La pagina di Luca mi ha fatto nascere in cuore come un impulso, un imperativo: non possiamo parlare del Natale di Gesù al passato, oggi c’è più che mai bisogno di far nascere il Vangelo!

Premesso che il Vangelo, che è Gesù, ha una sua forza, una sua energia divina e non dipende certamente da noi la decisione che lui nasca o meno.

Però – c’è un però – come Gesù non è venuto al mondo senza Maria e non è cresciuto senza Giuseppe, così il Vangelo oggi non può nascere e crescere senza di noi. Senza che la sua chiesa faccia la sua parte.

Forse ci può scoraggiare il fatto che come già allora, ancora oggi ci sono imperatori che sull’esempio di Cesare Augusto vogliono controllare tutta la terra. Ci sono imperatori moderni della politica, dell’economia, dell’industria delle armi… che credono di controllare il mondo, anzi non ci basta più armare eserciti sulla terra per fare la guerra, è stato istituito una sorta di esercito dello spazio, la Space Force appena annunciata dal Presidente statunitense dotata subito di 40 milioni di dollari!

Come far nascere il Vangelo in un mondo fondato sui rapporti di forza, sulla prepotenza, sulla mancanza del rispetto dei diritti umani?

Come far nascere il Vangelo in un mondo in cui, veniamo a sapere, molte persone sono torturate o maltrattate in almeno 81 paesi. Altre affrontano processi iniqui in almeno 54 paesi. Altre ancora sono limitate nella loro libertà di espressione in almeno 77 paesi. Bastava essere al pronto soccorso di Sondrio qualche giorno fa, dove alla morte della piccola Mistura di cinque mesi, le grida di dolore di Helly, la sua giovane mamma di 22 anni, sono state soffocate dagli insulti e volgarità a dir poco disumane.

Alla conferenza mondiale sul clima tenutasi a Madrid (COP25) sono prevalsi gli interessi economici e così non si è giunti a nessun impegno significativo, lasciando che milioni di persone nel mondo soffrano per gli impatti del cambiamento climatico e siano costrette a spostarsi dalle proprie terre.

È mai possibile far nascere il Vangelo in un mondo così?

È chiara la risposta, ma non perché io abbia delle soluzioni straordinarie, anzi provo come tutti l’avvilimento e una grande impotenza, ma se guardiamo il presepe, Gesù ci insegna di cosa ha bisogno per nascere: sono sufficienti delle fasce, una mangiatoia, una stalla. Certo noi, quasi a rassicurarci, abbiamo trasformato la stalla in un quadretto artistico, pulito, col muschio, la neve, le statuine… Ma non so se siete mai stati in una stalla… non è proprio così.

Comunque Gesù non ha bisogno di grandi cose per nascere, e tra l’altro avrete notato l’assenza totale dei preparativi che tanto ci stanno a cuore. Sorprendente. Fosse dipeso da noi avremmo curato meticolosamente i preparativi per la festa, ora invece Maria e Giuseppe hanno delle priorità che non permettono loro di programmare e organizzare alcunché.

Irrompe qualcosa di inedito nella storia umana: non è un progetto culturale, non è un piano pastorale. Accade qualcosa che non è stato preparato. In quella stalla c’è l’irruzione di un segno, come indica l’angelo del Signore ai pastori: Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia. È talmente concentrato sul bambino e il contesto che l’angelo non dice nemmeno che ci stanno pure la mamma e il papà!

È quasi più importante il contesto. Una stalla.

La nostra umanità non ha forse nemmeno la dignità di una stalla: ci trattiamo peggio delle bestie, uccidiamo, lasciamo morire in mare, produciamo armi sofisticate che mutilano e uccidono. Insultiamo e disprezziamo. Eppure le bestie non sono così malvage tra di loro.

Se pensiamo alla nostra vita sociale non siamo mai soddisfatti né contenti perché per quanto inseguiamo il dover apparire, il dover dimostrare chissà che cosa, c’è sempre qualcuno più bravo di noi che viene più considerato, più accettato.

E poi la nostra vita personale è conciata peggio di una stalla: non c’è molto più che letame e fieno, sempre a cercare di divertirci e senza però essere mai felici…

Il Signore nasce anche lì, anzi nasce proprio lì. Dove non dovrebbe trovarsi Dio, perché siamo abituati a pensare di trovare Dio nei tabernacoli, nelle chiese, nelle solenni e stanche liturgie.

Ricordo il racconto dell’Uomo Folle di Nietzsche. Un giorno un Uomo Folle accesa una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. La gente lo derideva: “Si è forse perduto come un bambino?” disse uno. “Oppure sta ben nascosto? Si è imbarcato, è emigrato?”, diceva l’altro prendendosi gioco di lui. Si racconta infine che l’uomo folle abbia fatto irruzione in diverse chiese da dove venne cacciato fuori. Interrogato si limitò a rispondere: “Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?[1].

È vero «La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi»[2], così diceva Martini, in un’intervista che è stata quasi il suo testamento spirituale.

Abbiamo costruito una sovrastruttura talmente ingombrante che fa fatica ormai a cambiare. Papa Francesco qualche giorno fa ha detto a quelli che lavorano in curia in Vaticano (sono duemila persone!): “Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! e faceva sue le parole di quell’intervista del Cardinale Martini: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?».

Forse più nessuno ormai si aspetta seriamente qualcosa dalla Chiesa, ma noi abbiamo una responsabilità: o facciamo nascere il Vangelo o lo seppelliamo e lui troverà altri per venire al mondo. Per questo, come concludeva Martini in quell’intervista, Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?

Questa è la responsabilità che ci attende, che incombe su di noi. Quello che posso fare io per la Chiesa è tenere vivo il Vangelo. Tornare a Gesù è molto più che introdurre alcuni cambiamenti o innovazioni di carattere pastorale o di governo.

Molta gente conosce il Vangelo di seconda mano, solo per un retaggio sociale tradizionale fatto di liturgie, di abitudini… Ma oggi è necessario non dare per scontato il Vangelo, anzi dobbiamo imparare “Tutta la vita di Gesù, il suo modo di trattare i poveri, i suoi gesti, la sua coerenza, la sua generosità quotidiana e semplice, e infine la sua dedizione totale… ogni volta che si torna a scoprirlo, ci si convince che proprio questo è ciò di cui gli altri hanno bisogno, anche se non lo riconoscono” (Francesco, EG 265).

Ecco il senso del nostro essere cristiani: non cerchiamo un altro mondo perché questo è brutto, ma facciamo nascere il Vangelo in questo mondo. Trasformiamo le comunità che oggi sono quasi esclusivamente incentrate sul culto e la catechesi, in comunità aperte, dedite ad aprire le vie al regno di Dio in mezzo ai problemi, alle lotte e alle sofferenze che si vivono nel mondo di oggi.

Comunità che si commuovono e si avvicinano a coloro che soffrono senza domandare se sono cristiani o no, se appartengono al nostro Paese o arrivano dalla fine del mondo dei poveri, se hanno documenti o se sono ‘illegali’.

Impariamo da Maria, perché per generare il vangelo occorre sempre custodire e meditare nel cuore la Parola, perché non puoi donare qualcosa che non hai. Impariamo anche da Giuseppe: lui sa che il bambino generato nel grembo di Maria non è suo figlio, ma è il Figlio di Dio. Anche il Vangelo non è nostro, ma come Giuseppe ha fatto con Gesù, dobbiamo aiutarlo a crescere con gesti di tenerezza, di amore, di pazienza, di generosità.

Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, davanti a Gesù e contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli semplicemente grazie: grazie, perché sei nato in una stalla fatta di povertà, di miseria, di bruttura e così non possiamo più avere scuse per non far nascere e crescere il Vangelo, oggi.

[1] Gaia scienza, aforisma n. 125.

[2] Corriere della sera, 1 settembre 2012