Donaci occhi Signore per vedere la tua gloria, così abbiamo ripetuto al salmo 96, parole che mi permetto di rendere diversamente dicendo: Donaci occhi Signore per vedere la tua bellezza!

Dico questo perché della “gloria” abbiamo una concezione ambigua e non possiamo credere che la gloria di Dio consista nell’abbagliarci con la sua onnipotenza, con la sua onniscienza e la sua infinita grandezza, anzi nella Pasqua di Gesù abbiamo assistito a uno spettacolo di una bellezza inaudita: la bellezza dell’amore. Tant’è che noi abbiamo fatto della croce l’icona della bellezza del dono di Gesù e della sua vita donata per amore, della bellezza dell’amore che si dona.

In questo senso la gloria di Dio non può essere un atto di eccentricità dell’Eterno!

Ora ciascuno di noi porta in cuore la nostalgia di poter vedere un po’ di bellezza intorno a sé, non tanto quella estetica, quella del trucco per intenderci, della finta e dell’apparenza che non ha consistenza. Ma la bellezza della convivenza civile, del dialogo tra le religioni, della comune passione per i diritti umani; la bellezza che viene dal rispetto dell’altro e del creato, la bellezza dell’armonia nelle famiglie, dei giovani che studiano e hanno coraggio di raddrizzare il mondo che abbiamo guastato; la bellezza dello stare accanto all’anziano, malato e forse anche noioso… e potrei continuare a dare voce a quello che potrebbe essere un libro dei sogni!

Se osserviamo con attenzione la parola del Salmo in realtà non dice di sognare a occhi aperti, ma di avere occhi per vedere la gloria, la bellezza del Signore. Si chiede di avere gli occhi per vedere qualcosa che c’è già. La gloria e la bellezza già ci sono! In che senso? Oggi è difficile vedere cose belle, ascoltiamo ogni giorno parole becere e grezze, sentiamo il sibilo delle bombe sullo Yemen, dei razzi su Gaza, l’eco delle violenze in Libia, respiriamo anche il vento nero che ammorba l’Europa, assistiamo al crescere del cinismo e della barbarie… per quanto ci guardiamo attorno dove sta la bellezza per la quale chiediamo al Signore di avere occhi per vedere?

Paolo oggi ci offre la sua esperienza e testimonianza. Il cosiddetto libro degli Atti ci dice che arrivato a Roma, si trova agli arresti domiciliari in una stanza che ha dovuto prendere in affitto, sorvegliato notte e giorno da un soldato di guardia alla porta, in attesa di essere giudicato dall’autorità imperiale.

Non aveva fondato lui la comunità cristiana di Roma e non la conosceva, tuttavia quando aveva saputo che c’erano tensioni tra la componente giudaica e quella pagana, qualche anno prima aveva scritto la famosa lettera ai Romani, sarebbe meglio dire ai cristiani di Roma che Paolo scrive da Corinto nell’inverno del 55-56, in procinto di partire per Gerusalemme da dove spera appunto di andare a Roma e poi in Spagna (Rm 15,22-32).

Insomma la situazione che vive non è proprio di grande successo, anche perché è guardato con sospetto pure dagli Ebrei di Roma che lo considerano membro di una setta che ovunque trova opposizione!

Eppure Paolo non indugia minimamente al lamento e tempo neanche tre giorni per organizzarsi, fa chiamare a casa sua i capi della locale comunità giudaica per annunciare il vangelo e lo farà per due anni! Probabilmente venne poi liberato e forse poté andare in Spagna, ma per due anni di arresti domiciliari Paolo dal mattino alla sera esponeva loro il regno di Dio.

Non è che noi cristiani siamo troppo abituati a vivere la fede in un contesto privilegiato, con tutte le garanzie del caso? Pensiamo alla Chiesa italiana: il Concordato, le scuole cattoliche, le banche cattoliche, i consultori cattolici… abbiamo finito per misurare e identificare la bellezza del Vangelo con le nostre strutture e le nostre potenti organizzazioni e con i privilegi che in qualche modo ci sono stati riconosciuti.

Così che nel momento in cui queste cose vengono meno, assumono socialmente meno importanza e rilievo a noi pare di aver perso tutto… Paolo invece che ha davvero perso tutto, perfino la libertà, esplode in un grido che è un atto di fede: Non mi vergogno del Vangelo!

Non si vergogna perché ha lo sguardo fisso sulla parola di Gesù: Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita. La luce del mondo non è il trionfo del cristianesimo, ma la luce del Vangelo che è Gesù in quella sua forma di vita paradossale del Crocifisso risorto.

Sono rimasto colpito dal libro di un giovane filosofo francese François Jullien dal titolo: “Le risorse del cristianesimo[1], nel quale l’autore rilegge il vangelo di Giovanni e lo fa per interrogarsi sul destino di un’Europa in affanno, “smobilitata” dice lui, ma non perché voglia difendere le radici cristiane, tra l’altro riconosce che il cristianesimo non sia al punto di partenza della storia europea, né considera la fede come unica porta d’ingresso al cristianesimo, anzi la separazione netta fra chi crede e chi non crede è per certi aspetti superata, scaduta.

Piuttosto parla di risorse del cristianesimo: perché occorre porre fine all’evitamento della questione del cristianesimo nel seno del pensiero moderno per accedere a un patrimonio di senso, di significati, di valori che sono a disposizione di tutti, utili al pensiero e alla vita di tutti, secondo le parole di Gesù: Sono la luce del mondo, che è luce non solo dei credenti, dei discepoli, dei buoni, ma del mondo.

Infatti François Jullien proprio a partire dal quarto vangelo, affronta in particolare il tema della vita che è al cuore della riflessione di Giovanni e si chiede: ma la vita cos’è? È un accadere sempre nuovo. Non è semplicemente una condizione, quella di essere in vita, è il valore assoluto tant’è che il vocabolario greco è molto ricco e ricorre a tre sostantivi per indicare la poliedricità dei significati profondi della vita.

La vita intesa come Bios, ovvero la vita qualificata, la vita etica e politica che si promuove in seno alla città e che nel Quarto Vangelo non ricorre. Poi c’è Zoé, la vita intesa come l’essere in vita, quella che fa di noi dei viventi e che è espressa con il termine Zoé.

Giovanni parla poi di Psyché che è il soffio vitale, quel soffio vitale che il pastore depone per le sue pecore. Il pastore è pronto a morire, a donare la sua Psyché, perché le pecore abbiano la Zoé, la vita.

Ora una tale distinzione capitale intorno alla quale si costruisce il pensiero di Giovanni è occultata dalle nostre traduzioni, che rendono sempre, uniformemente con vita il grande dono e la bellezza della vita che l’evangelista pensa in termini diversi.

Oggi i termini hanno assunto altri significati: la biologia, diversamente dai greci, studia gli esseri viventi e le leggi che li governano; la zoologia studia la vita animale e la psicologia studia il comportamento e la mente umana…

Quando Gesù nel vangelo di oggi si definisce come la luce del mondo, chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita, a quale vita si riferisce?

I greci ci hanno insegnato a concettualizzare, ovvero a passare dal concreto plurale delle cose all’idea unitaria che riunisce la diversità nell’intellegibile, a elevarsi dalle cose belle al bello in sé, all’idea di bello (Platone, Socrate, Aristotele).

Giovanni intende la vita come il passare dall’esistere, dal sopravvivere come diciamo talvolta noi, alla vita in pienezza. Giovanni insegna a spiritualizzare, che è tutt’altra cosa. Vuol dire che insegna a sviluppare una dimensione spirituale a partire dalla concretezza delle cose, dove la dimensione spirituale è quella che rende vivi, che fa vivere: ricordiamo la differenza tra l’acqua estratta dal pozzo dalla Samaritana e l’acqua viva che offre Gesù!
Spiritualizzare per Giovanni è passare dall’essere in vita (psyché) a ciò che  fa vivere, che rende effettivamente vivi (zoé).

E cioè? Sarà forse la tecnologia a farci sentire più vivi? Ma quanto siamo profondamente infelici? Questo perché non si tratta di un potenziamento dell’intensità della vita intesa come agitazione e tumultuosità delle cose da fare e da organizzare… anzi il contrario, se seguiamo Gesù dobbiamo pensare alla vita che non si tiene in serbo per sé ma che si dedica all’altro.

Gesù stesso si è donato e non ha tenuto la vita per sé, per essere vivo. Questa è la luce che genera la vita: Gesù non apre un’altra via, non porta un altro insegnamento, ma insegna a intendere spiritualmente la vita, a passare dall’essere in vita a fare in modo che la vita sia vita.

Don Michele Do amava un’immagine molto eloquente che voglio ricordare. Osserviamo un fiore, una pianta: il fiore obbedisce alla spinta vitale che dalla zolla lo fa crescere attratto dalla luce per diventare quello che è chiamato ad essere in tutta la sua bellezza.

La luce non attira l’attenzione su di sé, non si mette al centro, ma valorizza ciò che incontra. Così la luce del Vangelo, la luce di Gesù non si vede se non riflessa sui volti e sulla vita delle persone che sono chiamate a fiorire in tutta la loro bellezza.

Chiediamo al Signore di avere anche noi nel nostro piccolo uno sguardo luminoso capace di posarsi sulle persone per far emergere tutto ciò che più bello c’è in loro.

(At 28, 16-28; Rm 1, 1-16; Gv 8, 12-19)

[1] François Jullien, Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede. Ponte alle grazie, 2019