//È proprio in momenti come questi

È proprio in momenti come questi

(Mc 1, 7-11)

Per cercare di comprendere cosa significhi per noi oggi celebrare il battesimo di Gesù avvenuto nel fiume Giordano, dobbiamo anzitutto cercare di comprendere che cosa abbia significato per lui questo gesto, quale significato ha dato lui alla sua decisione. Perché mai lascia Nazaret e decide di andare dal Battista a immergersi nelle acque del Giordano per un battesimo di penitenza, di conversione, di purificazione? Ci domandiamo il senso di questa decisione per Gesù, visto che, come dice Matteo, Giovanni stesso non vorrebbe battezzarlo, ma d’altronde se è figlio di Dio non aveva alcun bisogno di essere battezzato, non aveva bisogno di convertirsi e in questo il Battista aveva ragione.

Invece Gesù scende nell’acqua… e quando esce, dicono i vangeli, si squarciano i cieli e lo Spirito scese come una colomba e una voce disse: Tu sei mio figlio l’amato. Cosa si intende con i cieli che si squarciano, che lo Spirito scende come colomba e che la voce proclami Gesù figlio amato? Tra l’altro si udrà questa ultima affermazione anche il giorno della trasfigurazione sul monte (Questi è mio figlio l’amato, 9,7); e poi ancora quando inchiodato alla croce, il centurione pagano vedendo come muore Gesù, dirà: Davvero quest’uomo era Figlio di Dio (15,39). C’è un comportamento di Gesù che trova approvazione in Dio.

Infatti quei cieli che si erano chiusi dietro le spalle di Adamo e di Eva, quindi quella comunicazione con Dio che per ogni uomo e per ogni donna della terra risultava in salita, doveva essere conquistata a forza di sacrifici e di preghiere… ecco quei cieli si aprono il giorno in cui Gesù scendendo nel Giordano, si immerge nell’umanità e nella storia, e nel momento in cui Gesù fa questa cosa, Dio stesso riconosce di essere d’accordo con quello che il Figlio sta facendo.

Gesù con questo modo di fare riapre il cielo, nel senso che rende possibile il dialogo tra Dio e l’uomo, lo offre come dono suo, non solo ma porta con sé anche lo Spirito che scende come colomba. La colomba come portò il ramoscello d’ulivo a Noè per dire che era finito il diluvio, che la terra e il cielo si erano riappacificati, torna a dire che in Gesù il cielo di Dio e la terra degli uomini possono trovare la via della riconciliazione e della pace. Ma in che modo?

Lo esplicita il vangelo di Giovanni. Quando il Battista vede Gesù venire a farsi battezzare lo indica dicendo: Ecco l’agnello di Dio che porta su di sé il peccato del mondo (1,29). Mentre il Battista pratica un’abluzione, un’immersione perché la gente si tolga il peccato dalla coscienza e dal cuore, Gesù lo carica su di sé, se lo prende lui. Dio ci dice con Gesù: vi dono la possibilità di liberarvi dal peccato, guardate la vita del Cristo, imparate da lui. Questo in sintesi il significato del battesimo per Gesù.

Per noi oggi, cosa significa questa decisione del Cristo? Per noi che veniamo da una settimana di violenza terribile, fatta addirittura in nome di dio? Avverto qui tutto il disagio del come stare in questi conflitti, perché anche per noi che siamo discepoli di Gesù è sempre possibile percorrere le due strade, quella scontata della reazione immediata che smette di ragionare e che sbrigativamente vede un nemico da combattere in un’altra religione, «se i terroristi sono musulmani, tutti i musulmani sono terroristi». Dall’altra parte se appena cerchiamo di parlare di dialogo e di integrazione, veniamo facilmente accusati di buonismo, di essere fuori dalla realtà, di idealismo irresponsabile.

D’altronde è davvero difficile parlare ancora di Dio, quando qualcuno in suo nome spara sulla gente, come è successo a Parigi, o distrugge villaggi, famiglie, uomini e donne, bambini e anziani, come è accaduto nel Nord della Nigeria. Davvero verrebbe da preferire il silenzio.

Ma invece è proprio in tempi come questi che occorre immergerci nel fiume della storia, per quanto sia inquinato, proprio come ha fatto Gesù quel giorno sulle rive del Giordano, dobbiamo immergerci nelle contraddizioni, nei conflitti, ma come ha fatto lui, portando anche noi la fatica e il peso del peccato per cercare insieme una via d’uscita dal peccato, dalla violenza e dall’odio, per vincere il male con il bene.

In uno dei suoi racconti, un grande maestro della spiritualità ebraica, Martin Buber, scriveva che se «Se vuoi sollevare un uomo dalla melma e dal fango, non credere di poter restare in alto e accontentarti di stendergli una mano soccorrevole. Devi scendere giù, tutto, nella melma e nel fango. Allora afferralo con forti mani e riconducilo con te alla luce».

Gesù per guarire l’umanità ferita dalla violenza e dall’intolleranza, non sta sulla riva del fiume a dire cosa dobbiamo fare, ma scende in acqua con noi, perché Dio si sporca le mani con noi, per dire che lo Spirito di Dio entra nella vita attraverso le ferite aperte della nostra umanità, proprio quando l’uomo abbandona il suo compito di essere umano.

Io non so se riusciremo a cambiare la storia, se riusciremo a modificare le cose, certo è che di fronte a fatti come quelli di questi giorni, quando la storia appare tragica si fa molta fatica a ragionare. È comprensibile, ma è pericolosissimo. Per questo dobbiamo fare uno sforzo. Forse non ci rendiamo conto delle trasformazioni epocali che stanno cambiando le geografia e la politica e che hanno prodotto una serie di conflitti (Afghanistan, Iraq, la questione irrisolta dei rapporti tra Israele e palestinesi, Siria con l’esodo di migliaia e migliaia di persone, Egitto…), conflitti che anche per responsabilità dell’Occidente restano pesantemente irrisolti.

E poi dobbiamo alzare lo sguardo, avere lungimiranza se non per noi, almeno per i nostri figli e sapere che se nel 2050 la metà della popolazione del nostro continente sarà di origine extracomunitaria, è impensabile ritenerci in guerra, noi europei, con l’altra parte, con il mondo islamico. Occorrono persone che sappiano disinnescare i conflitti con le armi dell’intelligenza costruendo la convivenza civile e pacifica, con la consapevolezza che si tratta di un processo lungo, difficile, faticoso. Ma non c’è alternativa, altrimenti si va dritti verso quello scontro di civiltà a cui puntano proprio i terroristi.

Cristiani, ebrei e musulmani siamo uniti dalla fede nell’amore del prossimo, dalla nostra responsabilità davanti a Dio. Ogni musulmano dovrebbe poter pregare ogni venerdì nella moschea, ogni ebreo dovrebbe poter pregare di sabato nella sinagoga e ogni cristiano dovrebbe poter pregare la domenica nella propria chiesa per la reciproca comprensione, per la pace e per la libertà.

«Dobbiamo odiare l’odio con tutte le nostre forze. Con amore» (Franco Bomprezzi). È questo il nemico che ci corrode, ci esaspera, entra sottile nelle nostre coscienze, striscia nel fango delle megalopoli o delle periferie degradate, si alimenta di ingiustizie e di marginalità…. È un nemico terribile, orrendo, perché l’odio annienta qualsiasi ragionamento sul bene, impedisce di imparare dall’altro, di immergerci nella conoscenza e nelle culture diverse che sono una ricchezza.

Chiediamo al Signore di immergerci nella conoscenza, nella riflessione, nel confronto e nel dialogo, sarà un battesimo appunto, nelle tensioni e nei conflitti della nostra storia, ma con lo Spirito di Gesù perché non vogliamo permettere che il fanatismo, il terrore e la violenza determinino il futuro dei nostri figli. Preghiamo insieme, affinché un giorno il Signore possa dire anche di noi: Siete figli amati, mi piace proprio quello che state facendo!

2018-11-13T16:26:51+00:00gennaio 11th, 2015|Omelie (vedi tutte) >|