//Educare i desideri

Educare i desideri

(Es 17, 3-7;  Gv 4, 5-42)

In genere, data anche la lunghezza della pericope evangelica, ci si sofferma sulla prima parte del racconto, sul tema della sete e dell’acqua, dove la vicenda della Samaritana è assai intrigante. Ma Giovanni avrà avuto le sue ragioni se ha voluto tenere insieme anche la seconda parte del racconto, quella per intenderci che ha come tema il cibo e che racconta dei discepoli che dopo essere stati a fare la spesa si sentono dire da Gesù: Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere la sua opera.

La sete e l’acqua, il cibo e la fame sono per Giovanni declinati su due livelli di comprensione. C’è un piano evidente di cose che accadono: c’è un bisogno umanissimo, quello di bere, c’è una stanchezza dovuta al cammino … tutto questo accade a mezzogiorno, anzi all’ora sesta, un’ora però insolita in cui è ben chiaro che nessuno si reca ad attingere acqua. Le donne ci andavano verso sera in un’ora più fresca, sapendo tra l’altro di incontrarsi per scambiare due parole …

Accanto a questo c’è un secondo livello di lettura delle cose: c’è una sete dell’uomo e c’è una fame che ci accomuna, ma c’è anche una sete propria di Dio, una fame propria di Gesù, quella di compiere l’opera del Padre, di realizzare la sete e la fame di Dio, che altro non sono che il desiderio dell’Eterno di abbracciare nel suo amore ogni figlio della terra.

Infatti la conclusione cui giungono i samaritani dopo la samaritana, che è come la loro cifra simbolica, è di credere in Gesù come il salvatore del mondo, ed è solo Giovanni a usare questa formula, salvatore del mondo, che ben esprime la fame e la sete di Dio di salvare tutti, anche i Samaritani, un popolo di scomunicati.

Al pozzo di Sichem dunque si incontrano la fame e la sete di Dio con la fame e la sete dell’uomo, di ciascuno di noi, che è sete di amare e di essere amati, di essere stimati e riconosciuti … un desiderio al quale spesso diamo delle risposte sbagliate, l’esempio eclatante è appunto dato dalla Samaritana, una donna malata d’amore che il Signore accompagna attraverso un dialogo intessuto di sette frasi della donna e di sette da parte di Gesù, per condurla a fare verità dentro di sé.

Infatti non la fa arrossire per i suoi numerosi amanti, Gesù non aggredisce la donna per i suoi comportamenti immorali, non la critica per i suoi amori sbagliati, ma la accompagna a incontrare il mistero di Dio, che solo può soddisfare la sua sete e aiutandola a ridare dignità al suo mistero di donna, dicendole: Se tu conoscessi il dono di Dio! Se tu conoscessi quell’acqua che zampilla per la vita eterna! Se tu conoscessi quel cibo che rende liberi e che non si compra con il denaro.

Gesù compie un’operazione quanto mai necessaria per ciascuno di noi oggi, a qualsiasi età della vita ci possiamo trovare, che consiste nel rieducare i desideri mettendoci di fronte a quelle parole strepitose: Se tu conoscessi il dono di Dio. Perché di fronte a lui i tuoi bisogni, i tuoi desideri, ma anche le leggi del consumo e del guadagno trovano una diversa collocazione, una relativizzazione, una diversa prospettiva, di fronte a colui che contempliamo come salvatore del mondo cambia il peso delle cose.

Ed è una riflessione quanto mai attuale: la donna che Gesù incontra al pozzo è immagine di un’umanità che conserva grandi desideri, anche se spesso repressi o male indirizzati e che infatti è sempre più che mai assetata di denaro e di potere, al punto che pensa di arrogarsi il diritto di privatizzare l’acqua, di mettere un’etichetta su quel dono di Dio.

È un’umanità immersa in un tale delirio al punto che per obbedire alle leggi del mercato sottopone anche il dono dell’acqua alla logica del profitto come una merce qualsiasi e non come un diritto universale e inalienabile: se solo non dimenticasse il dono di Dio. Se tu conoscessi il dono di Dio!

Pensate di quale educazione dei desideri abbiamo necessità in confronto alle suggestioni dei bisogni indotti dalla pubblicità e dai mezzi di comunicazione: le aspirazioni profonde dell’uomo per lo più sono sfruttate e indirizzate alla vendita, al consumo, al guadagno. Ma, per dirla con Gesù, non è inseguendo i tuoi numerosi amanti, non è inventando nuove mercificazioni che soddisfi la tua sete, piuttosto considerando il dono di Dio.

Ed è un’esperienza antica, come ci ricorda la prima lettura: il popolo che cammina nel deserto (Es 17, 3-7) continuamente contesta Dio e lo provoca al punto che rimarrà quell’unico luogo identificato da due nomi: Massa e Meriba. Contestazione e provocazione perché la gente domanda l’acqua per sopravvivere!

Ma per vivere occorre un’altra acqua, quella che zampilla per sempre. Che cos’è dunque quest’acqua viva?

Dobbiamo seguire Gesù fino ad un’altra ora sesta, che era un’ora strana per andare al pozzo, ma è l’ora in cui Gesù è sulla croce e nell’arsura della morte dà voce al grido di ognuno di noi: Ho sete! Ed è davvero paradossale che l’acqua che il Signore dona sia quella che sgorga dal suo cuore squarciato insieme al sangue, dice sempre Giovanni, un’acqua che proprio perché unita al sangue, cioè al dono della vita, è il dono dello Spirito (19, 34).

Lo aveva gridato Gesù quel giorno a Gerusalemme, al termine della festa delle Capanne: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse – continua Giovanni – dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato (Gv 7, 37-39).

Quando la Samaritana riceve il dono dello Spirito, allora abbandona la sua brocca e si affretta verso il villaggio, come mossa dall’impazienza di raccontare di questa nuova sorgente! Nella vita, il porre fine alla sete, ci insegna dunque la Samaritana, non è bere a sazietà, ma è diventare fonte per altri, dissetarli, è farsi sorgente per le loro arsure.

Chiediamo allora al Signore che la nostra fede sia come sorgente fresca e zampillante e non si riduca ad uno stagno di abitudini logore e stanche, che la sua Parola sia sorgente che sempre sgorga sia pure nei sassi dei nostri cuori.

Attingiamo a piene mani in quest’eucaristia alla sorgente del suo amore per portare a tutti gli assetati e affamati di giustizia, il dono di Dio!

Saint-Exupéry, che ben conosceva il deserto essendovi caduto con l’aereo almeno due volte, raccontava come la Francia avesse impiegato molto a sottomettere il Maghreb: le popolazioni guidate dai loro capi beduini opposero strenua resistenza.

Per convincerli della bontà del dominio coloniale i francesi invitarono i capi beduini a visitare le bellezze della Francia, in particolare di Parigi e li condussero a vedere la Tour Eiffel, Notre Dame, i grandi viali della capitale … pensando di stupire i beduini abituati a vivere nel deserto sotto le tende; invece questi non si lasciarono per nulla meravigliare da quello che vedevano.

Quando invece li condussero sulle Alpi e capitarono dinnanzi ad una enorme cascata di acqua, i capi beduini rimasero come bloccati e non si muovevano più. Sollecitati a riprendere il cammino, non ne volevano sapere: Vogliamo vedere quando smetterà di scorrere, dissero. Per la loro esperienza nel deserto, era impensabile che l’acqua potesse continuare a scorrere in quel modo. Al loro ritorno nel deserto, i capi beduini dissero alle loro tribù: il Dio dei francesi è più generoso del Dio degli arabi.

Se tu conoscessi il dono di Dio!

2018-11-13T16:24:35+00:00marzo 27th, 2011|Omelie (vedi tutte) >|