ULTIMA DOPO L’EPIFANIA detta Del perdono - Lc 15, 11-32


audio 19 feb 2023

La prima domanda che mi ha suscitato la lettura della parabola raccontata da Gesù è stata questa: ma quanti danni avrà fatto quel figlio sperperando i soldi dell’eredità in così breve tempo? Voglio dire, quante persone avrà ferito, maltrattato, umiliato con quel denaro? In quante situazioni si sarà trovato complice del male e forse anche della violenza?

Questa domanda mi fa pensare a tutte le persone che ancora oggi non hanno nemmeno un Dio da pregare, che sono in balìa di se stesse, alla ricerca spasmodica di denaro e di divertimento. Persone che potremmo tranquillamente considerare ‘perdute’, ormai rovinate, disposte a tutto e sono tante e sempre di più, pur di evadere, di divertirsi…

Quel vivere in modo dissoluto descritto da Gesù per il figlio più giovane della parabola, riguarda tanti figli di questo nostro tempo e non lo vedo dal punto di vista morale, non mi viene nemmeno da giudicare in tal senso.

Penso invece al dolore che procurano alle persone che sono loro vicine, non solo ma anche a tutto quello che potrebbero donare in termini di impegno, di partecipazione e di coscienza civile e che invece fanno mancare alla nostra umanità. Mi riferisco al fatto che si sottraggono dal contribuire alla crescita della libertà, della giustizia, dell’amore… tanto sono ripiegati su se stessi e sul proprio ego.

E voi direte, ma cosa c’entra con la parabola?

Assolutamente c’entra, qui tocchiamo il cuore della parabola, perché il Dio raccontato da Gesù, è anche il loro Dio, magari a loro insaputa.

Fino a quando noi non ci saremo liberati dall’idea di un dio del castigo, del giudizio, dell’inferno e della dannazione, fino a quando vivremo la relazione con Dio in questi termini, abbiamo davvero poche possibilità di farcene una ragione.

Ma il Dio narrato da Gesù è un Dio dai caratteri paradossali. Dipende da noi se vogliamo o meno cogliere la paradossalità del Dio di Gesù. Nel racconto ad essere sul banco degli imputati, se così possiamo dire, non è il figlio minore che chiede l’anticipo dell’eredità o il figlio maggiore che non vuole entrare alla festa… sul banco degli imputati c’è il padre.

È il suo comportamento a sembrare del tutto ingiusto, o per lo meno, problematico. In fondo se ascoltiamo attentamente le parole del figlio maggiore, non facciamo fatica a riconoscervi del vero. Le sue ragioni ci paiono fondate.

Se ci troviamo a dare ragione a lui, allora abbiamo centrato il problema: la relazione col padre è vissuta nei termini di dare-avere, della prestazione-ricompensa… il maggiore ha dato tanto al padre e si sente in diritto di dover ricevere. È l’altro figlio a non aver dato nulla e quindi a non meritarsi un’accoglienza e una festa così importanti.

Siamo noi che siamo seduti qui in chiesa, quel figlio che ha una vita molto diversa da quella del più piccolo, perché anche noi lavoriamo, siamo fedeli, siamo bravi… però, ecco la questione, il rapporto col padre è in termini meramente retributivi, di merito, e quindi sempre suscettibili di tristezza perché le nostre aspettative sono sempre al di sopra di quelle del Padre.

Se ascoltiamo bene le parole del figlio maggiore, se cerchiamo di cogliere le sfumature della sua frustrazione, in qualche modo anche lui sogna una libertà fuori di casa, festeggiare con gli amici, senza il padre… il problema è che non ha mai osato esprimere questo sentimento, il che lo rende ancor più geloso del fratello, il quale invece ha osato.

Se il peccato del figlio minore si capisce bene, facciamo più fatica a capire quello del figlio maggiore… perché è il peccato delle persone di chiesa, dei religiosi, dei preti, delle suore, dei consacrati… di coloro che sono sempre lì a decidere chi entra e chi non entra, chi è degno e chi no, chi può fare la comunione e chi non può farla.

Predicatori di un rapporto con Dio che non è affatto gioioso, festoso, e che è incapace di rallegrarsi quando qualcuno torna… è il peccato di chi serve Dio, potremmo dire, per paura della libertà e non per amore.

I due fratelli sembrano comportarsi in maniera diametralmente opposta: il minore lascia la casa, scialacqua e poi torna semplicemente perché ha fame. Il maggiore invece è bravo, tutto casa e chiesa, lavora… esteriormente, i loro comportamenti sono diametralmente opposti: immaginiamo la madre che dice, ma sono tutti e due miei, li ho cresciuti entrambi io… perché sono così diversi?

In realtà una cosa li accomuna profondamente: non riescono a pensare che il Padre possa pensare diversamente da loro. Sono simili nella relazione col Padre. Uno vorrebbe fare il salariato, l’altro si considera come uno schiavo. Sono fratelli difficili tra loro, perché né l’uno né l’altro hanno una relazione filiale col padre e tantomeno fraterna tra loro.

Gesù partendo da questi due comportamenti fa emergere come lui vive il suo rapporto con Dio, col Padre.

Con il figlio, cosiddetto, prodigo Gesù ci fa incontrare un Dio che si commuove, capace di una commozione viscerale pur avendo davanti un figlio che lo voleva morto, che non è stato per niente riconoscente, che è tornato forse più per interesse che non per un pentimento vero.

Un Dio che si commuove per uno che si comporta così, vuol dire che si commuove anche per me, per te… un Dio materno, così suggerisce il verbo, un Dio che come numerose madri di fronte a tante vite sprecate, perdute all’inseguimento del nulla e del vacuo… si consumano nel dolore e aspettano. Dio non fa il moralista. Di fronte al figlio che vuol fare di testa sua, lui aspetta. Sa che prima o poi verrà il momento in cui gli converrà ritornare e lui sarà lì ad aspettarlo e non a rimbrottarlo con prediche e di rivendicazioni, ma ad abbracciarlo e fargli festa.

Ma è anche un Dio che esce a supplicare il maggiore, vale a dire Gesù ci parla sorprendentemente di un Dio che prega l’uomo: è il padre che esce a chiedere al figlio maggiore di capire e a pregarlo di entrare… anche qui si ribalta la situazione: non siamo noi a pregare Dio, ma con Gesù Dio viene a pregarci. Ci chiede di fare festa per il perduto ritrovato.

Un Dio che si commuove e un Dio che si mette a pregare i suoi figli! È questo il nostro Dio?

Se potessi continuare a scrivere la parabola, mi piace immaginare il figlio tornato a casa dopo tutto quello che ha fatto, dopo che ha ricevuto un’accoglienza di quel genere, capace di tornare sui suoi passi per tornare a ritrovare le persone che ha ferito, che ha umiliato, di cui si è servito… per dire loro che Dio è come un padre e una madre che si commuove e prega per loro.

Se potessi continuare a scrivere la parabola anche per il figlio maggiore, lo descriverei dentro la festa e non più sulla porta. Siamo noi che abbiamo imparato a riconoscere che Dio non ragiona come vogliamo noi. Dio ama i suoi figli sempre e comunque, da questo impariamo il senso di fraternità, il modo di stare insieme ai fratelli difficili.

(Lc 15,11-32)