//Giovedì santo: il dono che libera

Giovedì santo: il dono che libera

Con questa celebrazione cominciamo ad entrare nel cuore della fede che è la pasqua di Gesù Cristo, Signore nostro.

Prima di condividere con voi due spunti di meditazione vi chiederei di tenere fissa in questi giorni una prospettiva necessaria nell’affacciarci al triduo pasquale non solamente come di fronte all’epilogo della vita di Gesù, come se fossimo semplicemente di fronte alla narrazione della conclusione di una vita che abbiamo ascoltato, seguito, meditato… ma di viverli come l’inizio, come il motivo che dà principio alla nostra fede. Perché tutto parte da qui, dalla pasqua di Gesù.

Infatti così è nato il vangelo, non come una biografia del Maestro preoccupata di raccontare prima come è nato e poi lo svolgimento fino all’epilogo drammatico della sua esistenza, ma anzitutto il Vangelo è nato come annuncio di una morte che si è trasformata in vita.

La buona notizia è che Gesù di Nazaret è vivo, ha vinto la morte. Anzi, senza la Risurrezione non sapremmo nulla dell’ultima cena, della passione e morte di Gesù e tantomeno della sua nascita!

Ma proprio perché Gesù è risorto che anche noi allora possiamo oggi ascoltare il Vangelo anzitutto contemplando il modo di stare di Gesù dentro il precipitare delle cose e il significato che lui gli attribuisce. Lo comprendiamo dal momento intimo e straziante dell’ultima cena, quando Gesù attingendo alle parole del rituale della pasqua ebraica offre il senso di quello che va succedendo (Mt 26,17-75).

Il rituale ebraico celebrava la liberazione che Mosè, come servo di Dio, aveva fatto della sua gente dalla schiavitù d’Egitto, una liberazione che, ancora oggi, è vissuta nella cena pasquale ebraica con il pane azzimo che non ha avuto tempo di lievitare perché il Santo ci liberò (rituale ebraico), che è il pane dell’afflizione e, notiamo che questo è l’ultimo gesto fatto nella terra di schiavitù, è l’ultima cosa che viene da quella condizione. E poi con il vino che è un segno che parla di un’altra terra, la terra della libertà. Il vino è il segno del primo frutto gustato nella terra della libertà.

Il pane segna il punto di partenza, l’Egitto, la terra di schiavitù.

Il vino segna il punto di arrivo: Canaan, è il segno della fedeltà di Dio alla sua promessa, alla sua alleanza.

Gesù cambia le parole del rituale e il pane diventa il pane della sua afflizione: è il suo corpo donato per noi. È il corpo del servo che si consegna, ingiustamente condannato, che si fa carico del peccato, della schiavitù, dell’ingiustizia fino alla morte.

Il vino nelle mani di Gesù diventa il calice della nuova alleanza, della promessa di Dio di liberarci dalla paura e dalla morte, quindi il segno della nuova condizione di gioia dei figli liberi e amati.

Gesù dicendo che il suo corpo viene separato dal suo sangue, parla della sua morte, la separazione del corpo dal sangue significa morire, perché egli è disposto anche a questo pur di liberarci, pur di farci uscire dal nostro Egitto che è la paura e la schiavitù dell’io, pur di indicarci una strada per uscire dalla terra del peccato. Gesù con il dono di sé ci libera una volta per tutte. Con il suo amore ci libera.

Nell’eucaristia noi viviamo in Cristo la liberazione della nostra esistenza, nell’eucaristia nasciamo alla libertà, alla possibilità di vivere perché siamo amati. Qui è la fonte della nostra libertà: l’amore di Cristo per noi.

Saremo capaci di questo dono e di accogliere questa grazia?

Ci consoli ricordare che la prima eucaristia Gesù l’ha celebrata donandosi a persone che non erano proprio «in grazia di Dio». Infatti il racconto di questa sera che comprende la celebrazione della Pasqua, la preghiera nel Getsemani, l’arresto e il processo del sinedrio, tre eventi importantissimi,  è incorniciato da due fatti gravissimi: il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro.

Giuda e Pietro sono il mistero di tutti noi, quando non ce la facciamo a restare fedeli al Maestro e scendiamo a compromessi con il mondo che ci abita e ci tenta. Nessuno può dire che Giuda volesse la morte di Gesù, anzi la sua fine disperata per il precipitare delle cose ai danni di Gesù, sembra causata dal fatto che la situazione fosse andata al di là di ciò che egli aveva potuto prevedere.

Alcuni scrittori intendono spiegare il suo tradimento come tentativo disperato di provocare Gesù a manifestarsi come Messia in tutta la sua potenza (Amos Oz, Zagrebelsky), ma noi sappiamo solamente che egli è stato un discepolo venuto meno, una delle colonne che non ha retto.

Anche Giuda si è nutrito del corpo e del sangue di Gesù, eppure non è stato capace di donarsi, ha rimesso in mezzo se stesso e così succede sempre anche a noi. È ciò che facciamo anche noi quando diciamo: «Il Signore non mi può chiedere una cosa simile; io ho anche le mie esigenze».

In questo modo, il Signore farebbe parte di un mondo in cui noi saremmo al centro, ed egli dovrebbe promuovere una causa che sia la nostra causa. Gesù già questa sera muore nel cuore di Giuda e in parte anche in quello di Pietro, come nel cuore dei suoi, la riprova è che quando viene arrestato: Tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

Eppure, ci ricorda il vangelo di Giovanni, nel gesto che anche noi abbiamo ripetuto all’inizio, il Signore ha lavato piedi a tutti. Si è umiliato più che un servo e si è chinato sui piedi dei discepoli con un amore che ricorda l’amore di Maria di Betania, un amore esagerato. Prima ancora di pensare a chi dobbiamo lavare i piedi noi, lasciamoceli lavare da Gesù! Lasciamoci amare da lui!

Credere che qui c’è la nostra liberazione è possibile solo se crediamo all’amore con cui ci ha amati il Signore. Le parole che ripetiamo ogni volta che celebriamo l’eucaristia, fate questo in memoria di me, dicono a noi: offrite il vostro corpo, così come ho fatto io; in memoria di me, offrite voi stessi. Nessuno sarebbe in grado di farlo, se non dopo di lui. È questo il vero modo di celebrare l’eucaristia, non si tratta di celebrare un rito, ma di vivere nella libertà del dono di noi stessi.

Ma qui è la questione. È difficile, faticoso, doloroso per noi vivere così.

Cosa succede dopo l’ultima cena? Segue quella che noi chiamiamo l’ «agonia» nel Getsemani. Nella nostra lingua, il termine «agonia» rimanda agli istanti che precedono la morte. L’agonia  è in realtà un termine che appartiene alla terminologia sportiva greca: l’agone è un combattimento, una lotta decisiva da affrontare, accompagnata ovviamente da una forte agitazione interiore. In questo senso nel Getsemani non vi è agonia di Gesù, come «ultimi istanti di vita», perché quell’agonia avviene sulla croce.

Nel giardino assistiamo al combattimento spirituale del Messia, un combattimento che ci riguarda. Gesù è cosciente del fatto che ora comincerà ad aver luogo lo scontro tra il Messia di Dio e l’impero del male, ora deve affrontare la radice del male, ne sarà schiacciato, come le olive vengono pressate e schiacciate in un frantoio, egli che con il male non ha nulla a che fare. Lui che è la verità, viene schiacciato dalla menzogna. Lui che è la vita è torchiato dalla morte e proprio perché assolutamente innocente ne soffre immensamente di più. Ma lui arriverà fino in fondo, fino al dono di sé.

E i discepoli? Dormono! Chiediamo al Signore di non addormentarci, di non vivere l’eucaristia come un tranquillante dell’anima, che ci faccia sonnecchiare mentre il male sembra prevalere, ma che questo mistero d’amore ci liberi dalla paura perché sappiamo donarci nella lotta quotidiana contro il male, la violenza e la menzogna e imparare a stare nella storia del mondo come lui, come servi capaci, come diceva Bonhoeffer, di esserci per gli altri. È questa la liberazione che il nostro mondo continua ad attendere.

2018-11-13T16:26:51+00:00aprile 2nd, 2015|Omelie (vedi tutte) >|