Gli fu messo nome Gesù. È la cosa più bella che due genitori possono fare alla nascita del proprio bambino, ed è anche una cosa importante perché poi la creatura sarà sempre identificata, chiamata con quel nome. Se lo porterà per tutta la vita e in qualche modo segna il suo destino, il suo ruolo nel mondo.

Dicono i rabbini: «Per comprendere chi siamo, dobbiamo interrogarci sulla radice del nostro nome, perché è un’indicazione dell’essenza, del carattere, della nostra natura e del ruolo che dobbiamo svolgere nel mondo».

Tutti noi cominciamo il nostro cammino di individui ricevendo un nome, non scegliendolo, un nome che sarà per sempre legato alla nostra identità, che ci distinguerà come soggetti. Un nome pensato da chi ci ha amato e generato, un nome a volte ricco della nostra storia familiare e culturale, che ci identifica come appartenenti a un luogo e a un’epoca, che dice qualcosa delle attese che i nostri genitori hanno su di noi, delle loro speranze e delle loro paure.

Quel nome cercheremo di incarnarlo per tutta la vita in un’incessante ricerca di equilibrio tra l’eredità che riceviamo e la libertà cui aneliamo.

Ora Gesù otto giorni dopo la nascita, come era usanza del suo popolo, viene circonciso, cioè si carica di quella eredità che è l’alleanza stipulata con Abramo (Gen 17) e riceve un nome del tutto ordinario per quel tempo, nome che alcuni popoli utilizzano ancora oggi, il nome di Gesù, che significa Dio salva.

Ora che cosa significasse la salvezza scritta nel suo stesso nome, Gesù lo ha vissuto e manifestato fino in fondo, con la sua vita, il suo modo di fare, di pensare, di stare al mondo, di trattare la gente… al punto che Paolo nella seconda lettura scrive: Dio gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra e ogni lingua proclama Gesù è il Signore!

Gesù è il nome di Dio che vuole esserci accanto, si prende cura di noi quando siamo in pericolo, quando abbiamo paura, quando siamo insicuri… quando non sappiamo cosa ci aspetta.

Ed è suggestivo che la celebrazione del nome di Gesù nell’ottavo giorno dalla nascita, coincida proprio con l’inizio di un nuovo anno. Personalmente non ho mai amato molto l’esagerata aspettativa che suscitano queste cadenze temporali. Condivido quanto scriveva il 1 gennaio 1916 Antonio Gramsci: “Odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date… Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno”.

Iniziamo allora il nuovo anno continuando a mettere la nostra vita sotto la benedizione del nome di Gesù. Questo significa affrontare il futuro e il tempo, questo significa vivere la nostra storia con responsabilità e non augurandoci chissà che cosa…

Se c’è un augurio che faccio a voi e a me stesso è che Dio possa parlare bene di noi. Possa benedirci, in senso letterale. Possa essere contento di come noi abbiamo e cerchiamo di spendere la nostra vita, gli anni che ci sono donati, possa benedirci come dicevano le parole della prima lettura con la luce del suo volto, perché se posso reggere il volto di Dio vuol dire che non ho di che vergognarmi, di che avere paura.

Quando Aronne riceve le parole della benedizione non si trova in un tempio, in un luogo tranquillo e sereno: si trova nel bel mezzo del deserto, al termine della permanenza al Sinai. Il deserto è un luogo da attraversare imparando ad affrontare le molteplici difficoltà che si incontrano se si vuole essere liberi e benedetti. Il percorso del deserto diventa il tempo della formazione degli israeliti nella relazione col Signore presente di continuo per guidarli, ma anche il tempo della loro costruzione come popolo, come soggetto libero e benedetto da Dio.

Ora anche noi attraversiamo il nostro deserto, lo attraversiamo come popolo, come umanità, come chiesa e la paradossalità del nostro deserto è quella di essere pieno di cose, di troppe cose così che siamo pressoché ridotti a consumatori, solamente consumatori in questa umanità soggiogata da un capitalismo malato. L’assioma di questo modello è: fuori dal mercato non c’è salvezza!

La nostra traversata nel deserto avviene anche con la complicità di un sistema economico finanziario iniquo, è l’ingiustizia globale della ricchezza che non viene quasi più dalla produzione, ma dalla speculazione finanziaria.

Tutto questo avviene in piena crisi di utopie. Per quale ideale di vita nasce un bambino oggi? Per molti dei nostri ragazzi la vita ruota intorno a quattro per così dire valori: potere, fama, ricchezza, piacere. Anziché utopie e ideali, la parola che descrive il nostro tempo è distopia, che non è solo mancanza di valori e utopie, ma è l’attesa di un mondo peggiore, indesiderabile.

E in tutto questo, noi discepoli di Gesù cosa abbiamo da dire e da fare?

Non so siete mai entrati in qualche libreria cattolica… andate nel settore spiritualità è pieno di immagini bellissime e idilliache, boschi, laghetti alpini, montagne, tramonti, fiori e fiorellini… qual è il messaggio che passa? È che per essere un bravo cristiano… tu devi vivere in Svizzera o in Canada!

Se invece apriamo il Vangelo e seguiamo il percorso di vita che fa il Bambino di Betlemme ci rendiamo conto che la vita di Gesù è un conflitto permanente, è una continua presa di posizione a fronte delle iniquità e delle ingiustizie. Gesù non si è incarnato in una zona franca e so per certo che non è morto di vecchiaia nel suo letto. Fu arrestato, torturato, processato e giudicato da due poteri politici e condannato alla morte di croce non perché ha fondato una chiesa, una religione… ma perché ha portato un nuovo progetto di umanità, chiamato “regno di Dio”.

E invece, dobbiamo ammetterlo, di fronte alla situazione pericolosa di razzismo e xenofobia che serpeggia neanche troppo velatamente tra molti che si dicono cristiani, di fronte alla violazione dei diritti umani, o alla tutela dell’ambiente… le comunità cristiane rimangono neutrali. Si evita di parlarne. Sarà forse per non creare “divisioni” o per “amore di comunione”, ma credo che un giorno verremmo giudicati proprio per quella tipologia di peccati più diffusa e grave tra i cristiani di oggi che è quella dei peccati di omissione. Omissione che lascia campo aperto alla distopia che i social vanno seminando con montagne di bugie, di insulti e di odio.

Gesù è il nome che ci salva dalla distopia e immette nelle vene rattrappite della nostra umanità il sangue della passione per il regno di Dio.

Prendiamo esempio dalla quindicenne, Greta Thunberg che dalla Svezia si è presentata in Polonia alla riunione della COP24, seduta accanto al Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, per dire al mondo intero che «i nostri leader politici ci hanno deluso, perché siamo di fronte a una minaccia esistenziale e non c’è tempo per continuare su questa strada folle».

La ragazzina ha spiegato che mentre il mondo consuma circa 100 milioni di barili di petrolio al giorno, «non ci sono politiche per cambiare questa situazione. Non ci sono politiche per tenere quel petrolio nel terreno. Quindi non possiamo più salvare il mondo giocando secondo le regole, perché le regole vanno cambiate».

Greta continua a fare dei sit-in ogni venerdì nei pressi del parlamento di Stoccolma per chiedere al governo svedese e agli altri Stati, di agire decisamente contro i cambiamenti climatici. E noi, cosa possiamo fare perché il Signore ci benedica per come custodiamo il dono del creato che ci ha affidato? Quali azioni concrete possiamo intraprendere?

E poi c’è una seconda cosa che suggerisco a me stesso e a voi, in questo giorno che è anche la Giornata mondiale di preghiera per la pace che di fatto dà inizio a un altro anno di guerre.

Papa Francesco nel suo messaggio ricorda che la pace è un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani. Ma, aggiunge, è anche una sfida che chiede di essere accolta di giorno in giorno.

Perché allora ad esempio ciascuno di noi non sceglie di adottare una guerra? Adottare nel senso di scegliere una guerra su cui informarsi, da seguire, di cui pensare e amare in particolar modo le vittime, e di cui magari accogliere qualche profugo nella propria casa.

Sono cose che già succedono, perché il potere, per quanto ottuso, non può proscrivere l’amore e la solidarietà, ma se esse fossero più diffuse e più conosciute, forse queste guerre non sarebbero dimenticate e lasciate incancrenire. Se ne potrebbe parlare in rete, e nei siti e nelle mail, fosse anche solo a livello di informazione, per saperne e farne sapere di più; qualcuno può dire perché ha scelto quella guerra e darne a tutti ragione e notizia… (Raniero La Valle).

Per uscire dalla volgarità e dalla superficialità, dalla banalità e dalla manipolazione cui siamo soggiogati, per uscire cioè dalla maledizione e dalla distopia, dobbiamo passare dalle parole ai fatti nel nome di Gesù.

Dio ci benedice con la luce del suo volto e continua a salvare l’umanità nel nome di Gesù.

(Nm 6,22-27; Fil 2,5-11; Lc 2,18-21)