Chi di noi di fronte all’impossibilità di contrastare il male, dinnanzi all’indifferenza della politica per il dolore degli altri, al dilagare della corruzione e della violenza, non ha pensato talvolta di invocare una punizione esemplare, una purificazione universale per rimettere in piedi un’altra società umana?

Ora noi, per tanti motivi, non possiamo più permetterci di pensare che un nuovo diluvio universale possa resettare il mondo così come facciamo con il nostro computer quando non ne veniamo a capo.

È vero che nella storia dell’umanità, in tutte le culture e religioni, il mito di una rinascita universale morale e civile viene frequentemente affidato a una sorta di bagno purificatore.

Esistono racconti simili al diluvio universale non solo nel Medio Oriente antico, specie in Mesopotamia, ma anche nelle Americhe, in Africa, in India, in Cina e persino gli Eschimesi conoscono racconti simili.

Israele sembra sia venuto a contatto con i racconti mesopotamici del diluvio durante l’esilio a Babilonia, dove periodiche erano le esondazioni del Tigri e dell’Eufrate. Forse i deportati aspettavano una giustizia che dall’alto venisse a castigare tutto il male del mondo, personificato nell’oppressore babilonese e per salvare un piccolo resto, che come su un’arca potesse preservare la continuità del genere umano.

Ora Gesù rimanda sì ai giorni di Noè, tuttavia non menziona affatto la questione del male come scriveva Genesi 6,5-6: Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male… al punto che Il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra!

Gesù descrive piuttosto i giorni di Noè come i giorni della normalità: mangiavano, bevevano, prendevano moglie e prendevano marito (17,27) non c’è nulla di male in tutto ciò, al punto che mi viene da pensare che forse Gesù voglia criticare la leggerezza e la superficialità con cui si sta al mondo. Ad esempio non parla del lavoro, dei problemi sociali… il portare ad esempio il mangiare e il bere, come lo sposarsi rientra in un pensiero critico nei confronti degli atteggiamenti umani. Come dire: non c’è solo la grande malvagità, l’odio e la violenza, la corruzione e l’ingiustizia… ci sono atteggiamenti che rientrano nella categoria del “non faccio niente di male”, ma in realtà col mio disinteresse, con la mia indifferenza e ripiegamento su me stesso sono complice e responsabile a mia volta.

Le due situazioni non si sovrappongono e non si equivalgono ovviamente, ma quello che conta è che su entrambe c’è un giudizio di Dio o, per ricorrere alle parole di Gesù, entrambe le situazioni prima o poi devono misurarsi con i giorni del Figlio dell’uomo (v.26).

Dobbiamo cercare di comprendere anzitutto perché Gesù si definisca Figlio dell’uomo se vogliamo riconoscere i suoi giorni!

Nei vangeli è sempre e solo Gesù che si definisce così, in terza persona, ed è curiosa questa definizione perché ai nostri occhi appare vaga e generica se la prendiamo in sé stessa. Per comprenderla va letta alla luce dei messianismi vari che al tempo di Gesù animavano le discussioni dei suoi contemporanei. Gesù parla di sé come Figlio dell’uomo come a dire: Io sono colui che aspettate, ma vengo in maniera diversa da come mi aspettate!

Potremmo dire che il termine con cui Gesù si auto presenta in terza persona singolare come Figlio dell’uomo, termine che viene dal libro di Daniele, è il correttivo all’attesa di un messia guerriero, di un messia sacerdote o generale che doveva cancellare come un diluvio il male dell’oppressione e della violenza dei romani.

Gesù si propone come altro, appunto come Figlio dell’uomo che vince il male con quella logica evangelica che egli stesso esplicita nella frase finale costruita sulla contrapposizione dei verbi: salvare e perdere (lett. rovinare), perdere e mantenere in vita.

C’è una profonda e radicale differenza tra il modo di pensare che ci appartiene per istinto e per cultura che è quello di salvare proteggendo, custodendo e raccogliendo per noi e intorno a noi e quello evangelico che diventa evidente con la Pasqua di Gesù che è il perdere, il lasciar andare, il donare e il consegnare che sono i verbi della vita.

È chiaro che i discepoli potranno dare un senso compiuto a queste parole di Gesù solo dopo che lo hanno perso sulla croce e lo hanno incontrato vivente dopo la risurrezione.

In realtà questa logica evangelica attraversa tutta la vita del Cristo; vale la pena perdere le proprie ambizioni messianiche, per dare vita e speranza al mondo.

Se pensiamo a noi, quanto uno si impegni e si attivi a riempire i propri giorni di cose e di soddisfazioni per sé stessi, come succedeva ai tempi di Noè e come succede in gran parte del mondo ancora, alla fine uno non ritrova nemmeno più il gusto di vivere, ma viene preso dall’ansia di perdere tutto, di fare brutta figura, di non essere mai all’altezza delle situazioni che la vita ti presenta.

Notate la profondità del pensiero di Gesù: c’è un’intenzione umana che può sortire l’effetto contrario di quello per la quale si agisce.

Lo vedo spesso nelle donne che accogliamo in comunità, ma che è un’esperienza diffusa: per tanti motivi tutto il loro sforzo e il loro amore è per tenere legato il bambino a sé per dargli sicurezza e forza, per rassicurarlo e farlo stare bene.

In realtà se a questo pensiero non si aggiunge quello per cui devono anche accettare che il bambino cada, che il bambino litighi, che il bambino sappia stare da solo… lo rendono debole e insicuro di sé stesso.

Così, come c’è tra i caratteri distintivi dei nostri tempi, una buona dose di narcisismo da cui nessuno di noi è esente. Un poco tutti siamo narcisi, però c’è chi lo è al punto da mettere sé stesso, nemmeno sé stesso inteso in senso reale e vero, ma l’immagine che ha di sé stesso e che gli altri devono avere di lui… che alla fine risulti insopportabile ai più!

È la cosiddetta eterogenesi dei fini: tu agisci perché vuoi che gli altri ti ammirino… dove tutto è subordinato a questo fine, e per un po’ questa modalità può anche essere appagante e dare soddisfazione, ma alla lunga, la vita ti chiede il conto e quello che hai nascosto e che non volevi mostrare agli occhi del tuo pubblico, emerge in tutta la sua evidenza e non puoi che sottometterti al giudizio della vita.

Per contro lavorare per la dignità degli esclusi e degli scartati, per quelli che non potranno mai applaudirti, dedicare la vita per i diritti di tutti, impegnarti perché tutti abbiano un salario giusto, una casa, le cure necessarie… non è forse anche questo il perdere la vita per ritrovarla di cui ci parla Gesù?

Si tratta di vivere la vita come vocazione e non solo di riempirla con quello che serve a me. Devo anche dire che mi capita spesso di incontrare persone che non sono necessariamente credenti, e nemmeno danno un nome preciso al loro afflato intimo, eppure spendono la loro vita in maniera straordinaria e ammirevole chi per diritti dei lavoratori, chi per i diritti umani dei migranti, chi per il rispetto dell’ambiente…

Ecco noi dovremmo essere una chiesa che ha queste amicizie come costitutive dello statuto evangelico per il bene non solo della chiesa, ma dell’umanità, di tutta la famiglia umana.

Abbiamo ricordato nei giorni scorsi l’anniversario della morte di don Milani (+26 giugno 1967). Oggi ad esempio per una vera riforma della scuola ci vorrebbero non uno, ma dieci, cento don Milani, perché come ricordava uno dei suoi allievi, Francuccio Gesualdi: «La coerenza, la responsabilità. Sono questi i due principi che lo hanno guidato per tutta la vita. E poi ci ha insegnato come spendere l’esistenza per gli altri». A chi gli chiedeva cosa direbbe oggi il priore sulla scuola, la risposta è stata chiara: «Parlerebbe ancora una volta degli obiettivi che l’istruzione deve raggiungere: l’equità e la sostenibilità. E insisterebbe sul concetto di pace».

Don Milani non ha voluto difendere i diritti degli alunni credenti, ma è andato oltre, si è speso per il diritto degli alunni in quanto tali, di tutti e soprattutto di quelli che la scuola di ieri come quella di oggi rischia di lasciare indietro.

Oggi abbiamo bisogno di fare nostro il principio evangelico del perdere per ritrovare, del lasciar rovinare le nostre cose, i nostri meschini interessi che siano di parrocchia, di movimento, di congregazione e imparare dal Signore che ha svuotato il suo status privilegiato di Figlio di Dio e si è fatto Figlio dell’uomo per il bene comune.

Ecco i giorni di Noè per noi oggi sono i giorni del Figlio dell’uomo, e questi giorni sono tutti i nostri giorni, tutti i giorni della nostra vita sono l’occasione per perderla per poi ritrovarla, per appassionarci al bene di quelli di cui nessuno si interessa, perderci per la giustizia e l’equità, perderci perché altri abbiano a vivere. Semplicemente.

(Gen 6,1-22; Lc 17,26-30.33)