audio 19 sett 2021

Che nome potremmo dare allo stato d’animo di Nicodemo che di notte va a cercare Gesù per parlare con lui?

Forse paura del giudizio dei suoi colleghi farisei di cui era un capo? Forse vigliaccheria, come si diceva per indicare quei cristiani protestanti del sec. 16° che, vivendo in paesi cattolici, occultavano la propria fede per sfuggire a eventuali persecuzioni?

Potremmo percorrere all’infinito questa direzione nel tentare di ricostruire lo stato d’animo di Nicodemo… ma non ci porterebbe tanto lontano. Dobbiamo cercare oltre.

Nicodemo non è un cercatore di Dio, come diciamo oggi, Dio l’ha già trovato, è un credente, è uno preparato, è uno che sa il fatto suo in materia religiosa con tutto ciò che questo comporta. Però tutto l’apparato di leggi, di riti, di funzioni e di ruoli più o meno istituzionali non gli basta, non gli è sufficiente. Cerca una relazione personale con Cristo.

Questo è decisivo nella vita spirituale, a meno che si voglia vivere una religione dell’apparenza, o che si voglia continuare stancamente delle tradizioni vuote, o che uno si illuda ancora di poter barare con Dio.

Non c’è gruppo, né appartenenza, non c’è chiesa, non c’è tradizione che tenga e che duri nel tempo se non abbiamo una relazione personale con Cristo.

A questo mi fa pensare l’immagine della notte: nella notte Nicodemo è solo, è sottratto agli sguardi degli altri, è senza tempio, senza niente… come se la notte annullasse tutto e ci mettesse spogliati di ogni sovrastruttura davanti a ciò che ci abita in verità e che ci sta davvero a cuore.

In questo incontro cosa accade? O meglio come facciamo a riconoscere la relazione col Cristo dai surrogati, dalle apparenze e dalle illusioni? Lo comprendiamo dal fatto che questa relazione è rigenerativa.

Nicodemo, che è una persona intelligente, per due volte pone la domanda: Come fa uno a rinascere di nuovo? (vv.4.9). perché umanamente Nicodemo sa benissimo che uno non è che può cambiare a una certa età, come fa a rivedere certe convinzioni e abitudini… Quante volte ci nascondiamo come Nicodemo dietro a frasi fatte come: Sono fatto così, è il mio carattere, è sempre stato così…

L’avverbio “anothen” può significare sia “dall’alto” che “di nuovo” e noi potremmo pensare di tenere insieme questi due significati.

Dall’alto e di nuovo. In che senso? Seguiamo le parole di Gesù che al v.5 dice: Se uno non rinasce da acqua e da spirito non può entrare nel regno di Dio.

E nella mente di Nicodemo ritorna un’immagine plastica e drammatica che incontriamo alla fine del Vangelo di Giovanni, quando al cap. 19 Giuseppe d’Arimatea chiede a Pilato di poter seppellire il corpo del Signore, con lui, scrive il vangelo di Giovanni «Vi andò anche Nicodemo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe» (19, 39).

Sappiamo che Nicodemo era presente sul Calvario alla morte di Gesù, quindi ha visto con i suoi occhi il soldato conficcare nel suo fianco la lancia e ha visto «l’acqua» uscire dal cuore di Cristo, ha visto Gesù consegnare lo Spirito, non semplicemente spirare e morire, ma consegnare, che significa trasformare la morte subìta in dono (19,30).

A quel punto Nicodemo ha potuto comprendere finalmente cosa significasse rinascere dall’alto e di nuovo, che è dall’alto della croce, dall’alto di un amore donato, di cui sono il segno evidente l’acqua e lo Spirito che rigenerano. A quel punto comprese come fosse possibile rinascere, come fosse possibile venire rigenerati.

Cioè da soli non cambiamo! Nemmeno tu Nicodemo con la tua osservanza scrupolosa della Legge fine a se stessa non ti rinnovi, e lo percepisci, per questo cerchi Gesù, ti rendi conto che occorre qualcosa di nuovo che non produciamo noi, ma che venga dall’alto.

Gli sforzi di Nicodemo, gli sforzi di ciascuno di noi non sono sufficienti per migliorarci, per rinascere… occorre qualcosa di radicalmente nuovo che ci rigeneri!

Quando facciamo esperienze di rinascita, di rigenerazione? Quando accogliamo nella nostra vita l’inedito, un incontro, una persona, un evento, un’esperienza imprevista, qualcosa che non avevamo preso in considerazione.

Qualcosa e qualcuno che avvertiamo come un dono, un che di gratuito… come il vento di Dio, il soffio dell’Eterno, il dono dello Spirito che appunto, non sappiamo da dove viene né dove va… (v.8) e che rigenera, riforma, rinnova proprio ciò che noi siamo, così come siamo.

Come diceva Paolo scrivendo ai cristiani di Roma: Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (v.8).

Dio non ci dimostra di volerci bene quando noi gli vogliamo bene, ma mentre noi siamo peccatori e distanti da lui.

Quale amore più grande di questo può davvero rigenerarci, se non quello di Gesù che per amore dona la sua vita?

Rinascere dall’alto come persone, come esseri umani è possibile grazie a un amore che ci precede e ci prende così come siamo. Non cambiamo una persona che ha sbagliato strada, che ha commesso errori, che ha causato ferite con la forza della buona volontà, della legge, delle imposizioni, delle punizioni…

La mia esperienza me lo conferma: solo con l’amore si può rinascere, solo così è possibile non solo riparare quelle vite che si sono guastate, ma permettere a quelle vite di rigenerarsi.

È evidente però che questo potere è proprio dell’amore di Cristo, dell’amore che si dona, che si spende, che si consegna senza interessi e senza secondi fini.

Questo genere di amore è in grado anche di rigenerare la nostra società, la nostra umanità.

Per usare l’immagine di Isaia, questo amore può trasformare il deserto in un giardino, può trasformare l’aridità del Calvario nel giardino del mattino di Pasqua.

E Dio sa come vorremmo che la nostra umanità uscisse dalle sabbie del deserto per fiorire nel giardino di Dio.

Guardate, anche a livello sociale vale quello che dicevo per le singole persone: fino a un certo punto possiamo impegnarci al miglioramento delle condizioni della società attraverso leggi, strutture sociali, provvidenze o previdenze, processi etici e culturali… ma senza qualcuno che ami davvero “dall’alto” di un amore appeso, di un amore crocifisso… non se ne fa nulla.

Come cambierebbe la vita politica, sociale e famigliare se almeno tutti abbracciassimo la logica dell’amore che si dona, del più grande che si mette al servizio del più piccolo, del più bravo che serve chi fa più fatica.

Gesù ci dice che la trasformazione della nostra umanità dall’essere o dal diventare sempre più un deserto arido e desolato, in un giardino, in un’oasi, avviene nella logica del dono, se ciascuno di noi vince la pervicace tirannia dell’io e crede nel Vangelo.

Perché di questo si tratta. E non basta una notte per capirlo.

(Is 32,15-20; Rm 5,5-11; Gv 3, 1-13)