ULTIMA DOPO L’EPIFANIA detta Del perdono - Lc 18, 9-14


audio 11 feb 2024

È evidente che il pubblicano riscuota la nostra empatia: l’esattore viene descritto da Gesù in tutta la sua umanità pentito, si batte il petto, mentre il fariseo ci risulta facilmente detestabile. Stiamo attenti perché letta così la parabola potrebbe diventare una trappola. Noi facendo il tifo per il pubblicano e identificandoci con lui, squalifichiamo l’altro, ma così cadiamo nello stesso suo errore. Diventiamo farisei a nostra volta.

Il racconto della parabola si sviluppa tra due termini uno posto all’inizio e l’altro al termine. All’inizio si racconta di alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti, mentre alla fine è Gesù stesso che chiude dicendo che il pubblicano tornò a casa sua giustificato. Giusto, giustificazione: in queste parole sta la chiave di lettura offerta da Gesù. Si parla di essere giusti e di giustificazione.

La giustizia viene comunemente raffigurata bendata, con la spada e la bilancia. È bendata per dire l’imparzialità: la legge è uguale per tutti. La spada per dire la forza con cui si impone la giustizia, parliamo infatti di forze dell’ordine. La bilancia per dire l’equa distribuzione di pene e sanzioni.

Questa è la giustizia che chiediamo quando gridiamo che bisogna fare giustizia, quando vogliamo che sia fatta giustizia, quando esigiamo la riparazione di un’offesa o di un danno.

Con questi presupposti facciamo dunque fatica a comprendere le parole di Gesù, perché nel mondo biblico, nella cultura in cui lui è cresciuto e vissuto, giusto è il modo d’agire di Dio e degli uomini non in considerazione semplicemente di una legge o di una norma ideale di rettitudine, ma in considerazione del concreto rapporto tra di loro, un rapporto che viene definito nella Bibbia di alleanza, tant’è che giusto è spesso sinonimo di fedele.

Dio si comporta col suo popolo in modo conforme all’alleanza, esigendo che il popolo faccia altrettanto. I piatti della bilancia non sono due contenitori di pesi che devono stare in pareggio, ma sono sostituiti dai volti chiamati a riconoscersi a partire dal male che è stato fatto e subìto.

Il fariseo della parabola che crede di essere giusto, commette un’ingiustizia nel momento in cui dà a Dio la stessa risposta che Caino diede rabbiosamente: Sono forse il custode di mio fratello? Prendendo questa distanza, affermando io non sono come lui, non rubo, non imbroglio, non cerco la donna degli altri… diventa ingiusto.

La giustizia di Dio vuole che io sia custode dell’altro. Sono un essere morale perché riconosco questa dipendenza e accetto la responsabilità che ne consegue. Ed è ciò che accade nel cuore dell’esattore delle tasse il quale, battendosi il petto, riconosce non tanto di aver trasgredito una regola, anche perché per i romani il suo poteva essere un giusto guadagno. Il margine che lui si permetteva in più, oltre quanto dovuto al procuratore romano, poteva essere benissimo una quota ragionevole e giusta dal suo punto di vista, ma non lo era sicuramente dal punto di vista del suo popolo, della fraternità che era chiamato a costruire con la sua gente.

La giustizia biblica rimanda sempre all’agire giusto di Dio, come ci ricorda Isaia nella prima lettura: per quanto il popolo faccia di tutto per allontanarsi da lui, per quanto continui a rinnegare l’alleanza, anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto. Parole straordinarie che dicono come la giustizia di Dio arrivi a giustificare l’esattore delle tasse, per questo Gesù dice che il pubblicano tornò a casa sua giustificato. Giustificato nel suo comportamento? No di sicuro, ma perché si è battuto il petto riconoscendo il suo peccato, la sua ingiustizia. Davanti a Dio viene perdonato, viene ‘assolto’ – per dirla in termini forensi – e non condannato, grazie al suo pentimento sincero.

Contrariamente al nostro modo di intendere la giustizia, l’esigenza più importante della giustizia nella Scrittura è salvare la relazione. La giustizia non è una nozione astratta, non richiede semplicemente astensione dal male, ma un continuo atteggiamento volto a mettere in atto scelte costruttive, di cura, di mediazione, di attenzione alla persona.

Infatti la Bibbia prevede due procedure per ristabilire la giustizia. La prima è il giudizio, il processo diremmo oggi, una procedura molto simile alle procedure moderne (dove la legge del taglione non è mera vendetta, ma vuole contenere la pena in ambiti limitati). La seconda è il cosiddetto rîb, lite bilaterale (prima lettura). Si tratta di un procedimento che non si accontenta di condannare il colpevole, ma di promuovere la sua dignità, e avviene in modo che accusatore e accusato si trovino l’uno di fronte all’altro per ricostruire la verità del male commesso e subìto, scegliendo di non rompere la relazione come segno di giustizia. Primo passo è che l’accusa non voglia vincere sull’altro, ma cerchi di convincerlo a riconoscere il male compiuto. In secondo luogo il colpevole deve iniziare un processo interiore di verità, mettendosi davanti al volto di colui che ha offeso per confessare il male compiuto. Infine la giustificazione che permette alla vittima di riconoscere i sentimenti del colpevole e la sua volontà di riparare il danno.

Per come viviamo la giustizia oggi e per la nostra cultura giuridica, il giudizio e la condanna sono la parola definitiva che sanciscono la punizione per il reato commesso. Non così per il Dio di Gesù che con la sua grazia vuole salvare la relazione con noi. Gesù è il giusto ed è per noi la vera immagine della giustizia di Dio.

(Is 54,5-10; Lc 18, 9-14).