VI DI AVVENTO Domenica dell’Incarnazione o della Divina Maternità della beata Vergine Maria - Lc 1, 26-38a


audio 17 dic 2023

Oggi la liturgia nell’imminenza del Natale ci fa contemplare la divina maternità di Maria. Parliamo della ragazza di Nazaret con il titolo di Theotokos, come dicono i greci, la madre del Figlio di Dio.

Una maternità che oggi Luca ci fa cogliere nel suo inizio, nel momento dell’annuncio, ma è stata una maternità che ha abbracciato tutta la vita di Gesù. Certo non da sola, ma almeno in gran parte – per quello che ci è dato di sapere dai Vangeli -, accompagnata da Giuseppe, che pure ha esercitato la sua paternità.

Una maternità che Maria ha esercitato per i trent’anni che Gesù ha vissuto a Nazaret, dunque per la maggior parte della sua breve ma intensa vita: forse una morte prematura di Giuseppe lo ha tenuto vicino alla madre per darle sicurezza e sostegno? Non sappiamo. Sappiamo però che quegli anni furono decisivi per Gesù: non sono stati semplicemente la preparazione alla vita pubblica che si è svolta in pochi anni, ma sono stati anni in cui ha imparato a stare al mondo, diremmo noi.

Per trent’anni ha imparato a lavorare, a leggere, a stare in mezzo alla gente, a incontrare il dolore dei malati, la fatica degli anziani e i bambini che nascono e le persone che si amano…. Non basta vedere una volta, bisogna vedere tante volte per tanti anni queste cose: bisogna vedere le feste del villaggio, le giornate al mercato, le gioie della nascita e il dolore per la morte… Questo per trent’anni.

Poi in pochi anni ha fatto quello che ha fatto, ma la stragrande parte della sua esistenza Gesù l’ha trascorsa così, abitando la sua casa, il villaggio, insieme a sua madre. Maria ha insegnato al figlio cosa significhi abitare e lui quasi la totalità della sua vita l’ha trascorsa così.

La madre di Dio negli anni a seguire non è che abbia avuto una vita facile: dei pochi passi in cui si parla ancora di Maria, ricordiamo quando a Gerusalemme Gesù per i suoi dodici anni, è stato dimenticato o si è perso lui, o forse entrambe le cose.

In quell’occasione Maria dando voce all’angoscia sua e di Giuseppe, gli chiede: Tuo padre e io angosciati ti cercavamo. Perché ci hai fatto questo? Una maternità complicata quella di chi deve crescere il Figlio di Dio! Provate voi ad avere a che fare con un bambino che si mette a discutere di Dio e di Bibbia con i maestri e i dottori del tempio.

Quella di Maria è una maternità che si va sempre più complicando, perché appena Gesù cominciò la sua vita vagabonda, un giorno da Cafarnao si sentì dire: Vieni a prenderlo perché è fuori di sé (Mc 3,21). Anziché sposarsi e costruirsi una famiglia, si era circondato di un gruppo sgarrupato di pescatori, esattori delle tasse, pubblicani… e forse anche lei, come mamma, cominciò ad avere qualche preoccupazione e paura. Certo, sentirsi dire è fuori di sé, fa male. Anche se è sempre lo stesso giudizio che i vecchi scagliano sui giovani.

Quel giorno non c’erano angeli a confermare la sua provenienza divina, c’era solo la malignità del villaggio, quella sì non perde mai occasione per ferire! Maria andò a riprendersi il figlio, quando il figlio prese con sé i Dodici e alcune donne che lo seguivano.

Ci fu poi un giorno a Cana, Giuseppe non c’era già più, e Maria si accompagnò con Gesù al matrimonio di amici e quando la festa stava per finire davvero male… sappiamo come sono andate le cose. Il suo intervento salvò la situazione.

Chissà quante volte, Maria, ti avranno chiesto di raccontare l’accaduto e magari ti avranno anche domandato di farglielo ripetere… quanto siamo storditi e tu incassi con dolcezza le nostre miserie, non sappiamo stare sulle cose come sai stare tu. Ci manca la tua attenzione, non sappiamo stare in silenzio, non riusciamo ad avere uno sguardo che non si accontenti di ciò che gli occhi riescono a vedere, ma che sappia cogliere il soffio di Dio in ogni cosa.

Il momento più lancinante della maternità di Maria è arrivato a Gerusalemme in quella Pasqua che nessuna madre avrebbe mai voluto celebrare. Cosa possiamo dire del dolore indicibile di una madre che raccoglie tra le braccia il corpo del figlio ucciso?

Quando la sua maternità sembrava finire brutalmente, Gesù le consegna Giovanni e con lui tutti i suoi amici che ormai anche lei aveva imparato a conoscere bene. Proprio quando tutto era finito, quando la violenza, l’odio, l’invidia… tutto si era scagliato con una forza indecente contro il figlio, proprio allora, Maria impara cosa vuol dire essere madre. Maria sotto la croce ha imparato a non morire di dolore.

Il cap.19 di Giovanni descrivendo la scena di quello smisurato dolore, ripete per ben sei volte, in tre versetti di vangelo, la parola ‘madre’. Ma cosa si può generare davanti alla morte? Cosa può fare ancora una madre con un dolore simile?

Non posso non legare quei versetti al finale del vangelo di oggi: Ecco la serva del Signore, si compia la tua parola. Maria è madre che serve la vita, è serva di quella parola di Dio che promette vita anche dinnanzi allo sconcerto della morte. Non ci sorprende che Gesù dalla croce l’abbia chiamata ‘donna’ e non ‘madre’: se l’avesse chiamata ‘madre’ sarebbe stata sua per sempre, solo sua. Invece l’ha resa libera di diventare per sempre madre, anche della sua comunità, della sua chiesa, di noi che ancora oggi ci misuriamo con la durezza della vita e rischiamo di farci schiavi della paura.

Maria, noi che non riusciamo a fare i conti con il dolore, anche se il dolore ce l’abbiamo dentro, siamo qui a chiederti di darci la forza di non fuggirlo, ma di renderlo fecondo. Non ci riduca il dolore a diventare più duri e cinici, stanchi e delusi, ma ci faccia essere servi della vita, essere fecondi di vita e di amore. Non ti chiediamo una vita facile, né di liberarci dagli affanni, dalla malattia e dalla solitudine, ma di trovare la forza di amare così tanto la vita da trovare la possibilità di mettere al mondo speranza, anche quando sembra impossibile.

Questo fa Dio: rende possibile l’impossibile per vie in cui non può fare a meno di noi.

(Lc 1,26-38a)