, probabilmente suo maestro e sua guida per alcuni anni, dal quale deve essersi staccato poi per trascorrere un periodo da solo nel deserto, un tempo di prova e di riflessione durante il quale ha potuto comprendere al meglio la sua missione.

Infatti lo vediamo entrare di sabato nella sinagoga di Nazareth e gli capita di leggere come lettura del giorno il profeta Isaia: Lo spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione …  Ciò che stupisce i suoi concittadini è la sua affermazione: oggi si è compiuta questa Scrittura! Chi è il consacrato con l’unzione? Sono io, dice Gesù, sono io l’Unto, il Messia (in ebr), il Cristo (in greco).

Israele aveva cominciato ad attendere un messia fin da quando al ritorno dell’esilio (538 d.C.) si rese conto che non avrebbe potuto avere un proprio sovrano, perché le leggi dell’impero persiano proibivano alle popolazioni sottomesse di avere un proprio re. Solo il re di Persia aveva diritto a questo titolo: ci potevano essere satrapi e governatori, ma di re ce n’era uno solo.

In questa situazione furono i sommi sacerdoti ad avere un ruolo importante per la coesione del popolo e la fedeltà all’alleanza. Tuttavia, mano a mano che i sommi sacerdoti diventavano potenti, vennero anche visti sempre più come collaboratori dell’occupante straniero … di conseguenza perdettero la loro influenza sul popolo. Per cui quel re che non si poteva avere, divenne sempre più il simbolo di un’indipendenza che prima o poi sarebbe arrivata. Il giorno in cui sarebbe stato possibile darsi un re, quel giorno sarebbe stato il segno che il popolo era diventato finalmente indipendente.

Quando Gesù afferma di essere consacrato con l’unzione, chi lo ascolta comprende che si sta attribuendo le prerogative del cristo, del messia, del re atteso, e che oggi proprio nella sinagoga di Nazareth inaugura la sua missione (e infatti la reazione sarà quella di eliminare un concittadino pericoloso, di buttarlo giù dal monte!).

E noi ci interroghiamo proprio su questa missione. Qual è la missione, perché questo è il senso dell’epifania odierna di Gesù, qual è il suo programma? Quali sono i tratti del volto del re Messia?

Cinque sono i punti che Gesù fa propri attingendo al testo di Isaia.

Anzitutto, Gesù afferma che il Messia, Figlio di Dio viene per portare il lieto annunzio ai poveri, agli anawim. Gesù viene per portare una speranza a questa sua gente, a coloro che non hanno rilevanza nell’impero di Augusto, a chi abita la periferia dei centri di potere.

Quale può essere per i poveri un lieto annuncio? Che avranno tanto denaro? Che avranno una vita facile? Niente di tutto ciò: il lieto annuncio è che Dio si prende cura di loro. L’incarnazione non è semplicemente il diventare uomo di Dio, ma il diventare povero con i poveri, l’assumere la loro protezione e stare insieme a loro.

In secondo luogo, dice Gesù vengo a proclamare ai prigionieri la liberazione. I prigionieri sono in carcere perché hanno compiuto qualche reato o qualche delitto ed è bene che ci stiano, diciamo noi … ma è anche vero che non tutti i prigionieri sono in carcere: c’è tanta gente prigioniera di aguzzini ed è rinchiusa in gabbie dorate, ben più di quanti siano segregati in qualche penitenziario.

Qualunque sia la causa di dipendenza, di schiavitù o di prigionia, il Signore offre a tutti la possibilità di essere liberati: non c’è dipendenza né schiavitù che possa ridurre l’uomo a semplice consumatore e a rimanere schiavo.

Terzo, il messia viene a dare la vista ai ciechi: sappiamo quante volte Gesù ha restituito la vista a chi non vedeva, ma anche quante volte ha denunciato la cecità di coloro che invece erano accecati dall’orgoglio, dall’io!

Quarto, ancora un’opera di liberazione: il Signore restituisce la libertà a chi è oppresso, a chi è vessato, a chi è schiacciato da altri che sono uguali a lui, ma soltanto più prepotenti e senza scrupoli.

Ancora il tratto del volto del Messia è lo sguardo su chi non conta, su chi subisce e non ha speranza.

Infine, il quinto tratto del volto del Messia, consiste nell’essere venuto a proclamare un anno di grazia del Signore: c’è una grazia che il Signore dà a tutti nessuno escluso, la possibilità di aprire il cuore e di cambiare vita.

Questa è la missione del Signore e stiamone certi questo è ancora l’obiettivo di Dio nei nostri giorni. E se vogliamo essere discepoli di questo Signore, queste dovranno essere anche le nostre priorità, i tratti del nostro volto di cristiani.

Preghiamo lo Spirito perché come ha riempito Gesù della sua forza, così conceda anche a noi di partecipare alla sua missione: Costruisci, o Spirito, i tratti del volto del Signore in ciascuno di noi, nella nostra comunità, nella tua Chiesa.

(Sap 24, 1-12; Rm 8, 3-9; Lc 4, 14-22)

2018-11-13T16:21:13+00:00gennaio 3rd, 2010|Omelie (vedi tutte) >|