//«Essere uno»: senza fusione né confusione

«Essere uno»: senza fusione né confusione

(At 7, 48-57; Gv 17, 20-26)

Abbiamo ascoltato le parole della preghiera con la quale Gesù, al termine dell’ultima cena congedandosi dai suoi si rivolge al Padre. Questi sono solo pochi versetti del più ampio cap.17 di Giovanni e ciò che Gesù va dicendo in questa preghiera getta luce su ciò che seguirà di lì a poche ore.

Anzitutto è interessante il fatto che anche noi veniamo resi partecipi del contenuto di questa preghiera intima e personale di Gesù, anche noi veniamo a sapere che cosa dice al Padre, ovvero che il Figlio prega perché quanti lo hanno seguito e conosciuto, possano partecipare dell’amore con il quale il Padre lo ama.

Ora se nella prima parte del cap. 17 Gesù ha pregato per gli amici che lo stanno seguendo e che con lui vivono ore drammatiche perché sono spaventati dal precipitare delle cose, i versetti di oggi ci riguardano, sono rivolti anche a noi, infatti Gesù dice: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola.

Questo ci consola, ci dà fiducia, ci fa sentire cari al Signore, perché Gesù prega anche per noi. Forse non ci pensiamo spesso: ma prima ancora che noi possiamo anche solo balbettare una preghiera, Gesù ha già pregato per noi! E quando noi preghiamo per qualcuno significa che ci sta a cuore, che gli vogliamo bene, che siamo preoccupati per lui. Se il Signore nelle ore più drammatiche della sua vita si ricorda di pregare per noi, questo mi fa pensare che il suo amore è davvero straordinario.

Ma cosa dice Gesù al Padre? Cosa chiede per noi discepoli dell’ultima ora? Chiede la stessa cosa che ha domandato per i discepoli della prima ora: perché, letteralmente, tutti siano uno o come traduce la CEI: perché siano una cosa sola. Noi probabilmente avremmo chiesto qualcosa di diverso: la salute, la fortuna… Gesù prega il Padre perché noi possiamo vivere nell’unità. Penso che nella mente e nel cuore di ciascuno di noi, anche senza che ci stiamo a pensare, si sia accesa subito una nostra idea di unità. Ognuno di noi si porta dentro aspirazioni e sogni per un’idea di unità dentro la nostra famiglia, tra i nostri amici, nel nostro gruppo… ma anche per la nostra comunità, per la chiesa stessa: non a caso questo è diventato lo slogan ecumenico per eccellenza.

Ma l’unità che Gesù intercede presso il Padre non è concepita a partire da una struttura unificante, entrando nella quale ci si troverebbe in unità. Quando pensiamo all’unità, pensiamo quasi sempre ad una struttura: che sia appunto la famiglia, il gruppo, l’azienda… ma anche la chiesa stessa. Tutte cose importanti, ma quando Gesù parla di unità, parla di qualcos’altro. Consideriamo bene le sue parole: Che siano «uno» (una sola cosa) come tu Padre sei in me e io in te siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

Anzitutto Gesù chiede l’unità non a partire da una struttura, da un programma, dalle regole, dalle istituzioni e nemmeno dalle idee, da un’ideologia, ma dalla sua relazione con Dio Padre. Con questo atteggiamento il Signore segna la distanza anche da quelle utopie che di tanto in tanto irrompono nella storia, perché Gesù non stabilisce delle regole per ottenere l’unità, ma la chiede nella preghiera come dono.

Anche al tempo di Gesù c’erano esperienze come la comunità di Qumran, che fondava lo stile comunitario sul rispetto di alcune regole, esigeva, come esigono tutte le comunità umane, un intenso amore vicendevole tra i membri che si trovano tanto più uniti quanto più hanno «gli altri» quelli di fuori, se non come nemici, almeno come termine di confronto e di estraneità. Ogni comunità umana trova spesso un motivo prevalente di unità segnando una netta separazione dagli altri.

Ascoltando le parole di Gesù, ci rendiamo conto che la sua prospettiva è davvero alternativa, e non finiremo mai di approfondirla, perché il motivo dell’unità non è derivato dal contrapporsi ad altri, ma dalla relazione che sussiste tra lui e il Padre: Come tu Padre sei in me e io in te. Qui entriamo in una dimensione più grande della nostra capacità di comprendere e chiediamo al Signore il dono dello Spirito perché ci aiuti ad affacciarci su questo mistero con cuore libero.

Mi viene da immaginare come dei cerchi: in un primo cerchio esterno, il più grande, dove c’è il Padre, il quale amando, contiene il Figlio e il Figlio amando contiene anche noi: noi allora siamo al centro di Dio, del Padre e del Figlio.

Ma vale anche il contrario: che noi amando il Figlio, entriamo nel suo amore ed entrando in questa relazione d’amore conosciamo il Padre, quindi siamo l’uno nell’altro nel reciproco amore.

Quindi l’unità che Gesù chiede per noi non è l’uniformità o l’omogeneizzazione dove tutti smettono di pensare e ragionare per seguire un capo. Gesù non chiede nemmeno una sorta di fusione dei cuori: non è esattamente come la fusione tanto cercata dagli amanti, perché la fusione è mortifera in quanto non si alimenta nel rispetto dell’altro e dell’altra. Non ci può essere unione con l’altro se io lo divoro.

La nostra unità si realizza nella misura in cui tutti abbiamo lo sguardo del cuore rivolto all’amore che c’è tra Gesù e il Padre. Se ci pensiamo le divisioni, le spaccature, le fratture che esistono anche nella nostra vita cristiana, avvengono quando si frappone tra noi e Gesù un qualche altro interesse, magari anche buono di per sé, ma che diventa divisivo. È grande la nostra responsabilità: perché dove non c’è unione tra noi, davvero lì è il grande male. Non possiamo ridurre la chiesa a una setta, al mio gruppo, al mio movimento… tradiremmo la parola di Gesù.

Concludo con una domanda sulla quale vi invito a sostare in questa settimana e la domanda è questa: quanto della preghiera di Gesù c’è nel nostro modo di pregare? Papa Francesco, circa quindici anni fa, come vescovo di Buenos Aires suggerì un metodo semplice di pregare a partire dalle cinque dita della mano:

«1. Il pollice è il dito a te più vicino. Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è “un dolce obbligo”.

2. Il dito successivo è l’indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.

3. Il dito successivo è il più alto. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino del nostro Paese e guidano l’opinione pubblica… Hanno bisogno della guida di Dio.

4. Il quarto dito è l’anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate.

5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, “gli ultimi saranno i primi”. Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te stesso… Dopo che avrai pregato per tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva».

 

2018-11-13T16:25:55+00:00maggio 12th, 2013|Omelie (vedi tutte) >|