C’è una domanda, tra le tante, che mi accompagna in questi giorni in cui si profila una certa ripresa della vita sociale e la domanda è molto semplice: cosa ci lascia in eredità questa esperienza di pandemia, in che cosa ci ha cambiati o ci potrà cambiare?

C’è un primo livello di interrogazione che è intimo e personale: che cosa mi ha costretto a cambiare e che avrò cura di continuare anche dopo, anche con la ripresa della vita per così dire ‘normale’… sarà una maggior cura per le relazioni, più pazienza davanti alle contrarietà, più profondità nel pensiero, più disponibilità all’ascolto…

Certo ci sarà anche chi non ne uscirà con alcun cambiamento, magari più arrabbiato, più frustrato di prima, ma per molti penso che possa essere un’occasione da non sprecare per migliorarci come esseri umani.

C’è un secondo livello di riflessione che è quello sociale, vale a dire come la nostra comunità umana esce cambiata da questa esperienza. A me appare evidente come emerga sia pure in maniera paradossale il legame che ci unisce tutti come umanità, come fraternità umana: perché nel momento in cui non dobbiamo avvicinarci troppo l’uno all’altro, non dobbiamo toccarci l’un l’altro, addirittura dobbiamo lasciare che l’altro muoia a una certa distanza, lo facciamo per proteggere noi stessi e al contempo proteggiamo gli altri, insomma ci proteggiamo a vicenda di fronte a una dimensione ineluttabile dell’uomo, che è la morte.

E allora l’impegno della scienza per trovare i rimedi, della politica per dare delle regole comuni, dell’economia per garantire comunque il lavoro… cos’altro non sono se non la cura di un’umanità più fraterna? Certo anche qui c’è chi specula per guadagnare sulle mascherine, ci sono i politici che si fanno propaganda o che reclamano i pieni poteri, gli scienziati che coltivano il loro narcisismo… comunque le nostre società possono uscire da questa esperienza più umane e più fraterne.

C’è anche un ulteriore dimensione che mi interroga e ci può far pensare ed è quella ecclesiale: cosa ha imparato la chiesa da questi mesi in cui la modalità normale delle nostre liturgie, delle nostre preghiere e delle nostre attività è stata sovvertita in maniera importante? Cosa ci insegna questa pandemia che ci ha privato per tanto tempo delle nostre abitudini?

Raccolgo due spunti di riflessione dalle due immagini che il vangelo di Giovanni ci consegna oggi, vale a dire l’immagine dell’agnello e quella del dono dello Spirito sceso su Gesù.

L’immagine dell’agnello, di un agnello capace addirittura di portare su di sé il peccato del mondo (non il mio e il tuo solamente, ma quello del mondo), ci dà consolazione e ci aiuta a pensare che non siamo soli a portare il peso di un mondo ingiusto e corrotto, violento e disumano.

Gesù non è uno che intervenga con la forza, che pure non gli mancava, per liberare il mondo, piuttosto agisce come un agnello e portando lui il peso del mondo ci solleva, ci alleggerisce e ci rende liberi.

Non posso non accostare questa immagine a quanto abbiamo celebrato ieri, cioè i 75 anni della liberazione del nostro Paese dal nazifascismo. Che cosa c’entra direte voi, c’entra perché la liberazione non è mai finita.

Io ho goduto e gioito in questi anni della mia vita della liberazione avvenuta al prezzo della vita di donne e di uomini, spesso giovanissimi, e sento che a mia volta devo assumermi la responsabile del futuro di libertà delle nuove generazioni, devo vigilare continuamente, devo stare attento a non sedermi, a non diventare neutrale, indifferente, qualunquista… perché il rischio e il pericolo di abdicare alla libertà è molto forte, ancora oggi.

Gesù non è rimasto in poltrona a decidere le cose, non si è seduto in ufficio con il sinedrio per pianificare la liberazione, si è esposto in prima persona, si è schierato, è diventato un “partigiano” nel senso letterale del termine: si è messo dalla parte di coloro che Dio ama. Gesù è stato il partigiano di Dio.

In che senso? Perché qui e precisamente a questo punto si insinua l’ambiguità, il possibile inquinamento del Vangelo, nel senso che non sono mai mancati nella storia i partigiani di Dio, che siano stati ‘pasdaran’ o crociati poco importa, ma non mancano mai coloro che si servono di Dio e della religione per difendere i propri interessi, il loro ordine delle cose…

Dobbiamo sempre riandare a Gesù, al partigiano di Dio, dobbiamo attingere al Vangelo, sederci umili alla scuola della sua parola, e contemplare che il suo essere partigiano di Dio significava essere sempre partigiano dell’uomo, basti guardare come lui si è preso a cuore i piccoli, le donne, i poveri, gli scartati, i lebbrosi, i ladri e le prostitute…

Ma immaginate voi che se uno avesse voluto il potere davvero si faceva carico di costoro? Di coloro che non contano nulla? Però così fa Dio, dice Gesù.

Gesù è l’agnello di Dio per noi che passiamo la vita invocando cambiamenti forti, altisonanti, dirompenti… ma che possono cambiare ben poco senza che ciascuno di noi faccia come lui, portando su di noi la separatezza del mondo da Dio che è il vero peccato. La spaccatura da saldare, il vero peccato da sanare è la spaccatura tra l’uomo e Dio, tra il terreno e lo spirituale, la spaccatura tra chi si serve di Dio e chi davvero serve Dio.

Gesù ci dice da cosa comprendiamo chi serve Dio: se serve l’uomo. Se come abbiamo visto nella sera del giovedì santo, gli lava i piedi, si inginocchia davanti a lui come davanti al mistero di Dio.

Il Vangelo si incarna nell’umano quando non sogni di essere diverso da quello che sei, ma metti in campo la tua resistenza al male che è dentro di te, intorno a te, nelle strutture del mondo, quando scegli di stare dalla parte dell’agnello che resiste alla violenza, all’odio, all’orgoglio. Quando sei disposto a pagare di persona.

Ma chi oggi è disposto a pagare di persona?

Ricordate quanto accadde nella battaglia di Dunkerque (maggio 1940): la Gran Bretagna non aveva navi militari sufficienti per recuperare le truppe bloccate sulla costa al confine tra Francia e Belgio. Si mobilitarono allora tutte le imbarcazioni da quelle private a quelle da pesca così che il tratto da Dunkerque a Dover si riempì di ogni tipo di barca, molte erano in grado di far salire solo pochi soldati, ma tutte insieme furono in grado di salvare quell’esercito che una volta riorganizzato contribuì in modo decisivo al successo nella Seconda guerra mondiale. La svolta consistette soprattutto nel fatto che ci fu tutto un paese mobilitato e attivo e niente affatto rassegnato.

Cosa animava quella gente, se non uno spirito di condivisione che non poteva aspettarsi una liberazione che cadesse dall’alto, da fenomeni eccezionali, ma una liberazione data dal fatto che, sia che uno avesse un mercantile o che avesse una barca da pesca sportiva, sentiva di doversi mettere in gioco per farsi carico a suo rischio e pericolo, della liberazione di quei 400mila uomini destinati a morte sicura.

Ora la storia è piena di fatti come questi, così come è sovrabbondante di azioni in senso contrario perché, come ci narra anche il Vangelo, c’è sempre chi vuol trarre vantaggio per sé da una situazione, chi non pensa alla comunità, chi non pensa agli altri ma al proprio tornaconto… e questa storia non finirà mai.

Ma, ed ecco la seconda immagine che ci viene dal Vangelo, per vivere il Vangelo il Signore ci rende partecipi del suo Spirito, del suo soffio vitale. Quello Spirito che il Battista vede rimanere su di lui, indicando una permanenza dello Spirito di Dio in Gesù, dice che Gesù non ha fatto le cose così in maniera episodica, occasionale, saltuaria, ma ha sempre agito, ha sempre parlato animato dallo Spirito di Dio in cui era immerso.

Quando Giovanni assiste sotto la croce all’agonia e alla morte di Gesù lo guarda come l’agnello innalzato che proprio nel momento in cui china il capo, consegnò lo Spirito! Non dice semplicemente spirò. Ma Gesù consegna lo Spirito compiendo così l’azione propria di un vivente: consegna e dona lo Spirito, il suo.

Se fino a Pasqua il Signore aveva agito ispirato dallo Spirito di Dio, dopo, già fin dalla croce e dalla sua risurrezione, Gesù fa dono dello Spirito alla sua comunità, alla fraternità dei suoi amici rendendoli finalmente partecipi del suo dono. E Dio sa quanto abbiamo bisogno di ricevere da Gesù il dono dello Spirito, abbiamo bisogno che Gesù ci immerga nel suo spirito che è la sua anima, ciò che ispira appunto il suo modo di pensare, di agire e di amare…

Ecco la Chiesa che esce rinnovata da questa esperienza che ci ha limitato, ci ha costretti a cambiare le nostre abitudini… ma il cambiamento che la storia ci domanda è più profondo, essere una chiesa che con grande determinazione tiene saldi due riferimenti al di sopra di tutto: il vangelo, oserei dire il vangelo sine glossa, senza commenti, un vangelo oltre le formule i dogmi e i catechismi, il vangelo che si presenta come agnello nella storia del mondo, perché è quanto Gesù ci ha rivelato.

E lo Spirito, il dono del Risorto che permette di comprendere il Vangelo oggi, di viverlo oggi, di metterlo in pratica oggi. Per questo Paolo compie un gesto che dovremmo ripetere gli uni sugli altri: ai dodici abitanti di Efeso Paolo impone le mani per donare loro lo Spirito del Risorto.

Deponiamo le mani gli uni sul capo degli altri: invochiamo su di noi il dono dello Spirito di Gesù perché ci aiuti a essere a nostra volta capaci di stare dalla parte in cui sta lui, dalla parte dell’uomo sempre. E quando incontriamo odio, razzismo, iniquità, corruzione… tutti i mali del mondo, impariamo da Cristo ad affrontarli con la docilità dell’agnello e la forza del suo Spirito.

(At 19,1-7; Gv 1,29-34)